The Project Gutenberg eBook of Pataffio - Tesoretto
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Title: Pataffio - Tesoretto
Author: Brunetto Latini
Release date: August 30, 2020 [eBook #63082]
Most recently updated: October 18, 2024
Language: Italian
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK PATAFFIO - TESORETTO ***
PATAFFIO — TESORETTO
[Illustrazione: Ser Brunetti latino]
MESSER
BRUNETTO
LATINI
IN NAPOLI MDCCLXXXVIII.
A spese di TOMMASO CHIAPPARI.
_Con Licenza de' Superiori._
Non gite a genti brocole mie rime;
Perchè non porterebbon la gorgiera,
E farebbon di voi picciole stime.
Pataff. 5.
ALL'ECCELLENTISSIMO
SIGNOR DUCA
D. NICOLA
DE SANGRO
De' Conti de' Marsi ec. ec. ec.
SIGNORE.
Mi do io a credere Eccellentissimo Signore, che la bizzarra Poesia
di Brunetto Latini non tanto compiacciasi di sortir finalmente
dall'oscurità di più secoli, che la nascosero alla pubblica luce;
quanto sollecita sia d'abbattersi in un personaggio, che ricco di
meriti e splendido per natali l'introduca sotto l'ombra della sua
protezione nel gran teatro del mondo. E per verità presentandosi al
pubblico in veste ruvida e in chioma canuta, come chi dagli ultimi
confini ne viene di stupenda antichità; non potrebbe ella non paventare
di veder rivolti contra di se cento e cento sguardi accigliati e
severi. Ma quale sarà mai il suo conforto, Eccellentissimo Signore,
qualor veda che voi vi degniate di porgerle cortesemente la mano;
e coll'autorità del vostro nome l'assicuriate da' pungenti motteggi
di certi spiriti, come poco filosofici, così altrettanto ambiziosi
di schernir tuttociò, che non ridonda de' lezzi e delle galanterie
della moda! Darà ella un'occhiata alla vostra nobilissima origine,
e la vedrà derivare da' più rimoti fonti, e dalle regie cune della
Borgogna. Scorrerà col guardo i magnanimi vostri Antenati, e ne
mirerà un numero prodigioso che riempion la terra colla celebrità
del lor nome: gareggiando insieme scambievolmente ad accrescer di
sempre nuovi ornamenti la splendidissima Famiglia; altri col rendersi
alla Religione non men utili che gloriosi, sostenendone col maggior
decoro le dignità più cospicue; altri alla civil società, promovendone
colla maggior saviezza i vantaggi; ed altri allo stato, dilatandone
colla gloria dell'armi la maestà ed i confini. Si fermerà poi in voi,
Eccellentissimo Signore; e in voi scorgerà un ornatissimo Cavaliere
pieno di magnanimità e di grandezza; fornito di spiriti generosi, che
vi sollevano all'ammirazione de' vostri pari; provveduto di lumi, che
vi rendon sì ragguardevole alla più scelta porzione de' cittadini; e
fregiato insieme di tante e sì amabili qualità, che forman la preziosa
corona di tanti impareggiabili vostri ornamenti. Piacciavi dunque, o
Signore, d'accoglierla quest'Operetta; giacchè non sa trovar fuor di
voi sì copiosi argomenti di fiducia e di conforto: e accordate a me
il vantaggio pregevolissimo di potervela presentare. Spero che per un
tratto del vostro bel cuore, non la sdegnerete nella sua tipografica
povertà; e sol vi compiacerete di riguardare in me la rispettosa
ambizione di professarmi al cospetto del pubblico, col più alto
profondissimo ossequio
Dell'Eccellenza Vostra
_Umiliss. Divotiss. Ossequiosiss. Servit._
Tommaso Chiappari.
A' CORTESI CITTADINI
L'EDITORE.
_Che dirà il Sig. Tiraboschi al comparire in istampa il Pataffio di
Brunetto Latini? Egli per una certa sua antipatia compiaceasi che
da alcuni pochissimi manoscritti se ne serbasse la sola esistenza,
celata da folto stuolo di anni alla comune notizia. Ma il vostro
genio, cortesissimi Cittadini, fu assai diverso. Voi ambiste di veder
tratto dalla polvere dell'antichità il monumento più venerabile della
lingua toscana, il codice autentico della legislazion della Crusca,
il primo modello delle Terze Rime, l'esemplare originario della
scherzosa e satirica poesia dell'Italia. Infatti se tanto si pregiano
i consumati avanzi della greca e della latina antichità, era ben da
volersi mirare un pezzo sì interessante per la storia poetica. Egli è
da appressarsi, dicea l'Abbate Genovesi, alle stesse ferree porte dei
Peripato, almen per iscorgere nel natio loro aspetto le varie vicende
dell'uman pensamento. Or eccolo, Cittadini cortesi, il fin qui inedito
lavoro del rispettabilissimo maestro di Dante. Io ve lo do assistito
da due esemplari; uno favoritoci dall'eruditissimo Sig. Marchese
Andrea Tontoli, l'altro fatto ritrarre dalla Corsiniana di Roma. La
lezion del secondo è stata quasi sempre la preferita, perchè sostenuta
dall'autorità d'un Ridolfi. Non così posso io autorizzarvi la prefissa
punteggiatura. Negli scritti degli antichi è vano sperarne la ben
minima traccia. Quanto perciò compatirete la tormentosa incertezza di
fissarne la legge, analoga al più vero significato; altrettanto cambiar
la potrete, quando ne scopriate l'errore. Temea il Sig. Tiraboschi un
operoso comento che caricasse il Latiniano Pataffio. Le mie annotazioni
dovrebber per questo capo renderne ad esso men antipatica l'edizione.
Quelle del Salvini ho io avute davanti. Sarei più pedante, se a lui mi
fossi attaccato; e voi men capireste la Poesia di Brunetto. Ne' molti
passi più oscuri e più dubbj ho fatto consultare il Ridolfi sul codice
Corsiniano. Vi prego del vostro favore._
BRUNETTO LATINI.
NOTIZIE STORICHE.
_L'Italia non potea giacer lungamente nella fatale dimenticanza
delle bell'arti. Il talento della nazione dovea presto destarsi per
divenire il maestro d'Europa. La Toscana fu la madre fortunata de'
primi genj d'Italia. Merita fra questi un distinto luogo Brunetto
Latini. Egli nacque in Firenze da Buonaccorso figlio di Latino de'
nobili di Scarniano. Il nome dell'avo passò a divenir cognome di
sua illustre famiglia. Nessuno s'è compiaciuto di lasciarci memoria
nè dell'anno della sua nascita, nè di quelli della sua gioventù.
Dal 1260, comincia l'epoca gloriosa per sì grand'uomo. Una lega de'
Ghibellini co' Sanesi e il Re Manfredi minacciava oppressione alla
Repubblica di Firenze. I Fiorentini rivolsero le speranze ad Alfonso
Re di Castiglia, eletto Imperatore; e nelle sue forze cercavano un
argine contra il potente Manfredi. Brunetto già famoso in que' tempi
per dottrina e per eloquenza; e riguardato come uomo di particolar
senno ed industria, fu scelto per recarsi a lui ambasciatore de'
Guelfi. L'esito di quest'ambasciata aggiunger non potè nuovo peso
al merito dell'inviato. Prima di compierla udì egli la nuova della
sanguinosa giornata di Montaperti sì fatale alla patria. I Guelfi
per non restare intera vittima del furor Ghibellino, preferirono un
crudele esilio, e si ritirarano da Firenze. Un siffatto partito scelse
anche Brunetto, prendendo la via della Francia. Parve ch'un colpo
di vendetta si riserbasse contra Manfredi, scrivendo poi ch'avesse
egli occupato _contra Dio e contra ragione_ il reame di Puglia e di
Sicilia. Quanto in Francia prolungasse il suo soggiorno non è pervenuto
alla nostra notizia. Colà tanta prese affezione a quella lingua, che
ne divenne scrittore, producendo un libro intitolato il _Tesoro_.
Interrogato perchè rinunziando al materno linguaggio l'avesse scritto
in Francese: perchè, disse, io scrivea nella Francia, e perchè sopra
tutte è la lingua Francese e più comune e più dilettevole. Godano
i Francesi di sì rispettabile e sì autentica testimonianza, che non
potè non destare la compiacenza d'un Bayle. Il Tesoro è un monumento
dell'adeguatezza e della vastità di sua mente. Prende in esso a formar
l'uomo, provvedendolo di quelle nozioni che gli son necessarie per
esserlo. Sulla scorta dell'antico e del nuovo Testamento gli porge
un quadro storico della sua religione. Perchè sappia il mondo, con un
piano di geografia gli fa conoscer la terra che abita, e lo scorge alla
contemplazione degli elementi, de' cieli, degli animali. Per informarlo
alla società, va filosofando su' vizj e sulle virtù; gli detta leggi
di ben parlare; gli addita l'arte di governar la repubblica. Questo
libro è ancora inedito nella lingua in cui fu scritto. I tempi ne
serbaron qualche prezioso esemplare nelle più insigni biblioteche
d'Europa: nella Vaticana cioè, e nelle regie di Parigi e di Torino.
N'ebbe il pubblico un'imperfetta traduzione italiana da Buono Giamboni,
quasi coetanea al suo originale. Il 1284. è l'altro punto di sicura
cronologia nella storia di Ser Brunetto. Sindaco allora del Comun di
Firenze con Manetto di Benincasa maneggiò una famosa alleanza tra'
Fiorentini i Genovesi e i Lucchesi, diretta ad umiliare i Pisani. Egli
presedè in Firenze al congresso che si tenne nella Badia co' Sindaci
di Lucca e di Genova; e sotto le sue viste politiche si stabiliron
le convenzioni di questa lega. Buon cittadino tutti sempre consacrò i
suoi talenti alla felicità della patria. Per lui risorsero in Firenze
gli studj de' rettorici insegnamenti, e della morale filosofia.
La lingua latina vi riprese per lui una gran parte del suo antico
splendore, e v'acquistò l'italiana una più nobil forma e una più
vasta estensione. Il suo genio gli fu di scorta a ricercar le scienze
negli scritti della dotta antichità, e il suo profitto lo rendè lo
stupore e l'ammirazione di tutti. Sono un prodigio i molti e grandi
elogi che la storia letteraria riempion del nome suo. Gran filosofo,
gran rettorico, gran politico. I fasti della patria non parlan di lui
se non col più alto rispetto. Uomo eccellente, uomo sommo; padre e
maestro della fiorentina letteratura e della fiorentina repubblica,
è il tuono ond'è concordemente acclamato. Di questa fu segretario,
ossia dittatore. Ebbe ella a godere d'aver collocato in sì grato
figlio le sue beneficenze e i suoi onori. Ei si vergognò che sterili e
infruttuosi si rimanessero in lui. Co' lumi pertanto d'Aristotile andò
mostrando l'arte della retta amministrazion dello stato; e impiegò le
sue industrie in perfezionarne il governo. Scrisse Brunetto diverse
opere, quanto rare altrettanto pregiate fra' letterati. Tra quelle è
la Chiave del Tesoro, e la Rettorica di Tullio, ch'illustrò colle sue
riflessioni. Alla sua mente creatrice deesi l'invenzione delle Terze
Rime, in cui scrisse il Pataffio; e in cui porse a Dante un modello per
la Divina Commedia. Del Pataffio e del Tesoretto parleremo a suo luogo.
Altri scritti a lui attribuiti non reggendo alla più esatta critica,
li lasciamo fragli apocrifi o dubbj. Tale si è l'Etica d'Aristotile,
che credesi non altro essere se non una parte del suo Tesoro. Tante
cognizioni traeano a lui la gioventù Fiorentina per direzione e per
guida. Dante Alighieri e Guido Cavalcanti sono due de' suoi discepoli
più rispettabili; e che rendon più venerabile la memoria del lor
maestro. Gloriosa è la testimonianza del primo, che in lui prometteasi
un aumento di _conforto_ per la Divina Commedia, se fosse più a lungo
vivuto. Chi legge Brunetto scorge i primi lumi, ch'influirono in
Dante. Non è da dissimularsi però che questi riprende talvolta come
volgare lo stil del Latini. Ma le mire di questi eran di scrivere al
popolo: così richiedendolo o il soggetto satirico ch'avea per mano, o
l'impegno della comune istruzione. Il suo nome intanto si dilatò per le
Corti, che con onori singolarissimi mostraron qual conto si facesser
di lui. I Re di Napoli si distinser fra tutti, accordando all'arme
sua gentilizia l'onor del _Rastrello_, distintivo de' cadetti della
real Casa di Francia. Perseo, unico figlio da se lasciato, spiegò il
primo sì onorifica insegna. Morì Brunetto nel 1294, sebbene per una
dubbia espressione di Gio. Villani molti riferiscano la sua morte al
1295. Un codice della Magliabechiana osservato dal Mazzuchelli decide
il litigio di quest'inutil cronologia. Fu sepolto in Firenze nel
chiostro di S. Maria Maggiore de' Carmelitani della Congregazione di
Mantova. Fino a questi ultimi tempi s'osservarono i vestigi del suo
nobil sepolcro sostenuto da quattro colonne; su cui scolpite vedeansi
le sei rose, che formavan l'impresa di sua famiglia. Il celebre
Giotto impiegò il pennello a perpetuarne la sensibile immagine. Per
un illustre ristorator delle lettere non dovea adoprarsi se non quel
famoso ristoratore della pittura. Il ritratto fu collocato nella
cappella del palazzo del Potestà, come quello del padre più augusto
della Repubblica. Fu di professione notajo. I Toscani han creduto di
non doversi depositare la pubblica fede, se non in mano di persone
nobili, superiori alle frodi e alla cabala. Fecondo di motti piacevoli
e spiritosi era la delizia delle più gaje conversazioni. In esse
piacevole ed officioso con tutti, sebben venisse dalla sua filosofia
animato all'austerità. Era veramente da bramarsi che lo splendor
d'una vita così gloriosa oscurato non fosse da alcuna macchia. L'umana
debolezza l'abbassò ad una vergognosa scorrezion di costume. Dante,
quel suo discepolo benemerito, non potè risparmiargli un posto fra' rei
d'infame peccato._
NOTIZIE LETTERARIE
DEL PATAFFIO.
_Molti han parlato del Latiniano Pataffio, come d'un articolo di
recondita erudizione. Nascosto fin qui tra' manoscritti più rari, a
pochi si dette a vedere, poteron pochissimi impegnarsi ad intenderlo.
Molto perciò non ci volle a stabilirsi, che fosse un'informe radunanza
d'antichi proverbj senz'ordine e connessione. Il sentimento d'un solo
potè facilmente servir di canone a' giudizj degli altri. Io non potea
persuadermi che potesse un Latini scriver parole senza vincolo di
sentimento. Non però si giunge sì tosto al compiuto trionfo d'una fatal
prevenzione. Ho io motivo di dolermene nel comento de' primi capitoli.
Piacque a Brunetto di morder con satirici sali le persone o i costumi
de tempi suoi. Piace alla satira l'oscurità de' gerghi de' motti
e degli equivoci. Si scelse quindi per questo scritto il titolo di
_Pataffio_: come se qual epitaffio antico non dovesse essere a portata
dell'intendimento di tutti. Il saper _lejere li antichi pataffj_
contavasi fralle doti più singolari del famoso Cola di Rienzo. Che sian
però nel Pataffio _migliaja di Vocaboli motti proverbi riboboli: e oggi
di cento non se ne intenda pur uno_; sarà certamente un'esagerazione
del Varchi._
_Francesco Ridolfi ad istanza d'Alessandro VII. s'accinse il primo a
comentare quest'arduo componimento. Cotesto esemplare si serba inedito
in Roma nella Ghisiana cod. 2050. Ne trasse di sua mano una copia
Gianantonio Papini illustrator del Burchiello. Questo è il codice[1]
a cui mi sono appellato. Un siffatto lavoro non dovea lasciarsi
intentato dall'Abb. Salvini. Era esso per verità assai analogo al di
lui genio. Il suo originale divenne ornamento della Severoliniana.
Che l'annotazioni del secondo sieno e più copiose e più pellegrine
di quelle del primo, è una dell'autorevoli decisioni de' giornalisti
d'Italia. L'osservazioni del Salvini non sogliono passar più in là d'un
vocabolo. Mira il Ridolfi ad internarsi nello spirito del Poeta; e si
mostra persuaso, che non fosse il Pataffio un disordinato accozzamento
di sole parole._
_Servan due lettere a terminare queste notizie. La prima, sarà un
attestato della mia diligenza. La seconda concilierà all'edizione il
ben dovuto rispetto. In questa mi son presa la libertà di troncare
ciocchè sarebbe ripetizione riguardo a Brunetto._
_Illustriss. e Reverendiss. Signore_
Mi trovo nell'impegno d'assistere a una ristampa del Parnaso Italiano,
corredandolo di notarelle, ove lo richieda il bisogno; e rifondendone
le vite degli Autori. Ho già compito il Petrarca. Adesso questo Sig.
March. Tontoli ha somministrato un moderno manoscritto del Pataffio di
M. Brunetto Latini illustrato con note del Salvini. Esse non bastan
però all'intelligenza del testo. Questo Libraro che fa la spesa
dell'edizione, ha sparsa la voce della produzione di questo opuscolo
inedito, e n'ha eccitata non poca fame. Vorrei io corrispondere al
pubblico desiderio. Ma mi sgomenta la poca autenticità dello scritto
e la mia inabilità d'attingerne il senso. Temo il giusto rimprovero
di produrlo adulterato. Prevedo un'inevitabile disuguaglianza nello
spiegare alcuni passi, e lasciarne altri nascosti al mio medesimo
intendimento. Ecco ciocchè mi fa ardito ad incomodarla; presentando
intanto al suo esame uno squarcio del primo capitolo per riportarne il
suo giudizio e pregarla de' lumi suoi; giacchè so certamente che non
potrei a miglior oggetto rivolgermi. Sopra un tale riflesso scuserà la
mia animosità. Mi sarebbero poi preziose le sue cognizioni relative
alla storia dello Scrittore. Ed oh potessi essere nella comodità
di consultarla sulla dilucidazione di tanti continui passaggi d'una
poesia, ch'appunto avrebbe bisogno d'una man sì maestra! Io intanto
rinnovando le più umili scuse, ho il vantaggio di ripetermi a tutte
prove
Di V. S. Illustriss. Reverendiss.
Napoli S. Maria in Portico 5. Maggio 1789.
_Umiliss. Ossequiosiss. Servidore_
Luigi Franceschini
Della Congreg. della Madre di Dio.
_Molto Reverendo Padre_
Le moltissime occupazioni che presentemente m'opprimono, fanno sì che
io debba tumultuariamente rispondere all'umanissima sua de' 5. stante,
in cui mi ricerca di qualche schiarimento sopra il Pataffio di Brunetto
Latini.....
È da vedersi Gianantonio Papini nelle lezioni sopra il Burchielli
stampate in Firenze per Bernardo Paperini nel 1733., ove nella
prefazione a pag. 27. parlando della poesia detta alla burchiellesca,
e d'un Sonetto di Franco Sacchetti su questo gusto, soggiunge;
„Questa sorta di componimento maneggiata e condotta viene per mezzo
di antichi proverbi, e strani vocaboli, di molti de' quali perduta è
la significazione, chente e quale è il celebre Pataffio di M. Brunetto
Latini.“ ec.....
Vengo ora all'illustratore del suddetto Pataffio, che fu Francesco
Ridolfi gentiluomo Fiorentino, benemerito della celebre Accademia
della Crusca col nome di _Rifiorito_. Trovandosi in Ferrara Maestro di
Camera del Cardinale Sigismondo Ghigi Legato, fecesi ammirare in quelle
Accademie con i suoi poetici componimenti. Servì anche in Napoli il
di lei Eminentiss. Arcivescovo Cardinale Pignatelli, da lui lasciato
pochi giorni prima che assunto fosse al sommo Pontificato sotto il
nome d'Innocenzo XII. sotto il di cui governo morì, essendo stato pure
Canonico di S. Maria in via Lata in Roma.
Corresse gli Ammaestramenti degli Antichi raccolti e volgarizzati
da Fra Bartolomeo da S. Concordio Pisano dell'ordine de' Frati
Predicatori; ridotti alla vera lezione, col riscontro di più testi a
penna, dal Rifiorito Accademico della Crusca, al Sereniss. Cosimo Duca
di Toscana. I compositori del Vocabolario della Crusca si sono serviti
degli Ammaestramenti, nell'ultima edizione di detto Vocabolario.
Comentò l'anno 1666. il Pataffio di Ser Brunetto Latini, che
manoscritto trovasi nella Libreria Ghisiana cod. 2050. come rapporta il
Giornale de' Letterati d'Italia art. 3. del Tom. 24.
A dì 16. Maggio 1657. furono fatte nella Basilica Laurenziana di
Firenze solenni esequie a Ferdinando III. Imperatore, ove fece
l'Orazione il nostro Francesco Ridolfi, come si ricava da alcuni
ricordi di Michele Ermini, Mss. nella Strozziana, ed ora nella
Magliabechiana.
Ne parla Anton Magliabechi nelle sue schede Mss. nella pubblica
Libreria Magliabechiana. Salvino Salvini Canonico Fiorentino ne tratta
ne' Fasti Consolari dell'Accademia Fiorentina, essendo il nostro
Francesco riseduto Console dell'Accademia suddetta.
In questa selva di notizie che ho l'onore di parteciparle potrà
rilevare ciocchè fa al suo bisogno; e farà un bel dono alla Repubblica
Letteraria dandoci il Pataffio coll'illustrazioni del mentovato
Ridolfi, che giungeranno affatto nuove. Godo di questo felice riscontro
per rinnovarle la mia servitù: mentre ansioso de' suoi ulteriori
comandi col più distinto ossequio mi protesto
Di V. P. R.
Firenze 19. Maggio 1789.
_Devotiss. Obbligatiss. Servitore_
Angelo Maria Bandini.
PATAFFIO
DI MESSER BRUNETTO LATINI.
CAPITOLO PRIMO.
Squasimodeo, introcque e a fusone
Ne hai ne hai pilorcio, e con mattana;
Al can la tigna; egli è un mazzamarrone.
=Squasimodeo:= per dio; voce contadinesca. =Squasimodeo, ch'ella
mi par pur bella.= Pulci Bec. 23. Il Salvini intende: =scusimi
Dio=, =salvo mi sia=.
=Introcque=; intanto; dal Lat. =intra hoc=. Dante Inf. 20. =E
andavamo introcque=.
=A fusone:= in gran copia, a bizzeffe; dal Lat. =ad effusionem=.
=Ne hai ne hai:= s'intende de' denari secondo il prov. =Chi non ha
non è=. Ne hai, e tanti ne hai che te ne vien la =mattana=; ch'è
una noja prodotta da non sapersi che fare. =Che mojam di mattana,
e crepiam d'ozio=. Malm. 1. 18.
=Al can la tigna:= prov. per significare che niuno dee lamentarsi
de' mali che derivano dal suo medesimo naturale, come ne' cani
la tigna. Gli sta bene che lo tormentino i denari; giacchè è così
=(mazzamarrone)= babbeo, che non se ne sa veder bene.
La difalta parecchi ad ana ad ana
A cafisso, e a busso, e a ramata:
Tutto cotesto è della petronciana.
=Difalta:= sproposito, bestialità. =Ad ana ad ana:= in ugual
porzione; termine medicinale. Vai manipolando le tue bestialità,
una non men grossa dell'altra.
=A cafisso= ec. vale tutto alla disperata, a botte da orbi.
=Cafisso:= capo fisso, basso. =Ramata:= pala di vinchi per colpir
gli uccelli al frugnuolo.
=Petronciana:= frutto perlopiù di color violaceo, detto ora
=petonciano=. Lat. =mela insana=. Leggesi Nov. Ant. 34. 1.
=Maestro Taddeo trovò che chi continuo mangiasse nove dì
petronciano, diventerebbe matto=. Dunque =tutto cotesto= è effetto
della tua pazzia.
Bituschio, Scraffo, e ben l'abbiam filata
A chiedere a balante, e gnignignacca
Punzone, e sergozzone, e la recchiata.
=Ben filata:= abbiam veramente fatto assai a stuzzicare questo
=gnignignacca=.
=Balante:= uomo inconcludente; forse dal Lat. =balans=, pecorone.
Balante è pure un soggetto romanzesco de' Reali di Francia.
=Gnignignacca:= vale pure uomo inetto. Avverte il Ridolfi che
volendosi significare l'inettitudine di uno, si dica: =E' mi fu
intorno du' ore, e gni gni gni non raccapezzava mai nè io nè esso
quel ch'ei volesse=.
=Sergozzone:= quasi soggozzone, pugno dato sotto il mento.
=Recchiata:= cioè orecchiata, tiramento d'orecchie.
Bindo mio no, che l'è una zambracca:
In pozzanghera cadde il muscia cheto;
E pur di palo in frasca, e bulinacca.
=Zambracca:= meretrice; da =zambra=, camera.
=Il muscia cheto:= quella gatta morta c'è già data dentro a
cotesto pantano.
=Bulinacca:= una delle più cattive erbe, che nasce da cipolla
puzzolente. Vuol dire ch'il merlotto girando e rigirando andò
giusto a cader nel peggio, cadendo in cotesta donna.
Io mi vo ciacchillando, e non fo eto;
In confrediglia andiam garabullando;
Pisciata l'ha chi fugge pe 'l faeto.
=Ciacchillando:= voltandomi e rivoltandomi come fa il ciacco, cioè
il porco. =Non fo eto=; non faccio un =et=, non ne cavo niente.
=Confrediglia:= combriccola di gente poco buona. =Garabullando:=
ingarbugliando, ingannando.
=Pisciata l'ha:= l'ha indovinata chi n'è fuggito =pe 'l faeto:=
cioè per mera paura; chi alla puzza s'è accorto subito dall'aria
cattiva.
Punta nel legno, e va dimergolando,
E no 'l farebbe nacchi; e a schimbeci
A dio riveggio va dirupinando.
=Dimergolando:= va dimenando il chiodo piantato nel legno, eppur
non gli farebbe far =(nacchi)= cricch; cioè non lo smuoverebbe un
tantino.
=A schimbeci:= a traverso, per le rotte. A =Dio riveggio=; in
precipizio; come a =babboriveggioli=, quasi andare a rivedere il
babbo nell'altro mondo.
Egli ha cotte le fave il lavaceci;
E sarà cuccuin: va egli al lecca?
Egli è 'l gran Ser Mazzeo, e Capodieci,
=Ha cotte le fave:= par ch'equivalga al prov. =addio fave=; il
caso è disperato, il botto è fatto. =Cuccuin:= forse dal Francese
=cocu=, cornuto, becco. Salvini.
=Al lecca:= il Ridolfi legge: =all'esca=; va dove lo tira
l'appetito.
=Ser:= titolo de' notari: =Mazzeo:= persona caratteristica nota
in que' tempi. Nel volgar Fiorentino è usitatissimo il trar de'
modi di dire dal carattere di certi soggetti noti fralla plebe.
Per esempio: =Il guadagno del Tinca=. Perchè costui, dice il mio
P. Paoli, vendea le frittelle allo stesso prezzo, che le comprava;
contentandosi di sol leccarsene le dita. Ma di molti se n'è poi
perduta memoria; e n'avrem diversi esempj nel Pataffio.
Borbotta, cionca, millanta, e contecca
Contorno cuticagna, e chiappuzino
Allichisato, che sempre la becca.
=Contorno cuticagna:= scherza sulle prime sillabe =co cu= per
ridargli del cuccuino.
=Allichisato:= da =allichisare=, perdere il tempo invano. Questa
terzina manca nel codice del Ridolfi.
Lasciam'andar giù l'acqua per lo chino:
Tu gli hai di bazza, non lo smozzicare
A bacchio, a micca, a gratta 'l cul Giannino.
=Hai di bazza:= gli hai fatto un colpo, che non era da sperarsi;
metafora tolta dal giuoco de' trionfini. Quando la carta =non è
presa nè con trionfo, nè senza, è di bazza:= Menag.
=A bacchio:= alla peggio; dal bacchiar le noci, che si fa senza
discrezione. Lo stesso valgono =a micca=, e =a gratta 'l cul=.
Catellon catellon non abbajare,
Che se' inciprignito, e stramazzato.
Vuomi tu gherbellir? non cespicare.
=Catellon catellon:= cagnaccio che se ne va quatto quatto facendo
il fatto suo. Quindi in prov. =Catellon catellone se ne va, e
torna al Piovano=. Sacch. Nov. 118.
=Inciprignito:= indiavolato, con faccia arcigna com'una capra.
=Stramazzato:= stralunato, fuor di se.
=Gherbellir:= ghermire, dar di mano. =Non cespicare:= non
inciampare, bada a te.
Tu se' fancel marin, garzon bollato:
Non tutti quei, che gridon sia sia:
Egli è un bebo, e fu aggratigliato.
=Fancel:= tu sei un fanticello di marina, o di galea. =Garzon
bollato:= una birbacchiola marcata dal boja, perchè tutti
t'abbiano a conoscere.
=Sia sia:= come =amen amen=. Non tutti que' che dicon =domine
domine ec.= e vi ci sottintende. =son buoni=. In fatti costui =è
un bebo=, cioè un becco; dal belar delle pecore.
=Aggratigliato:= fu ben serrato in una carcere. Detto dalle
graticole o ferrate delle prigioni.
Io non ho fior nè punto, nè calia,
Minuzzol, nè scamuzzolo: sta masso,
Ritenso con rimeggio, e ricadia.
=Io non ho fior ec. nè scamuzzolo:= tutti modi per significar la
minima parte di qualsisia cosa. Io non ho un briciolo di cervello.
=Sta masso:= sta sodo. Onde in modo basso: =Star sodo com'un
travertino=.
=Ritenso:= ritenuto; sta sulle tue =con rimeggio=, o sia
=remeggio=, quasi con remi tesi, con cui si rompe il corso
dell'acqua. =E ricadia:= e con ritegno. =Aver ricadia= si dice
di coloro, i quali perchè apprendono, così non operano se non con
ritegno.
E spalancato gli è di palo il passo;
Tu m'hai ben raffilata la ghiandaja;
Io non farei a parlacocco un asso.
=Spalancato ec.= dice il Ridolfi che il sentimento di questi due
versi è tale, che meglio sia il tacerne che il dirne. =Palo= è
anche un piccolo luogo di sbarco della spiaggia Romana.
=Io non farei ec.= son così sfortunato, che non mi riuscirebbe mai
un buon colpo. =Parlacocco:= sorta di giuoco.
Or tu ti mostri delle sei migliaja;
Egli è casalananna, e dice duto:
Non t'affannar, ch'egli 'l vedrebbe naja.
=Ti mostri ec.= vale quanto =delle cento miglia=. Fai il balocco,
come se non avessi capito. =Il Gonnella udendo la proferta
s'allegrò dentro; e di fuori si mostrò delle cento miglia=. Sacch.
Nov. 211.
=Casalananna:= egli non è mica un bambino. Vien forse, dice il P.
Paoli, da =sa la nanna=; cantilena delle balie. =Dice duto:= sa
dir Dio t'ajuti. Salvini.
=Egli 'l vedrebbe naja:= non ti pigliar pena: provar che l'è un
furbo, perchè lo conoscerebbe un nanni, un cieco.
Egli è cenato, e par pur un piovuto;
Più vago n'è, che la scimia de' granchi:
Pappa, diluvia, e io te ne rifiuto.
=Piovuto:= cotto fracido dal vino; Lat. =madidus=.
=Più vago n'è:= intendi del vino, di cui è tanto ingordo che si
cuoce come una bertuccia.
=Diluvia:= diluviare si dice d'un mangione, che divora.
Tre d'accia, e due di porro tu abbranchi;
E non gli crocchia il ferro a Vincolenza:
Egli è al verde con dolci arri granchi.
=Tre d'accia ec.= detto di chi avendo per le mani cose
disparatissime, ne confonde una coll'altra. =Accia:= matassa di
filo.
=Non gli crocchia il ferro:= detto di chi è bravo di sua persona,
e non teme. =Vincolenza:= forse un paese, in cui nell'occasioni
ben s'adoprasse il ferro. Ridolfi.
=Egli è al verde:= ha dato fondo a tutto il suo. =Arri:= arri
là, va là; voci de' vetturali per istimolare gli asini al corso.
=Granchi:= dicesi d'un avaro =ha il granchio alle mani=. =Egli è
divenuto miserabile con tanto pungolar l'avarizia=.
In un barlonco andai, e pesca' lenza;
Leal faina se', non far la ghega;
Or va moltoso, e schifo in contenenza.
=Barlonco:= specie di barile, qui per picciolo stagno. =Pesca'
lenza:= non presi niente; perchè lenza in gergo furbesco significa
acqua. Ho perduto il tempo.
=Leal faina ec.= non fare il sempliciano, che sei un tristo.
=Faina:= animal rapace e scaltro. =Ghega:= beccaccia, uccello
innocente.
=Contenenza:= per contegno. =Della statura e contenenza
dell'Imperadore=. Franc. Sacch. 18.
Egli è al cul del sacco, e là si frega;
Ne' bucini non entra il falimbello;
Ed in parroffia van ch'han fatto lega.
=È al cul del sacco:= è arrivato all'ultimo del mandar male la sua
roba. =E là si frega:= e là si spassa a scuoter questo sacco voto.
=Bucini:= sorta di reti da pescare, larghe a principio e strette
in fondo. =Falimbello:= sorta d'uccello, allusivo ad uomo vano e
leggiero. Vuol dire, chi chi non è messere non c'incappa.
=In parroffia van:= vanno in brigata; da parrocchia, unione di
molti. =Arcita entrò con tutta la parroffia.= Bocc.
Isceverare striscia e scartabello,
Tromba da Vico; il bizzarro scamoja,
E buffa all'aglio, e dagli un bucconcello,
=Isceverare:= metti pur da parte, va pur raccogliendo ogni
minuzzolo, ogni pel di notizia, o =tromba da Vico=. Il Boccaccio:
=Giovani di tromba marina=, susurroni, disseminatori di novelle
infamanti.
=Scamoja:= fugge a gambe levate. =Buffa=: fa delle baje.
=All'aglio:= giuoco de' fanciulli simile alla =cieca mosca=, oggi
=becca l'aglio=, in cui il fanciullo bendato corre dietro agli
altri per prenderli. Il preso si conduce in mezzo, e gli si dice:
=Che sei tu venuto a fare in piazza=? Ed egli risponde: =A beccar
l'aglio=. E quegli battendolo sopra una spalla, soggiunge: =O
beccati cotesto=. Quindi si può intendere: =dagli un bucconcello=,
cioè una percossa, forse sulla bocca.
E ne fa gran burbanza, e falamoja:
Da occhi abbiam fatt'acqua, eccoci frate,
E tu se' di cassetta una gran gioja.
=Ne fa gran burbanza:= e il peggio si è ch'ei se ne fa gran boria.
=Salamoja:= similmente nel Malm. 8, 26. =Acciocchè i versi suoi
sieno immortali Porgli fra sale e inchiostro in salamoja=.
=Da occhi abbiam fatt'acqua:= dicesi far acqua da occhi, quando
non riesce di rimediare a niente.
=Cassetta:= dove si raduna la spazzatura e l'immondezza. Quindi si
capisce che =gran gioja= si fosse costui; una gioja di cassetta,
uno stronzo.
Là oltre elle si son raffazzonate
Giubbo, tallero, e zugo tal festuco,
Iscalaverna, e l'oche impastojate.
=Raffazzonate:= raffazzonarsi con uno si dice talvolta per
accordarsi con lui, aprir seco corrispondenza
=Giubbo ec.= son quattro voci di disprezzo, con cui si denominano
que' tali, di cui non si fa stima. Si ha =andare al giubbetto= per
andare alla forca. =Zugo:= è propriamente una frittella avvolta
sopra un fuscello, che per la sua forma di baccello diede luogo al
modo di dire: =Rimanere un zugo=; cioè restar com'un minchione.
=Iscalaverna:= pensa il Ridolfi che possa essere un peggiorativo
di =caverna=. Ma qui non potrebbe aver luogo. Dico essere un
peggiorativo di =Laverna=, deità protettrice de' ladri; presa
anche pel ladro stesso.
=Oche impastojate:= uomini dappoco, ch'in qualunque minimo affare
si trovano intrigatissimi.
Brollo biotto egli è, brullo e caluco:
Deh pecora margiolla va costinci,
E cui frolle in canestro, e bruco bruco.
=Brollo e brullo:= arso; dal Franc. brulè: cioè arso e asciutto
di quattrini. Così =biotto e caluco=; quasi =bigotto e caloscio=,
cioè ch'è dato giù.
=Pecora margiolla:= pecora rognosa, marcia.
=Canestro:= con equivoco scherzoso è stato detto per brache. =Vede
le calze sfondate al maestro, E la camicia ch'esce del canestro=.
Bern. Rim. =Frolle:= che sia frollo, macero. =Bruco bruco:= mal in
arnese, cui cascan gli stracci da dosso.
Tu mi fai nefa, levati da quinci:
S'aggravò Screzio a gara, e schizzinoso
E' favella a Ser Poltro, e fa del pinci.
=Mi fai nefa:= tu mi dai noja, va via.
=Favella a ser Poltro:= parla con chi non si muove, con un
poltrone. =Fa del pinci:= fa il locco, da =pincio=. Lasc. Rim. =E
qui rimase alfin pincon pincone=.
Isbucciati, e non far dello stizzoso;
Egli mi porta broncio, e non ha zazza:
Digrigna un micolino smanzieroso.
=Mi porta broncio:= mi porta il muso, sta meco ingrugnato. =Non ha
zazza:= forse non ha niente. Presso il Boccaccio s'ha =zazzeato=
per ozioso, scioperato. =Andando il Prete di fitto meriggio or qua
or là zazzeato=. Nov. 72, 6.
=Digrigna:= quasi =digrugna=, cioè tempera un pocolino =(un
micolino)= il muso con un tantin di riso. =Smanzieroso:=
svenevole, con lezzi affettati.
Tu mi facesti bocchi, e non magazza:
Di non volere stimoli s'ingegna
La lima sorda vivendo di razza.
=Facesti bocchi:= tu mi facesti boccacce, piuttostochè bocca
graziosa, come mi farebbe =(magazza)= la mia ragazza; Franc. =ma
garce=. Salv.
=La lima sorda:= il ladro, che suol servirsi di siffatte lime. =Di
razza:= di rapina, di ratto.
E' calameggia, e sta 'n gota contegna;
Tra l'uscio e l'arca ciascun di lor fue:
Non piaccia a Dio, che 'l buon anno ti vegna.
=Calameggia:= sta a gote gonfie come chi suona il zuffolo, non
avendo altro che fare. =Sta 'n gora contegna:= significa pure sta
gonfio e pettoruto, sta in gravità.
=Trall'uscio e l'arca:= fu alle strette, fu trall'incudine e il
martello.
Cotesto non farebbe Cimabue,
Che dipinse nell'acqua il peto grosso:
Tre se ne dà Ser Guinizzo per due.
=Cimabue:= un degli antichi pittori. Ancor va in proverbio: =Non
la farebbe Cimabue, che avea gli occhi fodrati di panno=.
=Dipinse il peto:= uno che si bagni e che spetezzi, col far venire
le gallozzole dell'acqua a galla, fa visibile il peto. Salv.
=Tre se ne dà per due:= questo Ser Guinizzo è un notajo molto
accorto ne' fatti suoi. Comunemente =aver tre pan per coppia=
signifca saper trarre un notabil vantaggio da qualche affare.
Ridolf.
Ben avrei voglia de' botton dell'osso:
Tu se' in detta; deh pur pian barbiere
Quand'egli fiede nel bacino il cosso.
=Botton dell'osso:= aliossi, dadi. Avrei voglia di giuocare; ma
=tu se' in detta:= tu ti sei accordato a mettere in mezzo chi
giuoca.
=Cosso:= picciol tumore che viene in faccia.
Egli t'appiccò il fiasco il ciabattiere;
E pranzerebbe volentieri a squacquera;
Va in tregenda il cavalier micciere.
=T'appiccò il fiasco:= pose in pubblico i fatti tuoi, le tue
vergogne. Tolto dal fiasco, che si suol in Toscana appender per
segno delle cantine.
=Pranzerebbe a squacquera:= mangerebbe volentieri all'altrui
spese. Par che voglia dire, ch'ei sguazza quando può dir male
d'alcuno.
=Tregenda:= brigata notturna, che dal volgo credesi esser di
streghe o di morti. =Cavalier micciere:= cavalier che cavalca un
asino, un miccio.
Curra curra dicea la dolce pacchera,
Poi disse pica pica, e poi ve' tu;
E alla buona guelfa e fu suzzacchera.
=Curra curra:= voce con cui si chiamano le galline. =Pacchera:=
l'ho per soprannome di femmina detto per vezzo. Ridolf. Pacchera è
propriamente un uccello.
=Buona Guelfa:= donna de' Guelfi, del cui partito fu Brunetto;
=buona= perciò detta da lui. =Fu fuzzacchera:= le recò onta e
dispiacere.
La vaga forosetta disse: or du
Gotta, che dia a sta bestia felcina;
Ch'io ti farò, com'io fe' dianzi al bu.
=Or du:= or dunque =Bestia felcina:= bestia cornuta, avvezza a
mangiar felci.
Ben piscia Berta, ben pisciò Fiondina;
E gli cornan gli orecchi, e molto gracchia:
E l'ebbe appunto in su la beccatina.
=Ben piscia ec.= l'hanno indovinata, han fatto bene.
=Gli cornan gli orecchi:= gli fischian gli orecchi. Noi diciamo:
=Ben mi fischiavan gli orecchi=, quando ci accorgiamo che taluno
da noi lontano mormorava di noi.
=Su la beccatina:= averla sulla beccatina significa esser colpito
sul più vivo.
A gran gajaldo al barlume smiracchia
Al passo a Malamoco aggratigliato,
Alla ruffa alla raffa, ed abbatacchia.
=A gran gajaldo:= con gran gaudio, con brio. =Smiracchia:= aguzza
la vista per vedere, per ispiare quanto v'è di male.
=Passo a Malamoco:= luogo dell'Adriatico; vale passo cattivissimo.
=Aggratigliato:= imprigionato.
=Alla ruffa alla raffa:= è quando strappasi un all'altro una cosa,
intorno a cui son molti a pretenderci; che perciò =s'abbatacchia=,
cioè si sbatte qua e là alla peggio.
Cansati bizzocon, ch'e' t'ha alloccato:
Lodato sia San Pilpistro, e San Puccio;
Or non sellar, ma leva lo camato.
=Bizzocon:= fatti in là zotico ignorantone: giacchè =t'ha
alloccato=, t'ha allumato, t'ha adocchiato.
=San Pilpistro ec.= Santi inventati per dir nel burlesco un
equivalente di =lodato Dio=.
=Non sellar:= non metter la sella, ma deponi pur anche =lo
camato=, ch'è la bacchetta che s'usa da chi cavalca. È un modo
d'esprimer la sorte infelice di chi credendosi di migliorare
stato, peggiorò anzi dell'antica sua condizione.
Sonne fuor come Ughetto del Poltruccio:
Egli ha dato del culo in sul petrone;
Ben raccozzato egli è trezze e guarduccio.
=Del culo in sul petrone:= dicesi di chi è andato in rovina, è
caduto in miserie, ha fatto =cedo bonis=.
=Trezze e guarduccio:= pensa il Ridolfi dover dire =quartuccio=, e
che in gergo significhi =quattro=, come trezze valga =tre:= perciò
che siccome tre e quattro stan bene uniti, come numeri tra lor
vicini, così ben vadano insieme questi due malandati.
Facciamo a bella bargia, e a bel grillone:
Zoccoli in brodo! egli è Latin Calzari,
Agnardo, e Bella coscia di montone.
=Bella bargia ec.= sorta di giuochi insulsi. Giacchè oramai siamo
spiantati, spassiamoci per consumar il tempo. Di costoro nel
poem. intit. La compagnia di Belfiore: =Basta ch'e' sappian cantar
quella rima Di giorno e notte, di mattina e sera, Fa la là, li la
là, la li, la lera=.
=Zoccoli in brodo:= è un'esclamazione solita profferirsi al
sopraggiunger d'una persona, di cui si parlava male. Lat. =lupus
est in fabula=. Oggi: =Co' zoccoli=! per coprire un certo più
sconcio intercalare.
=Agnardo e Bella coscia ec.= secondo il Ridolfi sono soprannomi
plebei di due persone, che sopraggiungono insieme con Latin
Calzari.
Uno sfolgoro ci ha: pazzi e denari;
Egli trasogna, e sta a canna badata:
Fate agl'ingoffi, che siete di pari:
=Uno sfolgoro:= un'immensa sfolgorata distanza v'è tra =pazzi e
denari=; non potendo far roba se non chi ha senno. Così =spese
sfolgorate=.
=Trasogna:= farnetica. Sogna quattrini chi quattrini non ha. =Sta
a canna badata:= sta a bocca aperta come chi desidera, e sta a
bada.
=Agl'ingoffi:= a musoni, a pugni. Vedetevela insieme, che siete
spiantati e pazzi ugualmente.
Pisciaci su donna Berta arroncata.
=Pisciaci su:= dacci di naso, la cosa è fatta. Arroncata: forse
grinza, da =arroncare=, sarchiare; o storta, da =ronca=.
CAPITOLO SECONDO.
Egli è sbandito il becco, e 'l magaluffo;
E pillottami dentro a chicchirlera:
Non traligno, e stordito non l'acciuffo.
=Magaluffo:= quasi =magaluppo=. Si dice =galuppo= ad uomo di vil
canaglia e mal in arnese.
=Pillottami:= pillottare è gocciolare sull'altrui carne grasso o
cera bollente. =Chicchirlera:= beffa, burla. Colle sue bajate mi
fa arder di rabbia.
=Non traligno ec.= io la fo da par mio ; è per certo che non da
sbalordito o da messere io l'afferro pel ciuffo.
Deh! non ne far così gran sugumera,
Ch'io ho pieno il bustaccio a maccabeo:
Aggaffala, ch'ell'è buona gemmiera;
=Sugumera:= è una boria caricata; oggi =sicumera=. Per amor di Dio
non ne menar tanta boria.
=A maccabeo:= io ne son pieno a crepapelle, fino a non poterne
più. =A macca:= in abbondanza.
=Aggaffala:= acchiappala. =Egli è pure una strana cosa, che
questi poveri mariti non posson trarre un peto, che non abbian sei
persone che gliene ricolgano=. Firenz. Luc. =Gemmiera:= per gemma.
Io non starò più punto al batasteo;
Non ne farei un tomo in su la paglia:
Tu t'hai a dar pacin, fa voto a Deo.
=Al batasteo:= in gergo secondo il Salvini per dire: Io non istarò
più punto a batostare, a contrastare.
=Tomo:= capitombolo. Tanto poco me ne curo, che non farei un
capitombolo sulla paglia.
=Dar pacin:= darti pace. Il Boccaccio ne derivò un nome per un suo
personaggio.
Ardingo, 'l nuoto andrà ben di rigaglia,
Or va di notte; e non menare il cane,
Ghiotto tralinto a bilenco sparpaglia.
=Il nuoto ec.= andrà il negozio a maraviglia bene e
vantaggiosamente. Si dice: =io nuoto nel grasso=. Significa poi
=rigaglia= quell'utile che si ricava dalle possessioni oltre al
pattuito, e di là da quel che si potea aspettare.
=Or va di notte:= si legge Esposiz. di Vang. =Notte si è detta da
nuocere=. Quindi potrebbe intendersi: Or va male.
=Non menare il cane:= crederei potesse equivalere a =non menare i
denti=; non menar tanto le gengive, non mangiar tanto.
=Tralinto:= ghiotto bisunto. =A bilenco:= a gambe storte e
squatrasciate. =Sparpaglia:= disperge. =Chi per se raguna, per
altri sparpaglia=. Sacch. N. 188.
Battisoffia, bedame, e berghinzane,
Ciurmati baldamente il bugigatto:
E scocossato a pian passo rimane.
=Battisoffia:= è quel batticuore cagionato da improvvisa paura:
qui per uomo pauroso; come se dicesse: O poltrone vigliacco.
=Bedame e berghinzane= son titoli d'ugual significato, di cui
carica pure questo codardo. =Bedame:= forse bedale secondo il
Ridolfi, soldato di poco conto. =Berghinzane:= da berghinella, vil
femminetta.
=Ciurmati:= fatti un incantesimo al =(bugigatto)= pertugio; quasi
buco di gatto.
=Scocossato:= sbattuto e ribattuto; Lat. =succussatus=. =A pian
passo rimane:= pur non gli va male, cade in piè com'i gatti.
Egli è una trombetta, egli è mal gatto;
Per Pentecosta rimese le penne,
Diviatamente e' fia da polli imbratto.
=È trombetta:= va dappertutto predicando i fatti altrui. =È mal
gatto:= è un furbo.
=Rimese le penne:= si rifece, si riebbe. =Diviatamente:= a
dirittura, ben presto. Oggi nel volgar Fiorentino =diviato=.
=Imbratto:= beverone di crusca che si dà a' porci, o a' polli.
Tornerà ad esser crusca da dare a' polli.
E genti senza senso dicon menne:
E' mi comincia a tremare i pippioni:
Non è transita l'otta, e non ci venne.
=Dicon menne:= come volesse dire: Un castrone dice castrone
all'altro. =Menno:= mutilato, o sbarbato.
=Tremare i pippioni:= aver gran paura; modo basso. =Pippione:= per
testicolo.
Saldi alla pettinella: scerpelloni,
E volta tema, e sta accoccolato;
Alzò le berze, e mostrolli i tornoni.
=Saldi alla pettinella ec.= stiam fermi al punto, teste
sbalestrate e volanti. =Pettinella:= è la fiocina, che si lancia
a' pesci dopo aver loro ben diretto il colpo.
=Scerpelloni:= spropositi madornali; dall'andar torto delle serpi.
Come dicesse: Vomita cento farfalloni; nè mai sta al proposito;
=volta tema=, cambia discorso.
=Berze:= le gambe. =I tornoni:= non può aver che un sucido
significato.
Pur bubbola starà a guaraguato:
E via vocata io feci del cocuzzolo:
Rannicchiati ricente, e bestrugiato.
=Bubbola:= uccello che perlopiù dimora fralle lordure; qui detto
ad uno per titolo ingiurioso. =A guaraguato:= stare a guaraguato,
vale star nascosto per espiare i fatti altrui.
=Via vocata=; via via, incontanente. Cosi =tutta vocata=
per tuttavia si ha nel volgarizzamento di Lucano. =Feci del
cocuzzollo:= feci capolino; essendo =cocuzzolo= la sommità del
capo.
=Bestrugiato:= non si può indovinar cosa significhi. Congettura il
Ridolfi che possa voler dire =strapazzato=.
Un botto caddi, ed uno stoscio al bruzzolo:
Rimorchi! tu non sai mezza la messa:
Deh non far grotte ch'io me ne scompuzzolo.
=Uno stoscio:= oggi uno =stroscio=, quel rumore che fa una cosa
cadendo. =Bruzzolo:= il crepuscolo della mattina o della sera.
Onde volgarmente: =Levarsi al bruzzolo=.
=Rimorchi:= il Ridolfi l'ha per una parola enfatica, come
=cappita!= Infatti si ha dal Varchi che =rimorchiare è verbo
contadino, e significa dolersi ec.=
=Tu non sai mezza la messa:= tu sei poco informato, tu non sai
quel che ti dica. È un modo di dire.
=Non far grotte:= non aggrottar le ciglia, non far faccia brusca.
=Scompuzzolo:= me ne sconcaco dalle risa.
Babbo mamma; Roma e toma, e Tessa;
Egli è un bizzocone, e un bacheco,
E 'n su le squille trovò la Contessa.
=Babbo ec.= è tutto un bisticcio per dir di uno, che non si sa in
che dia, che =non dà nè in busso nè in basse=. Pare un bambino che
cinguetti babbo e mamma; promette =(Roma e toma)= mari e monti,
poi finisce in ceci. =Tessa:= mona Tessa a presso il Boccaccio.
=Bizzocone:= un pinzocherone, uno stolido bacchettone. =Bacheco:=
un baccellone, un baggeo.
=Sulle squille:= sull'alba o sulla mezza notte, quando suonano le
campane. =La Contessa=; quella di Civillari, di cui il Boccaccio:
=Erano allora per quella contrada fosse, nelle quali i lavoratori
facean votar la Contessa a Civillari per ingrassare i campi loro.
Alle quali come Buffalmacco fu vicino, di netto col capo innanzi
il gettò in essa=. 8. 9.
Poi ricevette lo danajo dal Greco,
Per fisima, che venne al Zenzovino:
Pertinace la gongola sia teco.
=Danajo dal Greco:= un Fiorentino pronunzia =dana'=; donde la
giusta misura di quello verso. =Ricever danajo dal Greco= è
riportar danno, dove si dovea sperare utilità; solendosi avere
in mal concetto i doni de' Greci. =Timeo Danaos & dona ferentes=.
Virgil.
=Per fisima:= per capriccio. =Zenzovino:= crede il Salvini che
possa esser =zanzero=, giovine da solazzo.
=Gongola:= tumore che infesta la gola. =Pertinace ec.= ti
s'attacchi bene.
La favola mi par dell'uccellino
Se mai che sì; deh vienlo mazzicando;
Non ti darei un sol pelacucchino.
=La favola ec.= quel ripeter sempre lo stesso con un giro di
parole senza venir mai alla conclusione. Onde in prov. =La canzona
dell'uccellino, che non finisce mai: Se mai, che sì ec.=
=Vienlo mazzicando:= suonalo bene con una mazza, dagli bene.
=Pelacucchino:= non volerne dare un pelacucchino vale non volerne
dare nemmeno un'acca. =Lat. ne hilum quidem.=
E in dileguo spesso va frummiando,
Ed è nuovo arzigogol mal tecchito;
E per la niffa sta contrugiolando.
=In dileguo va frummiando:= va col pensire, errando per gl'immensi
spazj immaginarj, va freneticando.
=Arzigogol:= immaginazion fantastica, castell'in aria. =Mal
tecchito:= vano, infruttuoso. Onde si dice: =Non attecchisci
niente=.
=La niffa:= il muso, il grifo; onde =anniffare= per ingrugnarsi.
=Sta contrugiolando:= tutto finisce in trucioli, frutto del suo
mal umore. =Ridurre in trucioli= è ridurre una cosa in minuzzoli
inservibili.
Tu hai lasciato quel desco imbastito
Per ciccia coderina in gozzoviglia:
Del manico se' troppo riuscito.
=Desco imbastito:= tavola imbandita. =Ciccia coderina:= la carne
della coda stimata da' ghiotti pel miglior boccone. Hai rinunziato
a una buona tavola per rosicchiarti una coda co' tuoi compagnoni.
Hai lasciato il più per tenerti al meno.
=Del manico ec.= si dice ad uno che scappa in un'azione non
corrispondente all'idea, ch'aveasi del suo carattere.
Il cacastecchi e lagrima e bisbiglia;
E quest'è più che stajo su la chierma:
Egli è da Sciobbio, benchè s'arrubiglia.
=Il cacastecchi:= lo stitico, lo spilorcio. =Quest'Ilario mi
riesce fra mano una pillacchera e un cacastecchi=. Commed.
D'Ambra.
=Più che stajo:= quand'uno dopo una serie di spropositi cade in
qualche bestialità più madornale, si dice: =Oh questo ha colmato
lo stajo=. Forse =chierma= per =chierca=, capo. Come dicesse:
Adesso ha sul capo uno stajo piucchè colmo.
=È da Sciobbio:= usa la plebe Fiorentina per ispiegarsi
copertamente trar de' concetti da' nomi di alcuni luoghi. =Così
egli è da Levante= per dire che leva via quel d'altri. Non
altrimenti =è da Sciobbio=, che ha relazione e =scialbo=, pallido.
Ridolf.
=S'arrubiglia:= s'arrossisce. Il Boccaccio in lingua furbesca
disse =empiere il fiasco di vin rosso=.
Ella borbotta allo stecchetto ferma;
E sbonzola doman, ch'è berlingaccio.
Deh fistol venga a' rigattieri in ferma.
=Allo stecchetto ferma:= stando a stecchetto. Stare a stecchetto è
mangiar magramente, fare a miccino.
=E sbonzola:= e mangia poi a crepapancia dimani, che è
=(berlingaccio)= giovedì grasso.
=Terma:= contrada di Firenze, così detta dalle terme che diconsi
esservi state anticamente. Par che se la prenda co' rigattieri,
perchè comprando da costei, le dan campo di vendersi tutto per far
carnovale.
Io l'ho zombato com'un tovolaccio;
E zufolaigli dreto e zinghinaja,
E delle cacatesse in sul bustaccio.
=L'ho zombato:= l'ho battuto a più non posso, come si farebbe a un
tavolone, che non si risente.
=Zufolaigli dreto:= gli fischiai, gli dissi appresso cento male
parole; gli dissi esser come la =zinghinaja=, ch'è quella lenta
indisposizione, per cui non si è nè sano nè malato; e come le
=cacatesse=, cioè le male femmine, che struggono e consumano.
Pur domine mercè, Martin dall'aja,
Nè più mar nè più terra, e posa ciolo?
È mai sì, che no 'l farebbe naja.
=Nè più mar ec.= questo verso vuol esprimer l'inquietudine di
uno, cui paja che gli manchi sempre il terren sotto i piedi. Come
dicesse: Cosa è mai? Forse non vi sarà più nè mar nè terra, e
cascherà il =(ciolo)= cielo? Ma sì davvero, che niuno il farebbe
quel che tu fai.
Egli è diman post dì berlingacciuolo;
E voi vi dite il ver Madonna Uliva,
Chi non ha rocca s'impegni il figliuolo.
=Berlingacciuolo:= il giovedì che precede t giovedì grasso: oggi
=berlingaccino=.
Tu sei una covata assai cattiva;
La ritruopica non ti troverebbe.
A gambe alzate il vidi che tortiva;
=Una covata:= una nidata, cioè una cattiva razza. Del Greco: =Mali
corvi malum ovum=.
=La ritruopica:= l'idropica, qui presa per la versiera, che è un
diavolo ideale.
=Tortiva:= in lingua furbesca vale evacuava il corpo; dall'azion
di premere. Columella: =Vinum tortivum=, vino spremuto.
E la cavalla non men porterebbe,
Egli il volle grancire, ed uncicollo;
Dell'asciuga berrette e' mi darebbe.
=Porterebbe:= s'usa questo verbo per =aver nel ventre.= Onde
potrebbe intendersi, che costui tanto evacuava, quanto ne potea
esser nel ventre d'una cavalla.
=Grancire ed uncicare=; aggrappar colle granfie, come farebbesi
cogli uncini.
=Asciuga-berrette:= ladro. Mi darebbe del ladro. Oggi pure: =Egli
è stato rasciugato da' birri=; è stato preso.
Se piove a Palavanghi, e Davarcollo,
Io potrei ben avale appiccar brevi;
E chi non si spergiura fiacca il collo.
=Avale:= ora, adesso; voce antica. =Appiccar brevi:= appender
voti. =Breve= è propriamente quel sacro amuleto, che portano al
collo i bambini.
=E chi non ec.= proverbio equivalente a quell'altro: =Chi dice il
vero è impiccato=.
Nespola barattiera per le nevi
Rivela, sbusa, rabbuffa, cernecchia;
E pure i lecchettini mi dicevi.
=Nespola:= chiama questa barattiera una nespola in tempo di
neve, cioè cattivissima, una pessima truffarella: perchè le
nespole nell'inverno molto avanzato sono acide, e di sapore
disgustosissimo.
=Sbusa:= munge, carpisce gli altrui denari. =Rabbuffa:= imbroglia,
avviluppa. =Cernecchia:= sbroglia, sviluppa. Usa mille raggiri per
cavarne il suo conto.
=I lecchettini ec.= eppur mi vendevi paroluzze melate.
Sempre tu fai di mercatante orecchia;
Per barbagrazia il disse, e non fe zitto:
Mona Bertina, cala giù la secchia.
=Per barbagrazia:= per una grazia singolare, per non dir peggio.
=Mona ec.= questo verso, dice il Ridolfi, vuol esprimere il parlar
melato della persona, di cui si tratta; volendo come dare un
saggio delle leccate grazie, ch'avea sulla bocca.
Alle mulina degli Argenti ritto
Io vo, già capitato a mal tenore:
A scudo, ed a capel vi fu' confitto.
=Argenti:= famiglia nobile e antica di Firenze, di cui Dante e il
Boccaccio.
=A scudo ed a capel:= appuntino. Vi fui colto appunto, com'era
stato ideato.
Tu se' della porrata imbrattatore:
Marzocco avrà la tossa coccolina;
Per gramanzìa è grande ingannatore.
=Porrata:= vivanda fatta di porri. =Imbrattar la porrata= vale
sconcertar gli altrui disegni.
=Marzocco:= lione di pietra che sta per insegna avanti il palazzo
vecchio di Firenze: val quanto stolido. =Tossa coccolina:= catarro
grave da stare a capo nudo allo scoperto. Scherza sul detto lione,
che così sta: e intendesi d'uno ch'abbia in capo cattive idee.
Fonne fallo di questa man porcina,
Che non mi fece ancor motto nè totto;
Mi hai pur cinque; è merda in pezzolina.
=Fonne fallo:= questa mia mano è ben disgraziata nel giuoco; non è
buona ad altro che a far fallo. =Motto ec.= nè tanto nè quanto.
=Mi hai pur cinque:= par ch'accenni il giuoco della mora, in cui
fallandogli spesso la mano, il compagno gli ha già cinque.
=Merda in pezzolina:= termine di disprezzo di qualunque sia a
cosa.
Se tu gli affusolasti un mal rimbrotto,
E' par dalle convalle lembo e bretta:
Facciamo a bombajarda tutti in frotto.
=Gli affusolasti:= gli scaricasti addosso, gli facesti un bel
rabbuffo per farlo rimanere svergognato.
=Par dalle convalle:= si sta com'un balocco, un uomo di grossa
pasta. Così: =Egli è dalle vallade=, alludendosi alle vallade di
Bergamo, donde si fingono i zanni delle commedie. Ridolf.
=Lembo e bretta:= Dante usò =lembo= per lo più cupo fondo della
valle. =Bretto= significa sterile. Onde il senso sarà: Ei si sta
com'un balocco, e un balocco de' più torzoni e senza sugo.
=Bombajarda:= giuoco di fanciulli, che corrono a prendersi un
coll'altro; oggi =bomba=.
Egli ha fatta la fica alla cassetta
In ghermugio, in civeo; e delle cionti
Affibbia, bocca vecchia e giulivetta.
=La fica alla cassetta:= far le fiche alla cassetta è
approfittarsi de' denari avuti da altri in consegna. Potrebbe qui
Brunetto giocar d'equivoco poco onesto.
=Ghermugio:= da ghermire, come =gherminella=, giuoco di mano.
=Civeo:= può essere da =inciveare=, mettere in =civea=, che è una
specie di cesta. Ridolf.
=Delle cionti affibbia:= accocca, fiocca randellate; Lat.
=contus=, bastone. =Rosel tu toccherai di molte cionte=. Burchiel.
=Bocca:= chi sa che non abbia a leggersi =a bocca=, seguitando
l'equivoco d'aver =fatta la fica alla cassetta=, e corrispondendo
a quel che segue: =In questa porta ec.=
In questa porta Cavaliere apponti:
O Gianni, che vai tu pur rimberciando?
Egli è un capessonchio dalle Fonti.
=Rimberciando:= rattoppando, racconciando come si fa a' panni
laceri.
=Un capessonchio=; un duro capassone, e villano; essendo =le
Fonti= un luogo della campagna di Firenze.
Bilocco e' par sempre vada corbando
Al basiasco; e ito colà entro,
Egli è sbusato, e vaffi infrancescando.
=Corbando:= andando com'un corvo, che gira o gracchia intorno alla
carne.
=Basiasco:= il Ridolfi l'ha per nome di luogo particolare, oggi
incognito; da cui però si tragga qualche concetto scherzoso.
=È sbusato:= rimane scusso di forze. =Infrancescando:=
imbrogliandosi nella sui confusione.
Che rileva ponzar quand'e' v'è dentro?
E non è ognindì pon là pon là?
E 'l Belzebubbe è frugato nel centro.
=Ponzar:= fare sforzo affin d'intromettere o d'espellere una cosa.
=Frugato:= frugare è tasteggiare con un randello o altro qualche
luogo segreto ed oscuro, qual appunto sarebbe il =centro= di uno.
Arri al somiero, ed al caval giò là;
Le gasdie maritate a' bigolloni
Scuteggia, ed a Capalbio sempre va.
=Arri ec.= queste voci son tolte dall'uso de' contadini, che le
dicono agli animali per istimolarli al corso. =Va il caval per
giò; Per andà va il bo, e l'asino per arri=. Sacchi, Rim.
=Gasdie a' bigolloni:= bigollone uomo grossolano; perciò =gasdia=
sarà denominazion di femmina, che faccia buona coppia con tali
uomini. Ridolf.
=Scuteggia:= verbo ora ignoto, ma probabilmente frequentativo di
=scuotere=. Ridolf.
=Capalbio:= luogo delle maremme di Toscana; quasi =caput alvei=.
Ma qual sarà la sua allusione?
Voi siete di guaime due melloni:
Egli è un miccingogo, e piglia 'l grillo;
E sempre n'ha pisciato maceroni.
=Di guaime due melloni:= modo frizzante; due sciocchi in sommo
grado. =Baccei di guaime= disse il Burchiello.
=Miccingogo:= uomo grande e grosso com'un miccio, goffo di
fattezze, e di pochissima attitudine; oggi =maccianghero=.
=Piglia 'l grillo:= alza sopracciglio. Qui però par che equivalga
a quel di Plauto: =Supercilium salit=; che diceasi di uno, che
fosse giunto a farsi solleticare da qualche dolce speranza.
=N'ha pisciato maceroni:= n'è stato sempre ardente e bramoso; Lat.
=amore macerari=. Il macerone è un'erba aromatica.
Ed il purlente sempremai titrillo;
E' avviluppa, e scardina la tigna,
Perch'è un tristo al fuoco, ed ha l'assillo.
=Purlente:= forse quasi =prudente=, cioè che prude, che dà
prurito. =Titrillo=; quasi titillo, solletico. Salvin.
=Scardina:= scardassa. =Scardassar la tigna= dicesi per malmenare
alcuno, farne straccio.
=Tristo al fuoco:= volgarmente =un dormi al fuoco=, che fa vista
di dormire per furberia; =fa la gatta di Masino=.
=Ha l'assillo:= smania punto dalla sua passione. =Assillo= è un
animaletto alato, che punge aspramente.
La prugnola trangugio, ch'è arcigna.
Deh cacciate le passere ti sieno:
E' non ha una bogia, e sempre ghigna.
=La prugnola ec.= mi tocca ad inghiottire un aspro e cattivo
boccone; proverb.
=Le passere:= cacciar le passere s'intende tener lontani i molesti
e gravi pensieri.
=Non ha una bogia:= è sano com'un pesce, non v'ha in lui vestigio
di rogna o d'altro malore.
Risciacquale il bucato almeno almeno;
Non ha per certo di che Dio lo 'mpicchi;
Per questa barba tu farai di meno.
=Risciacquale il bucato:= falle una lavata di testa, una sonora
strapazzata.
=Non ha certo ec.= nemmeno ha tanti quattrini che bastino a
comprare una fune per impiccarsi. =Restim volo emere qui me faciam
pensilem=, dice in Plauto quel Calidoro, che non avea come pagare
le sospirate notti.
=Per questa barba:= tocca la barba in atto di giurare; Lat. =Si
vir sum.= Mentre non hai quattrini, ti giuro che passerai vedove e
meste le notti.
Di ferro in ferro, ed è tra vinchio e vinchi;
E' casca, e tiensi al palo e a guascherie:
Tu se' incerrato che non ti sviticchi?
=Di ferro ec.= egli è alle strette, non sa come uscirsene.
=Guascherie:= congettura il Ridolfi, che possano essere arnesi
di legno, a cui appigliarsi, come =gualchiere=. Potrebbesi anche
trarne la derivazione da =guaraguasco=, sorta di pianta.
=Se' incerrato:= gli antichi usavano =incerrare= per commettere
insieme sì strettamente, che fosse impossibile il separarsene. Sei
in sì stretto impegno da non riuscirti di disbrogliartene? Ridolf.
Gatta tien'a parete, e druderie:
La mostra tu ne fai di bucherello:
Lodata sia la campana del die.
=Gatta ec.= scherza alludendo a' gatti in fregola. Gatti si
chiaman quelli che son molto tristi ed accorti. Ne' tuoi amori
l'hai da fare con chi sa ben pelare i merlotti. =Parete= per casa
l'usò nel Tesoretto.
=La campana ec.= la campana dell'alba, quando i gatti finiscono il
lor fregolio.
Farà di gazzafistol mocon bello:
Bozzacchio parve il manico, e spulezza:
E' gli vuol rasi, lì inerti centello.
=Farà ec.= di questo verso tante son le varie lezioni, che vano
è cercare che cosa abbia detto e inteso M. Brunetto. Chi legge
=farà=, chi =tara=, e chi =darà=. Chi =mocone=, e chi =macone=.
=Bozzacchio:= il bastone parve =bozzacchiuto=, cioè corto ma
grosso; che perciò si facea ben sentire: e =spulezza=, cioè caccia
la polvere, come intende il Salvini. Del resto: =Spulezzare, volar
via come la pula al vento=. Davanz. Post.
=Gli vuol rasi:= vuole i bicchieri ben pieni e colmi; mettivi un
altro poco di vino. Forse metaforizza sulle bastonate, e dice che
gliene dia in buona misura.
Grignaccola pericol sempre lezza;
Sciorina al centopel, ti pasca l'occhio
La pazza al pozzo menando la pezza;
=Grignaccola=; forse =frignaccola= da =frigna=, natura della
donna. =Cento pel:= l'ano.
=La pazza ec.= è da credersi che non v'abbia se non la
superficiale significazione d'un bisticcio, simile a quel d'oggi:
=Al pozzo di Messer Pazzin de' Pazzi v'era una pazza che lavava
pezze=.
In mo' d'archetti, e' non è morto Bocchio.
=In mo' d'archetti:= è una maniera di rispondere con qualche
amarezza, quando non si vuol rendere adeguata risposta.
Interrogati: =In che modo fareste voi?= Duramente rispondesi: =In
mo' d'archetti=.
CAPITOLO TERZO
Ell'è brignacca, bacalar cignato:
Disse colui ch'ebbe la moglie morta.
E questo fatto è fatto, ed è spacciato.
=Ell'è brignacca:= secondo il Ridolfi è modo di dire, come
sarebbe: =Cappita! l'è una piccola bagattella, l'è una
salignacca=.
=Bacalar cignato:= baccelliere coronato, laureato. Dicesi anche
per ironia, com'il Berni d'un gigante: =E fra se dice: sì gran
bacalare Un piede e mezzo bisogna scortare.= Orl. 2. 60. Onde
seguiterebbe il senso: L'è una fava, l'è una cosa da nulla!
Levai la quaglia, e 'l tozzo la ne porta;
E 'l Ghiucciole dall'aja no 'l farebbe:
Sentenzia bornia fu assai bistorta.
='L tozzo la ne porta:= invece di guadagnarci ci ho perduto;
come avviene al cacciatore, quando non sol gli fugge la preda, ma
gli porta via l'esca. Prov. =Andar per la decima e lasciarvi il
sacco=.
=No 'l farebbe ec.= nemmen messer Ghiucciole sarebbe stato tanto
babbano e tanto gnocco. =Dall'aja:= suol dirsi a' più goffi
villani; come =Cecco dall'aja=.
=Bornia:= cieca. Risoluzione presa alla cieca non riesce che
alla malora. =Se tu e gli altri che le gatte in sacco andate
comperando, spesse volte rimanete ingannati, niuno maravigliar se
ne dee.= Bocc. Lab. 264.
E la camicia il cul non toccherebbe:
Doh! ch'egli è un cotale uti nè puti;
Un male schiaffo, e una ceffata ebbe.
=La camicia ec.= modo basso, che dicesi d'uno il quale esulta per
contentezza. =Ella rimase facendo sì gran galloria, che non le
toccava il cul la camicia.= Bocc. 32.
=Uti nè puti:= ah! sì ch'egli è un baccellone, nè carne nè pesce;
e perciò gli fu sonata. =Male:= per malo.
Rozza petarda, lapi, nuti, e ciuti:
In india pastinaca m'impinzai;
Non son minciolfi, perchè sien zembuti.
=Rozza petarda:= cavallaccia che spetezza. Dicesi a talun per
disprezzo come =carogna=. Segue il disprezzo in =lapi, nuti,
e ciuti=, che son termini di niun senso, messi per dinotare lo
sciocco parlare della persona di cui si tratta. Ridolf.
=India pastinaca:= paese ideale come la =cuccagna=, che fingesi
d'un grasso sbardellato. =M'impinzai:= m'empiei a crepapancia.
Vuol dire: Io intanto me ne sto in guazzetto. Così il Bartoli:
=Intanto Cecco all'ombra d'un ontano Se la grogiola allegro a
pancia piena; E parmi giusto il prete di Pacciano.=
=Minciolfi:= furbesco travestimento di =minchioni=. =Zembuti:=
da =zembo=, che dice il Ridolfi suonar =gobbo= in alcune parti
d'Italia. Non ti credere d'averla a fare con mammalucchi, benchè
tu li vegga maltagliati e scontrafatti.
Al tuo pasqual servigio il culattai,
Ruscella; deh fa 'l tomo schiavonesco;
Sicchè noi siam da Bientina begnai.
=Il culattai:= s'usava in Firenze da' più anziani del negozio
condur sulla piazza il giovine, che andava la prima volta alla
bottega o al banco, e acculattarlo sopra un marmo; come se ciò
fosse un iniziarlo al servizio della bottega. Ridolf. =Pasqual:=
solenne, total servizio.
=Ruscella:= soprannome di persona allor cognita. Confessa poi il
Ridolfi non saper indovinare qual gergo si nasconda in questi due
versi. Similmente ne' Cant. Carnasc. 34. =Il tombol schiavonesco e
faticoso, Donne sì ben facciamo, Che senz'alcun riposo Tre volte e
quattro già fatto l'abbiamo.=
=Bientina:= lago tral Lucchese e il Fiorentino. =Begnai:= forse
=bagnai=, al dir del Ridolfi, per =bagnati=.
E co' calzar del piombo sta in cagnesco;
E mi venne un cicato per lo teri:
Fatti un cristeo di foglie di pesco.
=Co' calzar ec.= con lenta gravità, con guardinga sostenutezza.
=Sta in cagnesco:= sta burbero, fa il muso torto.
=Un cicato ec.= un cieco per la limosina; gergo antico. =Teri:=
oggi il =tarì= è moneta Napolitana, già detta =terì=. Il Salvini
che va sempre alle radiche di primissima origine, dubita sia
=teri= per tergo.
=Foglie di pesco:= bisogna ch'esse siano solutive, com'in sommo
grado lo sono i fiori del pesco. Ridolf. Se questa poi fu la
limosina, fu molto squisita.
Ed in gazzurro stanno i ciabattieri;
Bàccito ti darà bombar, Ciampugio:
Dello smallato fanno i ciabattieri;
=Gazzurro:= zurro, allegria, galloria. Onde =gazzarra=, festoso
sparo di mortaretti.
=Bàccito=; crede il Ridolfi che sia un composto, come =màmmata=
per mamma tua, così =Bàccito= per Baccio tuo.
=Ciampugio:= Ciapo di Puccio, o Giacopuccio. Sta tu pure
allegramente, o Giacopuccio; che Baccio tuo ti darà del buon
bevere. Da =bombo=, voce fanciullesca per vino.
=Smallato:= spogliato della scorza. Far dello smallato è lo stesso
che =fare il dinoccolato=, fare il cascante.
A scornabecco la Ghisola, e Pugio.
Non t'affannare a gerla, Misingrino;
Mondagli l'orzo, ch'e' non è mattugio.
=A scornabecco:= si pongono scambievolmente in capo la corona, la
corona del becco. La =Ghisola= è pur presso Dante =(Inf. 18.)= una
femmina, che fe crescer gli splendori in fronte a suo marito.
=Gerla:= specie di corba per portare il pane. S'usa anche per
significare una gran quantità. =Dopo aver mille imbarazzi, Porta
addosso una gerla di ragazzi.= Malm. 12. 11.
=Mattugio:= denominazione d'una specie di passere, che son le più
avide del cibo. Il senso è dunque: Non gli avessi tu a portare
una gerla di pane: che anzi =mondagli l'orzo=, preparagli un
piattin gentile; mentre non è egli un divoratore, ma ma boccuccia
delicata.
Gnaffe, tu se' un nuovo Pagolino
A vederti i luccianti scerpellati;
Se non ti vendichi, esci baldovino.
=Pagolino:= v'è stato un cieco, detto Pagolino, e famoso in compor
canzonette.
=Luccianti scerpellati:= occhi stravolti, che poco vedono.
=Egli avevano quegli occhi scerpellini, sicchè e' vedevan poco o
niente.= Firenz. As.
=Esci baldovino:= ti fai vedere un asinaccio. Così d'un asino
l'Angiolieri: =Stando lo baldovino entro d'un' prato, Dell'erba
fresca molto pasce e 'nforna.=
Non frottolar, che tu gli hai trabaldati:
Quando l'asino ragghia, un Guelfo è nato:
Sì dice. E gli ebbe netti, e scuccolati.
=Non frottolar:= non ci vender frottole. =Gli hai trabaldati:= li
hai trafugati. Tu sei un fante lesto, e senza far mostra li hai
rubati.
=Quando l'asino ec.= M. Brunetto era Guelfo, Chi qui parla in
disprezzo de' Guelfi è un furbo che vuol farsi merito presso i
Ghibellini, e così trar da loro denari.
=Ebbe netti ec.= ebbe i quattrini pronti e sgusciati; cioè li ebbe
un sopra l'altro.
Per via s'acconcia soma a fare a fato:
Egli è un cerbacone, e connofica:
Coglier vuol questa tira, e scarcasciato.
=Per via s'acconcia ec.= anche operando =(a fato)= a sorte, va
talvolta un affare a mettersi da se stesso in buon essere nel suo
medesimo corso.
=Un cerbacone:= uno scioccone, un buon da nulla; e vien forse
da =cerbonea=, vin guasto e inservibile. =Connofica:= titolo
ingiurioso formato da due sinonimi del latino =cunnus=. Così
nell'8. dice ad uno: =Viso di conno infermo e di marmotta=.
=Coglier ec.= vuol vincer questa gara; ed è =scarcasciato=, cioè
malconcio; da =scarcassato=, rallentato com'arco non teso.
E conoscoti, il cul disse all'ortica;
Andar io posso a far dell'erba a' cani,
Bontà di te, che se' muccia fatica.
=Conoscoti ec.= modo basso, con cui intendiamo d'esprimere, che
non c'è punto ignota la maligna qualità di taluno. Altrimenti: =Ti
conosco mal'erba=.
=Far erba a' cani:= applicarsi ad un mestiere di niun profitto;
perchè i cani non mangiando erba, tal fatica sarà perduta.
Similmente: =Fare il lava carboni=. Addio miei negozj, in grazia
tua =(bontà di te)= che sei un =(muccia fatica)= perditempo, uno
scansafatica.
Ecco l'avanzo del grosso Cattani;
Alle minonne perderei giucando
Decimole, peteri, e ani ani.
=L'avanzo del Cattani:= s'intende quello scapito sofferto dove
credeasi guadagno. Così =l'avanzo del Cazzetta=, che fecondo il
Menagio bruciava gli olivi per far buona cenere.
=Alle minonne:= giocare alle minonne o =alle minonnole= è
trattenersi in giuochi di niun interesse. Mi dice sì mal la sorte,
che perderei anche dove non si può perdere.
=Decimole ec.= tre termini significanti quelle più miserabili
bazzecole, in cui può consister la perdita di uno, che nemmen ha
che perdere. Decimole: da decimo, meschino. =Peteri:= da =peto=,
come crede il Ridolfi. =Ani ani:= voce delle contadine per chiamar
l'anitre.
Dicervellato vienlo mazzicando;
E metterai Petruccolo in Quaracchi:
E' tocca bomba, e va chicchirillando.
=Dicervellato:= ch'ha perduto il senno. Con una buona mazza vienlo
=(mazzicando)= a sonare il pazzo maledetto.
=Quaracchi=; villa vicina a Firenze, ove fa il peggior vino del
paese. Perciò la plebe al vin cattivo grida: =Quaracchi=. Ridolf.
Il senso: Lo metterai a mal partito.
=Tocca ec.= egli però corre a mettersi in sicuro; e va
=(chicchirillando)= prendendosi trastullo. =Bomba= è il luogo
privilegiato in quel giuoco de' fanciulli i in cui uno corre
dietro agli altri che gli scherzano intorno, e poi per non
esser presi scappano a toccar bomba; donde presto ripartono per
divertirsi del compagno.
Per abbiata sai tu, che tanto gracchi:
Un farsetto a Milano bianco io ho;
Alla canna di Ciolo vo t'attacchi.
=Per abbiata:= per prova. Si vede che ne sei maestro a tue spese,
dacchè tanto sfringuelli. Simile: =La lingua batte dove il dente
duole=.
=Canna di Ciolo:= è nota la favola di Celo o Cielo, padre di
Saturno. E il Ferrari dice che =ciolo= suona presso i Lombardi
=virilitatis argumentum=. Perciò precede: =Un farsetto a Milano
ec.=
Ma guarti coda del metal dondò:
Egli 'l farebbe alla benifatta,
Che fistol venga a chi 'n terra 'l cacò.
=Ma guarti:= ma guardati dalla =coda del metal dondò=, cioè della
campana, che è una fune. Ma salvo ti sia un capestro.
='L farebbe alla benifatta:= modo esprimente un animo pronto, se
gli venga bene, a far qualunque azion corta senza riguardo nè a
benefizj nè ad amicizia. Rid.
A questo tratto tu pur hai la gatta,
Che tonder non faretene a Capocchio.
Molta schinci! egli ha più d'una natta.
=A questo ec.= secondo il Salvini noi diremmo: =Hai tolta questa
gatta a pelare=. In sì intrigato affare ti sei impegnato, che non
basterebbe a svilupparlo nemmen =Capocchio=; il quale pensa il
Ridolfi esser soprannome d'un barbiere. Per verità ha da essere un
gran nodo quello, che col rasojo non si può sciogliere.
=Molta schinci:= il vocabolario alla voce =natta= cita contro
il suo solito dimezzato questo verso: segno che non vuole
autenticarne le due prime parole, che scorrette crede il Ridolfi.
Egli però n'arguisce un senso ammirativo, come =poffare il mondo!=
Non stare in penna muda: che se' crocchio?
La treggia pur di Berta, e di Bernardo:
Tu m'hai per cazzavela, e per ranocchio.
=Penna muda:= È quel cambiar di penne che fan gli uccelli; cosa
che li rende chiocci e malaticci per la dissipazione de' cibi
organici, com'insegna il Signor de Buffon. Non te ne star sì
tapino: forse =se' crocchio=, stai poco bene?
=La treggia ec.= detto, che usasi qualor siamo attediati di udire
o di vedere sempre lo stesso; come dicessimo: =E siam sempre
lì=. Ridolf. La treggia è una specie di traino senza rote, che si
trascina da' bovi.
=Tu m'hai ec.= tu m'hai preso per un facchino. =Cazzavela:=
uccello di poco conto. Il Salvini crede che sia qui per
=cazzuola=, vile animaletto d'acqua.
Suo clientolo egli è, perch'è Lombardo;
Parole, che le son da cuocer accia
Tra ugiole e barugiole con giardo.
=Parole ec.= ti buttan certe parole, che ti son come quel ranno
bollente, con cui si cuoce l'accia. =Fatte ho lo tal bischenche,
Che chiamano i pajuoli e il ranno caldo=. Buon. Fier. 4.
=Tra ugiole e barugiole:= in tutto e per tutto. =Con giardo:= con
baje; sebben =giardo= sia propriamente quel gonfiore che vien a'
piè de' cavalli. Ridolf.
Non metton leppo, e l'uva sfarinaccia:
I' son già palagiato, e non vuol litti;
Ed a gambe rovescio fate a taccia.
=Leppo:= puzzo d'untume ch'abbrucia. =L'uva sfarinaccia:=
s'infracida; detto di chi va in rovina senzachè paja. Non fan
sentire il puzzo, non danno a divedere; ma intanto ti mandano in
malora.
=Palagiato:= da palagio, ov'è la corte del Potestà. =Metter uno in
palagio= significava in Firenze attaccargli una lite. Ridolf. Si
dice di non amar le liti; ma intanto io son citato al Potestà.
=A gambe ec.= sebben colla testa rotta, pur si finisca una volta;
si venga ad una tassa, ad una composizione. =Veggiam di fare un
taccio seco, e darli il manco che si può.= Cecchi Serv. 4.
Non ne fecion gran calamo, nè zitti
Tale, eh zi: chente trucci? scimunito,
Infaonato, e maceron rifritti,
=Calamo:= quasi =clamo=, cioè clamore, schiamazzo. =Non farne
zitto:= non farne motto.
=Tale ec.= modo di chiamar da lontano una persona, di cui non si
sappia il nome; quasi sibilando: =zi zi=. =Chente trucci?= Che
treschi, che fai? =Trucci= si dice agli asini. Rid.
=Infaonato:= livido. Si dice di piaghe invecchiate e incancrenite.
=Macerone:= erba poco buona, e pessima poi rifritta. Pensa il
Ridolfi che qui si parli d'amicizie rattoppate, di cui poco è da
fidarsi. O scimunito, sta pur sicuro che son piaghe vecchie, e
maceron rifritti.
Le calze egli ha tirate, ed è basito;
Ed ha rotto il bifolco, e la celloria;
E alla barba l'hai inuggiolito.
=Le calze ec.= tirar le calze, e =basire= valgon morire. Ha fatto
il colpo.
=Ha rotto ec.= egli è crepato. =Bifolco:= il ventre, per ischerzo,
quasi =biforco=; cioè quella parte, ov'il corpo umano si divide in
forca. =Che sta nel lago dalla forca in giuso.= Bern. Orl. 2. 4.
35. =Celloria:= la collottola.
=Inuggiolito:= inuggiolire far venir l'appetito di checchessia,
adescare. In sua malora =(alla barba)= l'hai posto in sugo, ce
l'hai fatto cadere.
Ecco susorno di questa baldoria:
Caccabaldole s'usa, e chicchirlò;
Scacco alla capra, che sete in galloria.
=Susorno:= fumo. =Baldoria:= fuoco d'allegria. =Caccabaldole= e
=chicchirlò:= parole e facezie lusinghevoli, ma vane e fallaci.
Ecco dove la festa va a finire: in trappole ed inganni.
=Scacco ec.= tratto insidioso per trarre alcuno in precipizio.
=Che sete in galloria:= giacchè in tempo di bagordo è facile il
coprir la cattiva intenzione, e far il colpo.
E valicato egli ha la merla il Po:
E buon sarai allor che marzo in culo
Ti pioverà, o che Berta filò.
=Valicato ec.= significa esser fuggita la favorevole occasione,
come (dice il Tassoni) avviene al cacciatore, quando l'inseguito
merlo gli va di là dal Po, ch'a lui è impossibil d'attraversare.
=Buon sarai ec.= non t'aspettar più bene. Aspettalo quando marzo
ti faccia fiorir le fave =in culo=, o quando torni il tempo =che
Berta filava=; tempi, che non verran mai. Vedi Paoli Mod. Tosc.
Ma cresci pure in quel che mostra il mulo,
In unghie, ed in capelli; a diebus ille:
Egli ha legato l'asino il cuculo.
=Cresci pure ec.= puoi pur crescere mulo grosso quanto tu vuoi;
la fortuna non ti dirà mai più. =Capelli:= per peli. =Mulo= val
bastardo; e si suol dire: =Egli è proprio bastardo=, cioè gli
van tutte le cose bene. =Tu come mulo, traditor ribaldo, hai la
protezion de' Saracini=, Bern. Orl. 1. 28. 10.
=A diebus ille:= uh! son cose degli antichi secoli fortunati; non
è più da sperarci. Noi: =Temporibus illis=.
=Ha legato l'asino:= ci ha preso sonno, non ci pensa più. =E fatto
un chiocciolin sull'altro lato, Le vien di nuovo l'asino legato.=
Malm. 1. 12. Detto dal costume del villano, che assicurato il
giumento, si mette spensierato a dormire.
Ucci col pepe! v'è di piè d'anguille,
Il guadagno di Berto alla ciriegia;
E teronti a ragion tre volte mille.
=Ucci:= accorciamento di cappucci. Suol dirsi per enfatica
espressione di maraviglia: =Cappucci!= l'aggiunto =col pepe= non
è che un determinativo del tal cavolo; quello cioè ch'è buono a
condirsi col pepe. Ridolf.
=Piè d'anguille:= cosa che non esiste, come la materia prima
degli Scolastici. V'è da sguazzar nel grasso; v'è copia di piè
d'anguille, che non ne hanno.
=Il guadagno ec.= oggi si dice: =Avanzi di Berta Ciregia=, che
disfacea i muri per vendere i calcinacci. Paoli.
=Mille:= si dice =star sul mille=, e vale spiegar Una certa
grandezza superiore al proprio stato. Ben a ragione puoi farla da
grande, ricco di piè d'anguille, e de' guadagni di Berto.
Del Feo buffetto io ebbi da Vinegia,
E vo, che voi empiate le bonette:
Esch'io di questa cappa, ch'è di Liegia;
=Feo:= fello, cattivo. Salv. Dico doversi intendere =buffetto
del Feo=, ed esser nome di qualche famoso panattiere, come =Feo
Belcari= fragli antichi verseggiatori. =Buffetto:= aggiunto di
pane; bianco, fino. =Noi sappiam fare ancora il pan buffetto Più
bianco che non è 'l vostro ciuffetto.= Cant. Carn. 34. =Vinegia:=
osteria di Firenze.
=Le bonette:= le berrette, che s'usavano in que' tempi invece de'
cappelli; dal Franc. =bonet=.
=Esch'io ec.= si suol dire =cavarne cappa o mantello=; e vale
trarsi destramente fuora d'un intrigo meglio che si può. =Di
Liegia:= di panno di Liegi. Il Ridolfi legge =dileggia=; e spiega
che già rompendosi fa far trista figura a chi la porta.
Perchè cacare, e otto fanno sette.
S'i' scappo, in vita mia non vi rincappo.
Scazzica, mozziconi, e le civette!
=Perchè ec.= troppo ci si scapita; com'al disotto si troverebbe
ne' conti, chi bilanciar volesse l'introito della bocca coll'esito
del ventre, che sempre meno restituisce di quello ch'introitò.
=Scazzica ec.= tre enfatiche esclamazioni, esprimenti
l'alterazione e lo sdegno dell'animo. Ridolf.
Mogio mogio e' scendea, e sparadrappo;
Col fuscellin caendo oggi t'andai:
Tu mi fai castrafica per carappo.
=Sparadrappo:= stracciapanni; come =sparapane= per uno che par
voglia divorarti cogli occhi; e s'intende d'un bravazzo. Se ne
veniva locco locco; ma gli giravan pel capo de' cattivi fumi, e
disse: Te appunto volea.
=Caendo:= cercando; che prima si disse =chaendo= dal Lat.
quærendo. =Cercar una cosa col fuscellino= è cercarla colla più
minuta diligenza.
=Tu mi fai ec.= tu mi rendi mal per bene; essendo =castrafica= un
atto ingiurioso, e intendendosi =carappo= per uno scherzo o una
carezza amorosa. Rid.
Il niffol tu hai levato sempremai:
Deh non ti paja puzza; o tu, o io
Mancinocolo se'; l'epa pinza hai.
=Il niffol ec.= hai arricciato il niffo, il naso, come chi sente
cosa che puzza. Dee esser la risposta della persona trovata.
=Mancinocolo:= guercio dall'occhio mancino. =Lumine læsus, Rem
magnam præstas Zoile, si bonus es=. Martial. 12. 54. =L'epa pinza
hai=; hai piena la pancia, sei briaco.
Più che la pazza il figliuol va ratìo:
Fatt'è il becco all'oca, e salda e bella;
Vin da tre V fa pipita stantio.
=Va ratìo:= il bell'imbusto scappa via ratto e veloce piucchè un
pazzo.
=Fatt'è il becco all'oca:= il negozio è finito, la cosa è fatta.
=Non v'è rimedio; è fatto il becco all'oca=. Lalli En. 3. 64.
Diede origine al detto la novella d'un'oca artificiale, servita ad
un giovine per introdursi ad una donzella. Minuc. Malm. 2. 13.
=Vin da tre Vec:= vino di tre Vendemmie, cioè di tre anni, fa
cattivi effetti; essendo appunto la pipita un male causato a'
polli da bevanda stantia. Par che voglia dire, che non è mai utile
il rimestar un antico affare già tranquillato.
Mala fistiggine è di chi rappella:
Cambiato io ho per certo muschio a gallo.
Ve' l'avola lassù, vedi la stella.
=Fistiggine:= dubita il Salvini che sia in luogo di
=fastidiosaggine=. Chi torna a riappellare s'aspetti i più molesti
e penosi taccoli.
=Cambiato ec.= in quanto a me non mi son curato di ricever galla
per muschio, purchè non avessi ad entrar in liti.
=Ve' l'avola ec.= teme qui il Ridolfi di qualche scorrezione. Il
Salvini rimarcandoci =stella= per =tramontana=, detta =sido= dal
Burchiello; pago di sì interessante scoperta ci lascia al suo
solito.
Del fango ha tratto 'l cul, ch'era vassallo.
La gichera potresti ben sonare:
Tu se' troppo ghignoso, orezzi al ballo.
=Del fango ec.= s'è tirato fuora dagl'imbarazzi, o dalla miseria.
=Era vassallo:= ci stava sotto. Mi parrebbe che si potesse
riferire alla =stella=, e intendersi esser già sorta la stella
mattutina; ed esser tempo di far con suoni e balli le =mattinate=,
come segue appresso.
=La gichera:= la giga, stromento musicale, molto usato da'
giocolieri; dal Franc. =giguer=, danzare. Quindi =gicheroso=,
festevole.
=Se' troppo ghignoso:= troppo ti piace lo stare in festa; da
=ghigno=, riso. =Orezzi:= aneli, sospiri; da =orezzo=, venticello.
Qui scorgo un dialogo di due persone, una delle quali invita
all'allegria, l'altra la riprende.
Le zarle mi mostrò, non mugiolare;
E fece una baruffa co' gagliuoli;
Pascibietola se' col tuo belare.
=Non mugiolare:= lascia una volta di piagnuccolare; egli mi fece
vedere quanto gli valga il dente. =Zarle:= zanne; a supposizion
del Ridolfi.
=Gagliuoli:= per interiori d'agnelli o simili; da =gaglio=,
secondo il Ridolfi. Del resto =gagliuolo= è baccello. =Fece una
baruffa:= ne fece una mangiata; come direbbesi: =S'è arruffato con
un piatto di maccheroni=.
=Pascibietola ec.= e tu co' tuoi piagnistei =(belare)= sarai
sempre un bietolone, un pappalardo.
Deh ghigna un poco, e mostrami i fagiuoli,
Al tempo farò ben delle magliate,
Quando le micce saran cavriuoli.
=Fagiuoli:= i denti, che si mostran ridendo. =Magliate:= azioni
da bravo, smargiasserie; in lingua furbesca. Salvin. Anch'io,
soggiugne l'altro, farò le mie; ma aspetta ec.
=Quando ec.= aspetta che l'asine diventin capriuoli; cosa che non
sarà mai.
E sonvi le madonne aggrovigliate;
E le traveggole ha il più malemme;
E culibando fanno mattinate.
=Madonne aggrovigliate:= i divoti del Salvini intendano =matasse
arruffate=; e tirino al proposito il prov. =arruffar le matasse=
per fare il ruffiano. A me sembra che senza gergo possa intendersi
di vere donne raccolte in lieto gruppo per le già dette feste.
=Le traveggole:= allucinamento. =Malemme:= mal uomo. =Chi nel viso
degli uomini legge _Omo_, Ben avria quivi conosciuto l'emme.=
Dant. Purg. 23. Il briccone in mezzo a tante madonnine perde il
lume dagli occhi.
=Culibando:= culettando, sculettando, che presso il volgo
significa =ballando=. Ridolf. =Mattinate:= quel sonare e cantare
che gli amanti fanno o fanno fare sul mattino sotto la finestra
dell'innamorata; siccome =serenata=, quel della sera.
Cavando sempre d'alfabeto l'emme,
Non m'insegnar sott'ombra roder cece,
Dicendo: i' son di que', ch'aman Buemmme.
=Cavando ec.= facendo il goffo, il semplice; mentre la gente
grossolana suole nelle parole latine non far sentire in ultimo
questa lettera, e dir per esempio: =Pane nostru=. Rid.
=Insegnare ec.= voler copertamente far da maestro nell'atto stesso
d'affettar ignoranza e sciocchezza.
=Dicendo ec.= sempre con una studiata smorfia ripetendo tu
d'essere un ignorante. =Avere studiato in Buemme= (in Boemia dal
Franc. ant.) si dice in gergo per non saper niente; com'=esser
dotto in Buezio=.
Molte pollezze di queste non grece,
Che fè già per tre oche il detto loro,
Ma non a que' che l'uno e l'altro fece.
=Pollezze ec.= il senso e l'ordine della terzina è: Questo lor
parlare, che =(fè molte pollezze)= fu capace d'ingarbugliar
parecchi; non potè però mai burlare chi tutto vede. =A me
non ficcherann'eglino questa pollezzola dietro=. Lasc. Gelos.
=Pollezzola= son propriamente le tenere cime delle piante.
=Per tre oche:= suppongo che valga per chi è tre volte babbocchio.
Un cotale potea restarci minchionato. Così: =Dar fieno a oche=.
=Ma non a que' ec.= il Petrarca disse: =Che creò questo, e
quell'altro emispero=; cioè Dio.
Porrebbe intervenir che 'l fiero toro
Più tosto caderìa, che 'l cicco agnello,
Quando volesse quel che diè martoro
=Potrebbe ec.= mentre chi sa? non mancherà un tempo, in cui chi
vuol soverchiare resti al disotto: basta che lo voglia quel Dio,
che sa punire i Caini. Contro i testi del Ridolfi e del Salvini
che leggono =cieco agnello=, correggo =cicco agnello=; essendo
=cicco= voce contadinesca, che s'usa co' fanciullini e vale
piccolino.
A quel che sparse lo sangue d'Abello.
CAPITOLO QUARTO.
Lapaccio è morto, e tu ci arai 'l malanno
Con maniche d'avanzo a tre fibbiette;
Ma non d'occhio fagian sarà tal panno.
=Con maniche ec.= in larga copia; malanni in quantità. Detto da'
pomposi maniconi dell'antica gala Fiorentina, ch'appuntati con tre
fibbiette o con tre nastri pendeano sfoggianti dal braccio.
=D'occhio ec.= panno a color d'occhio di fagiano, che si
fabbricava in Firenze. La misura de' tuoi malanni sarà sfarzosa ed
ampia, come quella de' gran maniconi; ma il panno sarà di lutto e
non di gala.
Per le bruzzole fieno, e per le sette.
Non ti mostrar così da monte grosso:
E monna scocca 'l fuso ha tre cornette.
=Le bruzzole:= l'ore del crepuscolo di sera o di mattina; siccome
=le sette= detto assolutamente intendesi delle sette ore. Saran
maniche d'oscurità e di duolo.
=Da monte grosso:= non ti finger sì grossolano, e che sì poco tu
capisca. Così =da monte gonzi= per gonzo.
=Monna scocca 'l fuso:= si suol dir per giuoco d'una donna
svogliata di lavorare. =Ha tre cornette:= è restata con niente, è
rimasta con tre stuzzicadenti per divertirsi. Ridolf.
Dinoccolato rimase a mezz'osso,
E fecene la salsa cammellina;
E dipoi l'appiccai un arcidosso.
=Dinoccolato:= rotto, spossato. =Atque exossato ciet omni pectore
fluctus=. Lucr. 4.
=Salsa cammellina:= equivoco allusivo alla bava che gettan dalla
bocca i cammelli, e con cui sovente lordan coloro, ch'ad essi
stanno vicini. Rid.
=Un arcidosso:= un arco d'osso, un cornetto. Similmente =attaccar
l'uncino= fra tanti disonesti equivoci del Boccaccio. 40.
Egli è rimasto in calze, e 'n cappellina;
E non sapea le fitte del maccajo:
Adagio pur, che cova la mucina.
=È rimasto ec.= è restato in farsetto; n'è uscito com'un merlotto
spennacchiato; cioè con pochi cenci indosso sbalordito e confuso.
=Le fitte ec.= il Vocabolario l'intende per terreno che sfonda
e non regge sotto i piè, sicchè a stento ne possa uscir chi
c'incappa. =Maccajo:= luogo in cui sian baccelli; essendo
il =macco= una vivanda di fave ridotte in tenera pasta.
L'interpretazione è men laida di quella del Salvini.
=Mucina:= gattina. Oggi gatta ci cova, c'è sotto cosa da temersi.
Un esule di Firenze scrisse a Cosimo I. queste sole parole:
=La gallina cova=; quasi dir volesse che sebbene ei non facea
schiamazzo pel ricevuto esilio, tramava nondimeno gran cose. Il
Duca gli fece rispondere, =che la gallina potea covar malamente,
perchè era fuori del nido=. Paoli Mod. Tosc.
Io mi sputacchio, attienti al colombajo.
Scottobrinzolo carezze; ed a ghiri
Mattaniccio, che hai gozzo panajo.
=Mi sputacchio:= il Salvini lo crede detto sporcamente. =Attienti
al colombajo:= fatti in là, salvati casta colomba. Scherzo
amoroso.
=Scottobrinzolo carezze:= la crederei una di quell'espressioni,
che sovente nascon di nuovo tral brio de' lepidi parlatori; e
significhi cosa picciola ma cara, come =giojuzza mia, carezza
mia=. Da =scotto=, cibo dell'osterie, e =brinzolo=, forse com'il
Franc. =un brin de pain=.
=A ghiri:= il Ridolfi giudica potersi intendere non altrimenti
che =a lupi=; cioè =va che t'ingoino i lupi, levamiti d'intorno=.
E dovrebbe esser risposta di colui, a cui fu detto =attienti al
colombajo=.
=Mattaniccio:= forse fastidioso, rincrescevole; da =mattana=,
noja. =Gozzo panajo:= hai un gozzo com'un otre, capace d'un sacco
di pane.
O siri, vostra coglia il can la tiri:
La pugna vinsi, e poi l'aggavignai:
All'assiuol col buono schizzo ammiri.
=L'aggavignai:= vinta la sua resistenza, l'acchiappai per le
gavigne, lo tenni stretto pel collo.
=All'assiuol ec.= il Ridolfi scorge in questo verso un sentimento
da offender le caste orecchie. Quasi uno rispondesse: Tu che fai?
=Assiuolo:= uccello sulla cui fronte s'alzan due penne a guisa di
corna; onde =testa d'assiuolo= è detto ingiurioso agli ammogliati.
=Ammiri:= prendi la mira.
Per voglia di giucar mi sconcacai:
Martin la cappa perdè per un punto;
Del ringhio seppe, e tutto lucherai.
=Martin ec.= dicesi ad esprimere ch'un minimo accidente porta seco
talvolta conseguenze della maggior importanza. A un certo Ab.
Martino fu ritolta l'abbazia per aver sulla porta del monistero
scolpito: =Porta patens esto nulli claudatur honesto=; e aver
affisso un punto dopo =nulli=, il che rendea un senso villano, e
manifestava la sua ignoranza. Menag.
=Del ringhio ec.= diè a veder la sua rabbia, com'animal che
ringhia e digrigna i denti. =Lucherai:= anch'io feci fronte del
tutto sdegnosa; da =luchera=, truce aspetto. =Un canonico com'un
satanasso, che la luchera avea giusto di Spillo=. Son. Contad.
Spillo era uno sbirro di que' tempi.
Non entro in cul di troja per grassunto;,
Ma terra terra a basso fondo stommi.
Non rosecchiare, o magrettino spunto.
=Non entro ec.= modo laido per dispregiare una cosa, sebben capace
di darne diletto. Finalmente non sei più ch'una troja; non so poi
che farmene.
=Non rosecchiare:= non dar de' morsi; tolto dagli animali in
amore. È risposta a chi disse =non entro ec. Magrettino spunto:=
magro strutto e consumato, secco com'un chiodo.
E con singhiozzo la frigna spacciommi:
Pace dia Dio a chi lasciò l'uscio aperto:
E con rimbrotti a salincervio alzommi.
=Singhiozzo:= palpito convulsivo, che suol succedere ad un gustoso
pasto, ed è segno del fatto buon pro.
=Salincervio:= è propriamente un gioco de' fanciulli che si
saltano a cavallo un dell'altro.
Schippa tosto infardato scoperto.
Messer non mi sbranite: e da buon die
Colombo stava in asserel diserto.
=Schippa:= scappa fuori, guizza com'anguilla che si vibra di mano
al pescatore. Non è lecito il più spiegarsi. =Non mi sbranite:=
non mi fate male; detto lezioso.
=Colombo stava:= era già del tempo che stava come puro colombo
solitario sulla sua mazza senz'accostarsi ad alcuno.
E così si racconcian le badie:
Guardici noi da' funghi cacherelli
Al nome del Dialto, e Fantasie.
=Le badie:= così s'arriva presto a mettersi in bonis, a far
sostanze. Al contrario: =Di buona badia siamo a debole cappella=,
cioè di ricchi siam divenuti poveri.
=Funghi cacherelli:= che nascono ad un tratto dallo sterco.
Non piaccia all'alto Dio e agli Angeli, che tosto dallo sterco
cresciamo in grandezza a somiglianza di questi funghi. =Fantasie:=
gli Angeli che per mostrarsi a noi si veston di corpo fantastico.
E tutti Caorsini, e Pittoncelli
Quand'i' odo alle ghegghe, molto gabbo:
Per la famiglia farem de' bianchelli.
=Caorsini:= di Caorsa. =Pittoncelli:= del Poitù. =E però lo minor
giron suggella Del segno suo e Sodoma e Caorsa.= Dant. Inf. 11.
Ivi Caorsa è per usurarj e barattieri, di cui dovea esser pien
quel paese. Onde Brunetto: Quand'io odo siffatta canaglia invitare
a =(ghegghe)= beccacce, cioè a pranzi delicatissimi; =molto
gabbo=, molto me ne fo beffe. Rid.
=Farem ec.= perchè i loro figli presto finiranno in =bianchelli=,
cioè in fagioli secondo la lingua furbesca, come crede il Ridolfi.
Tattuelle conialla mamma e babbo,
Dolce mona matassa; di presente
In su lo stomaco un cocomer abbo.
=Tattuelle conialla:= tattamelle, o voci storpiate di bambini che
balbettano, di cui vuol qui imitare il linguaggio. =Tato= dicono i
fanciulli per fratello.
=Mona matassa:= soprannome di femmina imbrogliatrice: quasi
dicesse: Madonna mia graziosa, coteste vostre son tutte tattamelle
da bambini; e ci vuol altro. Ridolf.
=Un cocomer abbo:= ho in corpo cose, che ne crepo, e non le posso
dire; come cocomero che non passa, e aggrava lo stomaco.
Groppa non tien madonna la vegnente:
Deh pur non cigolare, e neo neo;
Ed ha una costuma mona ogliente.
=Groppa non tien:= non porta in groppa, non sa soffrire. =La
vegnente:= la grassa e fresca; traslato dalle piante, che si dicon
=vegnenti=, quando son rigogliose.
=Non cigolare:= non cinguettare, non fare strepito; tolto dallo
strider de' ferri o delle carrucole nel fregarsi. =Neo neo:= non
far neo neo, cioè non fremer tra' denti.
=Mona ogliente:= madonna la leziosa, la profumata non fa altro che
una cosa; uno è il vizio suo.
Il messerino storpio col maneo
Sguazzerà sorso a sbacco, e faentina:
Non dabo a te ceterucolo meo.
=Il messerino ec.= un tale storpiato nella mano, noto allora
fralle bettole, e le taverne. Ridolf.
=Sguazzerà= nel vino =(sorso)= bevendo a più non posso. =Il
salario sguazzar bricconeggiando.= Buon. Fier. =Sbacco:= crede il
Ridolfi che sia il nome dell'osteria. =Faentina:= una delle porte
di Firenze, ov'eran molte bettole.
=Non dabo ec.= si rivolge ad un altro: E del bere, gli dice, a te
non darò già io, bello il mio zoccolone. =Ceterucolo:= cetriuolo,
uomo senza garbo nè grazia.
Mencia non è la buona panichina?
Al nome di San Gal co' gran bendoni
Egli è pur cuore e cuffia, e non ha gina.
=Panichina:= è un titolo, che si suol dare scherzando a donne
di cattivo odore. =Qualche buona panichina t'ha messo nel capo
quest'imbratti.= Sacch. 106.
=Bendoni:= strisce che pendon dalle cuffie, o da altro ornamento
di testa sì d'uomo che di femmina.
=Egli è ec.= pare a vederlo un Rodomonte; gran cuore e gran
berrettone; e poi =non ha gina=, non val niente, non c'è un
quattrin di nervo e di sostanza.
Sparagi, guaraguasto, e stranguglioni,
Pilatro, marcorella, e petacciuola:
Calamandrea, e bocciolon marroni.
=Sparagi, guaraguasto:= erbe che crescono in fusto.
=Stranguglioni:= tumori in forma di pallotte, glandule. Ecco cosa
sono in sostanza quest'uomiciattoli fecciosi, com'è costui: son
fusti glandulosi.
=Pilatro ec.= quattro erbe medicinali, o purganti o frigide, che
pur si stendono in fusto. =Bocciolon marroni:= castagne grosse
come bocce, balloccioroni. Segue lo stesso frizzo.
Deh metti un pane in tavola Vivuola,
Ch'ecco Ser Azzo, che vien per lo spazzo;
E faccio tela a ventuna pajuola.
=Deh metti ec.= oh via, al diavolo siffatte bubbole, pensiamo
a noi: e tu, o Vivuola, metti in tavola. =Vivuola= si crede dal
Ridolfi un garzon d'oste.
=Faccio tela ec.= al mio ordito, ch'è ben largo, ci vuol trama
assai; cioè alla mia fame, che non canzona, ci vuol roba in
quantità. =Pajuola:= è una mano di fila per ordito della tela; la
quale è =a ventuna pajuola=, quando alla sua larghezza vi vogliono
ventuna di queste mani. Rid.
Non sa chi la si bevve Papi pazzo;
E 'n Catalogna i buon tavolaccini;
Ed al pan molle aguale è giunto 'l guazzo.
=Papi:= lo stesso che Ciapo, Jacopo. Quello scioccon di Ciapo non
sa chi se l'è bevuta, chi ha ingojato il boccone.
=Catalogna:= fra' Toscani va in detto =Giustizia Catalana=, e
intendesi giustizia barbara iniqua. =Tavolaccini:= donzelli del
Magistrato; dal portare =il tavolaccio=, targone di legno. =Buoni=
per ironia, cioè d'un empio tribunale più empj ministri; o sia ad
un male s'è dato per giunta un mal peggiore.
=Al pan molle ec.= segue il senso medesimo: a un pane per se
stesso molle s'è aggiunto tant'umido, che gliene sopravanza per
=guazzo=. =Aguale:= ora, in questo tempo.
Non varrebbe la fava tre lupini?
A bertolotto tu sai bisticciare:
La schiazzamaglia non ha de' fiorini.
=Non varrebbe ec.= non è così? è tanto certo che così è, quanto è
certo che le fave costan tre volte più de' lupini. Rid.
=Bisticciare:= garrir con alcuno, motteggiandolo e proverbiandolo;
=a bertolotto=, col passarsela franca. Così =mangiare a
bertolotto=, mangiar senza spendere. =Schiazzamaglia:= plebaglia,
feccia del popolo.
Cusoffiole! deh non arrabicare;
Ed ha cacciato l'aglio, e anitrisce;
E le cervella diè a rimpedulare.
=Cusoffiole:= voce d'ammirazione e di sorpresa, come =capperi!=
Lat. =papæ=. L'acutezza del Salvini giunge a vedervi un gergo di
quel =soffiansi in cul=, che segue appresso. =Non arrabicare:= non
ti prender collera.
=Ha cacciato l'aglio:= pensa il Ridolfi che significhi =è
castrato=, siccome in tal senso dicesi =aver cavati i fagiuoli=,
che cogli spicchi dell'aglio hanno qualche somiglianza. =E
anitrisce:= eppur nitrisce contuttociò, com'infocato cavallo.
=Rimpedulare:= è propriamente rifare il pedule delle calze. Quindi
aver dato il cervello a rimpedulare è un motteggio, che val non
averlo presso di se, come se si fosse mandato a risarcire.
A mal in corpo co' granchi le bisce
Soffiansi in cul la mattina a digiuno,
Cardando, perchè teme nol ghermisce.
=A mal in corpo:= si spiega dal Varchi: =Di mal talento, e come
si dice volgarmente, a male in corpo=. =Co' granchi:= quasi con
due bocche, perchè tante se n'attribuiscono a quest'animale. Onde
=parlar com'un granchio=, cioè andar molto avanti nel dir de'
fatti altrui. =Le bisce:= i mormoratori, che sono appunto come
bisce sorde e velenose. Rid.
=Soffiansi in cul:= è un modo della plebe, che significa
motteggiarsi e dirsi male scambievolmente; seguendo la metafora
delle bisce, di cui è proprio il sibilare.
=Cardando:= cardare è trar fuora il pelo a' panni col cardo; qui
metafor. per mormorar d'un altro mentre non è presente.
Tu se' nè dura o mezza, dice ognuno;
E non ha buschia, ed è una gran lappola;
Non ti faria del melarancio un pruno.
=Mezza:= qui co' =zz= aspri in senso di quasi fracida. Cotesti
maldicenti sai tu che dicono? Ognuno dice che se non sei tu
fracida, nemmen sei acerba; che sei matura.
=Buschia:= nulla. =Lappola:= dicesi a persona che facilmente
s'attacca, come fa quest'erba alle vesti. E dicon di te: Ell'è una
femmina, che non ha che stracci; ma è una lappola, che s'appiccica
a quanti le capitano.
=Non ti faria ec.= nemmeno è buona a niente; nè anche saprebbe
dal molto cavare il poco, o come dicesi =da un lenzuolo un
berrettino=.
Alle guagnespole egli è una trappola;
E ben son secche, e di maggio tagliarsi:
Non istare a gambon con una chiappola.
=Alle guagnespole:= specie di giuramento, come =alle guanguele=;
cioè per lo S. Vangelo, antic. =Guanguelo=. =A le guanguel ch'io
v'ho pur dato drento.= Fir. Bell. =Trappola:= è un furbo pieno di
sotterfugi.
=Di maggio ec.= quando interrogato taluno non risponde a
proposito, si suol soggiungere: =Sì sì, tagliaronsi di maggio.=
Rid.
=Non istare ec.= non prender gara, non ti mettere a tu per tu con
una frasca =(chiappola)= con uno scioccherello.
Egli è nuovo cintonchio a scantonarsi:
E ben conosco, chi è ser Marzucco,
Che fornì cerretel per rimbuscarsi.
=Cintonchio:= il Ridolfi si dà per vinto in questo terzetto,
che ha per molto scorretto. Il Salvini col Vocabolario intende
=cintonchio= per un'erba Lat. =centunculus=. Ella vegetando per
le mura con pregiudizio di esse, potrebbe intendersi che costui
è in danno della sua casa non altrimenti ch'il cintonchio.
Ma =scantonarsi= è propriamente sfuggire, voltar canto, e
=centunculus= è anche una ciarpa a pezze di più colori. Direi con
maggior connessione, che la suddetta =chiappola= è appunta com'un
composto di cento colori e di cento facce per ischermirsi; e che
perciò è vano il garrir con lei.
=Cerretel:= forse diminutivo di =cerretano=, che suol dirsi a'
pitocchi. =Rimbuscarsi:= rimettersi in averi. Rid. Io leggerei
=rimbucarsi=; avendosi in Dante Purg. 6. un ser Marzucco, che
finì frate minore. Il senso sarebbe: Quando ti dico che colui è un
=cintonchio=, so quel che mi dico; perchè so ben conoscere chi è
realmente buono, com'il buon Marzucco.
Ma non è fatto sera a Prato aducco,
E l'occhio avrà insalato il baccelliere,
Perch'e' sia frontezzuolo, e troppo ciucco.
=Non è ec.= suol dirsi per modo di minaccia: =Non è ancor sera=,
cioè v'ha tempo a scontarla, ce n'avvedremo. =Prato= è occidentale
a Firenze; e perciò è una grazia il dirsi ch'a Prato non sia ancor
giunta la sera. =Aducco:= ancora; Lat. =adhuc=.
=Insalato:= costerà caro al baccelliere il gusto di quel ch'ha
veduto; dicendosi =ella m'è stata insalata=, quand'una cosa s'è
dovuta pagar bene.
=Frontezzuolo:= testa picciola. Rid. Benchè quel ch'ei fa, lo
faccia perch'è un cervel di gatto, e un asinone. =Ciucco= per la
rima invece di =ciuco=, asino.
Buggiano egli è vertecchio, ed è ciarpiere;
Col cerbolato straluna alle due
Ed orochicco, e traspalline pere.
=Buggiano:= copertamente per titolo ingiurioso; così =mandar
uno al borgo a Buggiano=, mandarlo a farsi friggere. Il Ridolfi
intende =vertecchio= per ingannatore; da =verta=, rivolta di rete
peschereccia. =Ciarpiere:= faccendiere, che tutto acciarpa.
=Cerbolato:= forse da =cerbio=. Nelle rime del Sacchetti:
=Fiorenza mia, poichè disfatte hai Le cerbiatte corna=; cioè gli
Ubaldini, la cui arme eran due corna di cervo. Intenderebbesi che
con uno di cotesta famiglia andasse egli =(alle due)= di notte in
cerca di vaghe donne.
=Orochicco:= gomma usata dalle donne per acconciarsi i capelli;
qui per le stesse ornate donne. =Traspalline:= trasparenti, come
crede il Ridolfi. =Traspalline pere= sarebber gli ornamenti, che
dal collo o dagli orecchi pendono delle femmine, detti così dalla
lor figura di pera.
E fè fascina, e non stette infra due;
In su la siepe egli ha gittato il giacchio:
Tu ti raffredderai a darle 'n due.
=Fè fascina:= strinse subito il fardello, venne alle corte. =Non
stette infra due:= non perdè un momento a risolvere.
=Giacchio:= è una rete rotonda da pescare. Quindi gettar il
giacchio sulla siepe è far cosa non tanto inutile che dannosa;
mentre vi si straccerà la rete anzichè pescarvi.
=Darle 'n due:= detto de' giocatori, in cui arbitrio sta il
distribuir le carte in due o più volte. Rid. Il senso è mordace:
Bada bene, che non t'avessi a pigliare un'infreddatura col tanto
affaticarti.
Della scabbiosa trambasciando pacchio:
Eccoti belle cetere sbadiglia,
E donna Lippa ne ripose un bracchio.
=Scabbiosa:= erba aspra ed amara, già confusa colla stebe spinosa.
=Trambasciando:= con ambascia. =Pacchio:= mangio; modo basso.
Mangio veleno, che dicesi quand'uno si consuma di rabbia.
=Belle cetere:= sicuramente per soprannome di qualche notajo,
di cui è stile empir le carte d'un mondo d'=eccetera=. Ridolf.
=Sbadiglia:= il Salvini l'ha qui per indizio d'appetito venereo.
=Lippa:= per Filippa. =Bracchio:= per braccio, ch'è anche una
misura; Lat. =brachium=.
D'un grosso martignon le calde tiglia!
Tu m'hai posto a piuolo, e va' di nasso:
Per bargagnare spesso si sbadiglia.
=Martignon:= contadinone, come crede il Ridolfi, villanone di
buoni lombi. =Tiglia:= castagne grosse e allesse; oggi =tigliate=,
su cui men onestamente s'equivoca in Toscana. Ardisco prender
tutto il verso per un'espressione ammirativa, come =corbezzoli!=
=Posto ec.= m'hai piantato com'un asino, te ne sei scordato di
me; come chi legato il giumento al piuolo, va pe' fatti suoi.
Quindi =star al piuolo=, star aspettando il comodo altrui. =Va'
di nasso:= vai pe' tuoi venti, dimentico de' nostri patti; da
=lasciare in Nasso=, come fece Teseo ad Arianna. Vedi Paoli Mod.
Tosc.
=Bargagnare:= è astutamente temporeggiare per ricavar dal trattato
un vantaggio maggiore Franc. =barguigner=. Ne' capitoli di Carlo
Calvo: =Fœminæ barcaniare solent.= Du Fr.
Io fui già soppediano, ed or son casso;
E per lanterne vesciche tu fai,
Che volentieri ti mostrerei il chiasso.
=Soppediano:= cassetta anticamente tenuta vicina al letto sotto i
piedi. =Casso:= cassato, scacciato; =ho avuta l'erba cassia=. Poco
io era, ma or son niente. Salvin. Il Ridolfi prendendo casso per
cassa del petto, intende al contrario =migliorai di condizione=.
Con lui non convengo.
=Per lanterne ec.= tu ne prendi a gabbo, dando ad intendere una
cosa per l'altra. Oggi =vender lucciole per lanterne=.
=Chiasso:= via stretta, delle quali abbondava Firenze; e in cui
abitan per lo più persone o donne di mal affare.
Madre del diavolo, io la scapigliai:
Piscia marina colpa col leccone;
E oggi molto vi si dice assai.
=Piscia marina:= acqua in abbondanza; e s'usa, dice il Ridolfi,
dalla plebe quando piove dirottamente. È un peccato il dar vino
adacquato e pisciatello a chi ama il buon mangiare =(leccone)= e
meglio bevere: e un peccato era l'indugiare a saziar le mie brame.
E nell'orciuolo egli ha il calabrone,
Ed è una rivela, e pur tranquilla;
E quante corna, Siri, e va carpone.
=Nell'orciuolo ec.= aver il calabron nell'orciuolo dicesi d'uno
che mormora fra' denti per non farsi ben intendere, =pare un
moscon nel fiasco=.
=Rivela:= Il Ridolfi l'ha in significato d'uomo sciocco.
L'intenderei per inquietatore dal Franc. =reveil=, svegliatojo.
=Tranquilla:= tiene a bada, dà trastullo.
=Quante ec.= allude al giuoco de' fanciulli, in cui uno siede,
l'altro gli pone la faccia in grembo, sulla cui schiena sale il
terzo a cavallo alzando le dita perchè quel l'indovini, e dicendo:
=Biccicalla, calla calla, Quante corna ha la cavalla? Biccicù
cu cu, Quante corna c'en quassù?= Ed il senso è qui: Ora sta a
cavallo, or va sotto; ha degli alti e bassi, ma non si smarrisce.
Pur a cotai folate mi ritrilla,
Poi viddi Annuccio smemora busarli;
La serpe è mescolata con l'anguilla.
=Folate:= in certe occorrenze, che sopraggiungono all'impensata
come folate di vento. =Mi ritrilla:= mi fa risentire; benchè
freddo mi fia, pure mi fa ribollire il sangue nelle vene.
=Busarli:= bucarli, ficcarcela. =La serpe ec.= prov. il furbo s'è
dato a farsela co' semplici.
Pur pissi pissi passera mi ciarli;
E con ciloma sempre frottolando,
La picchierella gli venne per darli.
=Pissi pissi:= quello strepito di voci, che fan molte passere
insieme unite. Onde =fare un pissi pissi=, un passerajo un
bisbiglio.
=Ciloma:= diceria inutile. =Frottolando:= tirando giù una lunga
cicalata o tantafera; da =frotta=, affluenza o scivolata di
parole, che saltan di palo in frasca.
=Picchierella:= dar la picchierella in modo basso è battere, dar
buffe; qui figuratamente per venir tentando, far che =tocchi il
ticchio=.
Indugio: è un de' nostri rinculando;
E' canterella: non farà gonnella,
Perchè gli casca il mannarese stando.
=Non farà gonnella:= non ne ricaverà niente, non potrà vantarne
per suo trionfo le vinte spoglie. Così d'una belva caduta in mano
de' cacciatori suol dirsi: =Le fecer la pelle=.
=Mannarese:= è uno stromento da tagliare, quale il pennato con
cresta a guisa di mannaja. Parla in figura di uno che sia tutto
ardore per gli assalti amorosi, ma poca valenzìa abbia per
trionfarvi.
È ninna ninnarella, che m'appella;
Pur non lo sgomentar, che 'ntrista agli occhi;
Tracanna e pur adagio la cappella.
=Ninna ec.= oggi =ninna nanna=, cantilena per addormentare i
bambini. Sembrami che voglia dire: Ho capito chi è; è quel ninna
nanna, quel =dammene un che te ne caschi due=; come suol dirsi
d'un melenso ed inetto. Poichè =ninnarsela= è star lì senza
concludere.
=Cappella:= rendita del beneficio. Egli se la va bevendo pian
piano, e così sciorina l'entrate della sua cappellania.
Le giraffe, i giumenti, e i cavalocchi,
Il mangiapelo, ed il cencro li venne;
Aperte son le papice agli sciocchi.
=Giraffe ec.= son cinque animali diversi, figurativi del mal umore
saltato in capo a costui. Così suol dirsi gli =venne l'assillo,
gli montò il moscherino=. Pare che gli sia entrato in corpo tutto
l'inferno.
=Le papice:= le palpebre, a dir del Salvini; equivalente a quel
d'oggi; =I mucini hanno aperti gli occhi=.
Della mal'uggia il cappel di cotenne
Anche gli ho tratto, benchè sia in bellezza;
E Lioferne il seppe, che 'l sostenne.
=Mal'uggia:= mal talento. =Il cappel di cotenne= in giocoso gergo
è il capo. Gli ho sgombrata la testa dal frenetico umore, gli ho
tratto il ruzzo dal capo.
=Lioferne:= lo sa Oloferne che lo provò sotto la man di Giuditta,
come si faccia a levar il zurlo di testa ad uno.
E 'l becco a mugner non è gran durezza,
E già non arcimento per la strozza:
La gatta tanto alla pappa s'avezza
=E 'l becco ec.= si dice ad esprimer la difficoltà d'un'impresa.
=Quando giunsono a quello di Casalecchio in sul Reno, trovarono
il becco più duro a mugnere=. M. Vill. Brunetto dice al contrario
ch'il levar la frenesia di testa a colui, non gli par sì difficile
impresa.
=Non arcimento per la strozza:= e in fede mia che non mentisco;
so quel che mi dico. Oggi =mentir per la gola=, dir menzogne
sfacciate.
Che l'è cotta la bocca, e la gargozza.
CAPITOLO QUINTO
Nel ver quest'è pur nuova cerbonea
A vedermi ingrossata la fagiana:
E mona pinca alberga la manea;
=Cerbonea:= oggi =cerboneca=, vino guasto e corrotto. Oh! questo
sì ch'è un caso strano; ci mancava appunto quest'altro malanno.
=La fagiana:= i Medici direbber =lo scroto=. Mirabile è la
franchezza di tante espressioni, con cui il Poeta qui passeggia
nel lubrico, non mai cadendo in una sfacciata sozzura.
=Pinca:= specie di cetriuolo, la cui figura porge qui una nuova
espressione relativa a =fagiana=. =La manea:= cioè la mano, dice
il Ridolfi; e corrisponde alla già detta ingrossatura.
E non oso ferir per la chintana.
Facimol venga lor, perchè son trugli;
Ma 'n foglia; e l'acqua corre alla borrana.
=Chintana:= è quell'anello a cui mirano i giostratori, e a cui
drizzano i loro colpi. Qui in senso figurato e più improprio che
presso il Boccaccio: =Ella provar volle, come sapessono nella
chintana ferire=. Lab.
=Facimol:= fascino, fattucchieria. =Trugli:= il Salvini lo
deriva da =trogli=, balbuzienti; e il Ridolfi da =trullare=,
spetezzare. Il Francese =trauler= vale non istar mai fermo. =C'est
un garçon qui ne fait que trauler=. Potrebbe appunto lagnarsi
dell'indocilità di certi garzoncelli, cagion del suo male.
=Ma 'n foglia:= crederei che significasse son però freschi e
rigogliosi, come florida pianta. =L'acqua ec.= e perciò il pendio
della natura ne porta ad essi. Era il principio d'una canzonetta
usata tra' balli dalle villanelle, e ne fa menzione il Boccaccio,
dicendo di M. Belcolore: =Sapeva sonare il ciembalo, e cantare;
L'acqua corre alla borrana. 82=.
Le 'mbandigion fur solo i rimasugli;
Ma e' potrebbe a tredici ir le paffe:
Menando il restio e' cozzar co' cespugli,
=Le 'mbadigion ec.= ne toccarono i soli avanzi, essendosi altri
colti i primi e miglior bocconi dell'amate delizie.
=A tredici:= assolutamente detto s'intende del mese. =Ir le
paffe:= suppone il Ridolfi che significhi scorrer grasso, cioè
aversene copia e delizia, come dicesi =paffuto=, quasi di molte
paffe. Quindi =star paffuto=, star negli agi e nelle delizie.
=Menando ec.= volendo essi far i restii all'altrui voglie a guisa
di cavalli indocili. =Cozzar ec.= l'ebbero a fare con chi ne potea
più di loro, e dovettero portar la soma. Comunemente =cozzar co'
muricciuoli=.
Ciriege capponate son da gnaffe:
Ma son maggior maraviglia i baleni;
Perchè l'ha minacciato delle staffe.
=Capponate:= che per la pienezza del sugo stanno a bocca aperta,
come se fosser castrate. =Son da gnaffe:= son di tal piacere da
far esclamare: =Gnaffe!= Parla in gergo, forse di talun bene in
carne e naticuto.
=I baleni:= indizj o lampi di cosa che ha da succedere. Rid.
Con più astrusa interpretazione il Salvini: =L'Iride figliuola
di Taumante, cioè dello stupore=. Ma Brunetto usando balenare
in significato di tentennare, i baleni sarebber certi movimenti
voluttuosi da lasciarsi a' canti carnascialeschi.
=Minacciato ec.= come dicesse: Perlochè è venuto a minacciarlo di
farlo =tirare alla staffa=, cioè farlo servire al suo piacere o
voglia o non voglia. Il Ridolfi intende staffe per prigione.
E patrignomo fu un segaveni,
Cuginomo, Signormo, e l'oca Gianni
Lor peverada son per nuove meni.
=Patrignomo:= mio patrigno, l'affisso =mo= per =mio= era in
uso presso gli antichi. =Segaveni:= uno che tiranneggia altrui
per ingordigia d'interesse; =sanguisuga=. Il Salvini spiega
=chirurgo=.
=Peverada:= propriamente è brodo, così detto dal pepe, con cui
si condiva. =Essere una stessa peverada= vuol dire esser tuttuno
con talaltro, esser d'un brodo stesso. =Meni:= probabilmente per
=mene=, intrighi, maneggi; onde =star nelle mene=.
E valicati sono i semplici anni;
E non mel succio al certo delle dita
Per le susine crepole ch'affanni.
=Valicati ec.= non son più qui tempi, non se ne trova più, di
quella buona gente di prima.
=Non mel succio ec.= non me lo cavo dall'unghie; cioè non è un
arcigogolo di mia fantasia, ma pur troppo è vero.
=Per le susine ec.= e tu lo provi in que' bocconi amari, che ti
tocca a inghiottire. Il Ridolfi crede che susine =crepole= sian lo
stesso che =bozzacchi=, cioè susine intisichite e non mature; così
=terra crepoli= per terra selvatica.
E sirocchiama pare sbalordita;
Nipotimi con ziemi stanno baggi,
Perch'hanno la minestra lor condita.
=Baggi:= stan come tanti baccelloni o baggei, perchè non han più a
che pensare. Il Salvini lo trae da =fave baggiane=, che sono assai
grosse, e fanno nel Regno di Napoli; Lat. =fabæ bajanæ.=
=La minestra ec.= hanno acconciate le cose loro. Oggi dicesi
=accomodarsi l'uova nel paniere=.
Ed io stommi perchè non son maggi,
Perchè mi dilettai senza diletto,
A secco gracidando con dannaggi.
=Stommi:= non mi muovo, non son per farne risentimento; poichè
non per questo son eglino di me =(maggi)= maggiori, perchè per mia
disgrazia =mi dilettai ec.=
=A secco:= senz'aver bevuto. =Gracidando:= parlando com'un briaco.
=Tu farnetichi a santà, e ansani a secco=. Laber. Segue a dire che
per sua sventura provava i danni de' diletti senz'averli goduti;
come chi senz'aver bevuto è briaco.
A suon di cornamusa ebbi 'l gambetto,
E alle gote spesso gliel percossi;
E gamba di cicala, e culo stretto.
=A suon ec.= lo stesso che far cornamusa, cioè inzampognare
alcuno, minchionarlo. =Ebbi 'l gambetto:= fui escluso dalla
combriccola con solenne minchionatura; mi toccò a star da fuori,
ti, dov'altri si solazzavano.
=Alle gote ec.= far che voglia dire: Ce lo rinfacciai più volte,
ce lo gettai più volte sul viso.
=E gamba ec.= ebbi il malanno per tutti i versi; e come direbbesi,
=il coltello non tagliava, e il pane era duro=. Il verso, dice
il Ridolfi, è proverbiale, e più disonesto di quel che convenga
parlarne.
Bioccolo scalterito e arcidossi!
E la tristizia fitta è troppo arcigna;
E 'l fico malandrin paragonossi.
=Bioccolo:= la plebe usa dire: =Egli è un bioccolo=, cioè
un tristo, un briccone; da =levare i bioccoli=, che dicesi
figuratamente per rubare. Rid. =Scalterito:= scaltrito, astuto.
=Arcidossi:= cornuti. È in tuono d'epifonema: O birbi e cornuti
che sono!
=La tristizia:= l'iniquità in essi =(fitta)= incarnata è tanto
nera e maligna, che ne fa orridi e arcigni i lor medesimi volti.
=Fico:= persona lacera ne' panni a guisa di fico. Salv.
Quello straccion furfante vi fu anch'egli a far le sue prove;
=paragonossi=.
Da Cigoli de' corbi avesti pigna:
Verso mercoledì la cieca lasca
Rimira a squarciasacco la matrigna.
=Cigoli:= Castello tra Firenze e Pisa nelle vicinanze di
Sanminiato, nelle cui pianure svernano molti corvi. =Pigna:=
perchè non pochi pini sono ne' contorni di Cigoli. Il Salvini
intende =pigna di corbi=, cioè quantità di corvi. Il sentimento
dipende da qualche allusione a noi ignota.
=Verso mercoledì:= dicesi volgarmente che si =guarda verso
mercoledì=, quando non si sta attento ad una cosa, ma si vaga
coll'occhio. =Lasca:= pesce d'acqua dolce; qui per soprannome,
come per soprannome il Grazzini fu detto =il Lasca=. Rid.
=A squarciasacco:= oggi a =stracciasacco=, e vale guardar con
dispetto, e con faccia brusca. Questa terzina di passaggio,
dipendente da un principio ignoto, si sottrae alla nostra
intelligenza.
Meglio è pincione in man che tordo in frasca,
Ch'a strangolarsi è ire a ripentaglio:
Il ghioro con la gru l'occhio ti pasca.
=Pincione:= fringuello. È un proverbio che significa esser meglio
il poco sicuro, ch'il molto dubbioso ed incerto.
=Strangolasi:= fare sforzo colla gola per trarne più gagliarda
la voce. Segue il senso: Meglio è contentarsi del poco; perchè il
troppo volere è cimentarsi a qualche pericolo.
=Ghioro:= forse è scorrezione di =ghiozzo=, pesciolino messo
dal Berni fragli squisiti, ma goffi. M. Daubenton osserva, che
questo pesce avido della carne pescasi in gran quantità gettandosi
nell'acqua una testa di cavallo o di bove. Si sa al contrario
l'accortezza delle gru, fralle quali una rinunzia al proprio
riposo per vegliare alla sicurezza comune. Perciò il senso: Ti sia
d'esempio il ghiozzo, che perdesi per troppo bramare; e la gru,
che vive sicura col non tutto volere.
Metti serpillo, sermollin, seraglio,
L'uvola in su non ci recasti mai;
E otta per vicenda m'abbarbaglio.
=Serpillo ec.= erbe che s'adoprano per rendere appetitose le
vivande. In sostanza vuol dire: Fa quanto puoi per istuzzicarci
l'appetito. Il Salvini dice che scherza sul =Ser=, titolo de'
Notari.
=L'uvola ec.= l'ugola nell'appetirsi il cibo s'allunga e s'alza.
Per quanto dunque tu sappia fare, mai non ti riuscì di tirarci al
boccone, com'i pesci all'amo.
=Otta per vicenda:= è un modo di dire che vale ad ora ad ora.
=M'abbarbaglio:= eppure me lo mostri talora in sì dilettevole
aspetto alla fantasia, che par che m'allucini. =E quanto volgo
più la fantasia, Più m'abbarbaglio, nè me ne correggio.= Dondi al
Petr.
Cacajuola non ebbi, e meriggiai:
E il letame porta l'asinello,
E spesso è ricoperto per li vai.
=Cacajuola ec.= non mi mosse stimolo d'alcuna voglia, come chi
è sollecitato da inquieto ventre. =Perciò meriggiai=; mi stetti
com'un papa, sedendomi tranquillo all'ombra di state.
=Il letame ec.= questi due verbi proverbian la stoltezza di
coloro, che si compiacciono di cose superiori al proprio stato.
Rid. Niuna stolta brama giunse a strascinarmi; mentre ben so che
l'asinello è destinato a portar letame, sebben per accidente sia
talora rivestito di =(vai)= preziose pelli.
E dommi in testa di monte morello;
La lingua va dove gli duole il dente.
Che muggioli per uno scontrinello?
=Dommi ec.= dar per la testa di monte morello è star fra se
medesimo fantasticando, malinconico e pensieroso. Ridolfi.
=La lingua ec.= detto proverbiale, esprimente ch'il discorso o il
pensiero torna sempre ad aggirarsi su quelle cose, da cui l'animo
è tocco altamente.
=Che muggioli:= com'un altro, o egli medesimo riprendesse a
se stesso: A che mai cotesto lamento e piagnistero =per uno
scontrinello?= per uno sciauratello? Diminutivo di =scontrino=,
impertinentello che sempre insolente ti si fa incontro.
E di mala bozzina son le lente;
E in galea ti mise co' suoi motti:
E perch'egli ha ritidio è feghinente.
=Di mala ec.= lenticchie di cattiva cottura, perciò di cattiva
qualità. Metaforicamente per gente d'iniqua razza, e da non
isperarne mai bene.
=In galea ec.= mettere o vendere alcuno in galea vale raggirarlo
furbescamente finchè si tragga nella frode.
=Ritidio:= crede il Ridolfi che debba leggersi =mitidio=, termine
popolare significante accortezza. =Ritidio= non è però strano
fralla plebe, e val minuzzolo; dicendosi per esempio: =Non ve
n'è rimasto ritidio=. Il senso sarebbe lo stesso, cioè perchè ha
un poco di cervello e di raggiro, =è feghinente:= è un niente di
fede, un fraudolento.
Musorno fu culattier de' cimbotti,
E fra più tristo ch'asino a gragnuola.
A pentole portollo con rimbrotti;
=Musorno:= il babbacchione; uno che sta com'asino stolido a
muso levato. =Culattier:= scherzosamente, come =culattario= per
culo. =Cimbotti:= i colpi che si danno in terrà da chi casca.
Il suo sedere parve fatto per le cascate; cioè ci volea un tal
babbacchione per cader nelle trappole di colui.
=E sta ec.= l'asino sotto una pioggia di gragnuola sta ad orecchie
calate, e sbalordito.
=A pentole:= portar uno a pentole significa portarlo a cavalcion
sulle spalle colle gambe pendoloni.
E poi gli fece menar la vivuola,
Pagandol poscia del lume e de' dadi;
E chi gramola spesso, e chi maciuola.
=Menar la vivuola:= propriamente sonar la viola; ma il volgo si
serve figuratamente di questo detto per grattarsi la rogna. Rid.
Gli diede rogna a grattare, gli diede guai.
=Pagandol ec.= que' che tengon ridotto di giuoco si fan pagar
l'uso de' lumi, de' dadi, o delle carte. Sovente nel riscuoter da
chi ha perduto ricevono sgarbi e strapazzi; e allora con dolente
ironia dicono: =E' m'ha pagato de' lumi, e de' dadi=. Ridolf.
=E chi gramola ec.= gramolare è franger con replicati colpi gli
stipiti del lino; lo stesso che =maciullare=, o secondo Brunetto
=maciuolare=. Par ch'accenni la parapiglia e la baruffa delle
busse sonategli. Il Ridolfi l'intende di genti che mangiano.
E pevere in comino a pisciar vadi.
Chi ha sparato a trescar; su' sciagura,
Che fece penzol per romper le stradi.
=Pevere:= cioè pepe. =Comino:= seme d'erba di tal nome, caloroso
e aromatico. Gli Alemanni l'usan col sale per appetir il bevere.
Questo verso è un'imprecazione, augurando a chi è baccello un
orinar pungente e mordace, come fosse un infusione di pepe e di
comino.
=Chi ha sparato:= chi ha disimparato, chi non ha più cervello per
sapersi condurre nè propri affari. =Trescar:= trafficare, far i
fatti suoi. =E senza saper bene spesso quello ch'e' si treschino=
Varch. Stor.
=Fece penzol:= suo danno =(su' sciagura)= se poi giunse alla
forca, com'assassin di strada. È detto in figura per qualunque
disastro non saputo prevenire.
E' s'accovacciolò di mietitura;
E ha enfiata l'epa, e vanne a croscio
Per fare alli dì neri squarciatura,
=S'accovacciolò:= covacciolo è il covo che si fa nel letto da chi
molto vi giace, com'avviene agli ammalati. Ond'i contadini dicono
=accovacciolarsi= il mettersi a letto ammalato. =Di mietitura:=
i contadini usano pure denominare i tempi delle loro faccende,
come =di mietitura, di battitura, di vendemmia.= Ridolfi. Nella
mietitura sogliono anche mangiar meglio, e meglio bevere.
=Ha enfiata l'epa:= ha piena e gonfia la pancia. =Vanne a
croscio:= va traballando, non si regge in piedi.
=Dì neri:= giorni di digiuno. =Squarciatura:= frattura. Per aver
fatto straccio de' digiuni, essersi abbandonato a stravizzi.
E delle grinze, e secche fave scroscio.
E non son troglio, e con pedica vivo;
Con zinghinaja più volte trangoscio.
=Scroscio:= romore che si fa mangiandò il biscotto, o altra cosa
secca. E per aver fatto da valoroso un menar di fave smoderato.
Forse tutto questo diboscio è più sconcio di quel che mostri la
lettera.
=Non son troglio:= non sono scilinguato, la dico chiara. =Con
pedica ec.= Dal Lat. =pædicare=. Salv. Sì lo confesso, la mia
vita è un impasto di puerili amori. Con minor connessione il
Ridolfi l'intende per =pidocchieria=, estrema miseria, dal Lat.
=pediculus=.
=Con zinghinaja:= e spesso poi per un lento languore mi consumo e
mi struggo.
Fondato egli è su l'ariento vivo
L'Abbate Gianni; or non lo stuzzicare,
Ch'egli ha del lercio assai più ch'io non scrivo.
=Su l'ariento ec.= quand'uno non può contenersi e star fermo, noi
diciamo: =Par ch'abbia addosso l'argento vivo=.
=L'Abbate Gianni:= ne parla anche Dante; presso il quale il
=lercio= peccato è appunto l'infame vizio de' sodomiti, fra' quali
annovera lo stesso Brunetto. =In somma sappi che tutti fur cherci,
E litterati grandi e di gran fama, D'un medesmo peccato al mondo
lerci=, Inf. 15.
In visibilio non voler entrare,
Che 'l brodo non si fa per gli asinelli:
Va con mitidio, e non vi bazzicare.
=In visibilio ec.= non ti curare d'andar troppo avanti, cercando
ciocchè a te non conviene.
=Che 'l brodo ec.= non son cose da tutti; non te ne venga
appetito. Questo proverbio vuol dire che certe cose non son per
gente di dozzina e comunale.
=Va con mitidio:= cammina con giudizio, bada a quel che fai. =Non
vi bazzicare:= non v'andare attorno, lascia andare.
E' sta con guazzabuglio, e con fringuelli,
E delle frottole una serquettina,
Scamorcioli, travicoli, e spruzzelli.
=E' sta ec.= ripiglia a dir dell'Abbate Gianni, che se la
passa =in guazzabuglio=, cioè in una tresca di ragazzoni,
com'un civettone in mezzo a' fringuelli, che fanno una continua
chiucchiurlaja. Il Ridolfi spiega: In guazzetti, mangiando
fringuelli, cioè poco.
=Serquettina:= dozzina, qui per moltitudine confusa. Segue il
senso: E se ne sta in un miscuglio di ciarle, di baje, e di
=scamorcioli= ec.
=Scamorcioli=; è un peggiorativo del Franc. =morceau=,
tritume d'una cosa. Onde =scamorcioli= equivalerebbe al plebeo
=frusticchi=, ragazzettacci. Nel senso stesso =travicoli=, quasi
salterelli; e =spruzzelli=, quasi sputacchiarelli.
E 'l can suo pari non vuol in cucina.
Mi ruppe 'l fuscellino, accalappiando
A una trave Amata per Lavina.
=E 'l can ec.= non vuol rivali, non vuol seco alla tresca chi gli
possa dar fastidio.
=Fuscellino:= rompere il fuscellino è spartir l'amicizia.
=Accalappiando:= accalappiare è ingannar col laccio gli
uccelletti. =Amata:= madre di Lavinia, appiccatasi per la morte di
Turno promesso sposo alla figlia. Meco spartì l'amicizia, badando
a farmi restar nel laccio non altrimenti che l'infelice Amata.
Lo scudelliere ha marcio, e va singando:
A biotto su la paglia e' balenoe
Per non aver le conche, e origliando.
=Scudelliere:= invece di =scudiere=, cortigiano. =Marcio:=
termine di giuoco, e val posta doppia. Usasi figur. in buono e
cattivo significato. =Bisogna dir male d'ognuno, perchè abbian
paura a dirne di te, o almeno non ti si dia marcio.= Varch. Suoc.
=Singando:= singhiozzando, fignolando. Rid.
=A biotto:= malamente, alla peggior maniera. =Balenoe:= in senso
metaforico dicesi appunto de' cortigiani che =balenano=, cioè
traballano e stan per cadere dalla grazia de' lor padroni, e
perciò anche di lor fortuna.
=Non aver conche:= gergo per dire =non aver con che=, cioè
non aver denari, con cui riparare a sinistri eventi. Salvin.
=Origliando:= nè potendo far altro che star a orecchie tese per
pigliar lume.
E Gherardo Ventraja il rincalzoe:
Quel che 'n pentola bolle ben lo saccio;
E per li dindi si rinfalconoe.
=Rincalzoe:= detto figur. dal rincalzar le piante; e vale lo
sostenne, l'appoggiò nella disgraziata decadenza.
=Quel che ec.= proverbio che significa so come va la faccenda, so
io tutto il mistero di quest'affare.
=Dindi:= denari; voce fanciullesca derivata dal suono =din din=,
che fan le monete cadendo. =Si rinfalconoe:= si ringalluzzì,
rialzò la cresta. Come falco a vista della preda, così egli
riprese spirito a vista de' denari somministratigli.
Di ben far verso 'l gomito procaccio:
Per le tre livre tonde tien carriera,
E straluna, alle due essendo in braccio.
=Gomito:= sorta di misura. Proccuro di star colla misura alla mano
per ben mettere in versi ciocchè ho nel cuore.
=Livre:= lire, o piastre. =Tien carriera:= sta tutto in moto, sta
in ardenza per conseguire le tre piastre, che nuove =(tonde)= di
zecca gli han ferita la fantasia.
=Straluna:= va col cervello in aria, pensando come farsene
padrone. =Essendo in braccio:= cioè già in possesso delle due omai
da se buscate. Rid.
A basta lena fa monna Imperiera;
Per gli andrivieni è l'oca del Mendanno
Rombosa, e sgavacchiata la somiera.
=A basta lena:= s'ajuta con tutte le forze, fa quanto le basta la
lena. =Imperiera:= donna che ci pretende; detto burlescamente.
=Andrivieni:= giravolte di vie che sboccan qua e là. =L'oca ec.=
allude al costume di portarsi oche in dono a' padroni de beni
tenuti a livello, com'un tributo di ricognizione. Rid. Vuol dire
che per tutte le strade giravano i regali di costei per cattivarsi
la protezione di questo e di quello.
=Rombosa:= facendo strepito; da =rombo=. Si sente per ogni via
il gracidar di quest'oche. =Sgavacchiata:= malconcia, piena di
gavoccioli. =La somiera:= l'asina. E per ogni via passa l'asina
tutta guidaleschi, che porta dalla villa cotesti regali.
E par percossa d'un piantamalanno;
Per la ghignata mormora e cinguetta,
E schifa volentieri il caldo ranno.
=Par ec.= sta in tanta costernazione cotesta =monna Imperiera=,
che par le sia caduto addosso un qualche grave malanno.
=Ghignata:= riso caricato che si fa per ischerno. Una burla, una
cosa da niente tutta la pone in moto.
=E schifa ec.= e previene tutt'i pericoli. =Ciascun d'ambe le
parti stette saldo, Ch'ognun cerca fuggire il ranno caldo.= Malm.
9. 37.
Una gran calda io ebbi, e una stretta:
E' non ha luogo in crosta l'asinello;
E basta bene un pazzo per casetta.
=Gran calda:= oggi =scalmana=, accension di sangue. =Una stretta:=
aver la stretta vale esser condotto a mal punto; dicendosi =il
grano aver la stretta=, quando un gran caldo lo secca quasi ad un
tratto.
=Non ha ec.= il pane non è fatto per gli asini; essendo =crosta=
la corteccia del pane. Passai disgrazia, perchè non eran bocconi
da par mio.
=Basta ec.= proverbio che significa bastar un solo a far delle
stravaganze, come basta un sol pazzo a mettere in disturbo una
casa.
Io fe' de' Pazzi spesso un bel castello
Palancola, Sbaraglia, e Ancreone
Prete col petrognano, e petrosello.
=Io fe' ec.= l'ordine è: Io feci spesso =palancola=, ch'è un
castello della nobil famiglia de' Pazzi. Ma perchè =palancola o
palancolato= è anche una chiusa di pali fitti in terra a guisa
di siepe, perciò =far palancola= dicesi dalla plebe dello stare
sdrajato per terra colle gambe in su e in giù. Questo è ciò che
intende Brunetto, equivocando sul nome di quel castello e il detto
della plebe. Rid.
=Sbaraglia e Ancreone:= si suppongono nomi d'altri luoghi, e
da cui la plebe tolto avesse qualche simil dettato, come da
Palancola; seppur non seguisse: =E fo Prete Sbaraglia ec.=
=Petrognano:= si sa solamente essere un villaggio non lungi da
Firenze. Forse prendesi per qualche erba relativa a =petrosello=,
di cui fosse fertile. Così =Falerno= per vino di Falerno.
Alzando i mazzi feci zibaldone
Alle peggior del sacco, e rovistando
Alla cavalleresca Scatuzzone.
=Alzando i mazzi=; montato in collera, alzando in tuono sdegnoso
la voce. =Feci zibaldone:= feci un miscuglio di cose, dissi quanto
mi veniva alla bocca.
=Alle peggior del sacco:= alla disperata. Venni alle brutte,
spezzato ogni freno. =Rovistando:= gettando a gambe all'aria.
=Alla cavalleresca:= a uso di soldato in zuffa. =Cavaliere=
anticamente diceasi per soldato. =Il cherico perde il privilegio
chericale, se si fece bigamo o cavaliere=. Maestruz. =Scatuzzone:=
secondo pensa il Ridolfi è soprannome di colui, che fu gettato
sossopra.
Ed il pattume vien rammuricando:
Erro, cu cu andra' tu in cuccagna
Dal pero al fico sempre perperando?
=Il pattume ec.= rammuricare il pattume è raccogliere e
rammucchiare la spazzatura. Suol dirsi d'un sordido: =Egli
raccatterebbe fino il pattume=; quando vedesi tener conto d'ogni
più vil cosa.
=Cu cu:= voce del cuculo. Cuculo che sei, la sbaglio? oppure col
tener conto d'ogni cencio ti farai signore? =Cuccagna:= paese
favoloso; ove fingesi copia di tutti i beni.
=Dal pero al fico:= sempre, da stagione a stagione. Rid. Oppure
dal poco al meno, cioè da tutto. =Perperando:= facendo denari; da
=perpero=, moneta Greca. Quindi =sperperare=, disperdere.
Del Vescovo la mula ti scalcagna.
Io già son ritornato mezz'in succhio
Per gire a bellegote, ed in benagna.
=Del Vescovo ec.= altro ch'andar in cuccagna; già comincia sotto
di te a ciampicare la stessa mula Vescovile; già si vede la tua
decadenza in povertà. Ridolf. Le mule de' Vescovi soleano essere
ben pasciute; e il ciampicare in mano a costui segno era che
l'orzo cominciava a mancare.
=Per gire ec.= pare un gergo che dinoti esser la sua passione
tornata in sugo; preso =bellegote= per un soprannome relativo a
qualche florida guancia. Ridolf.
La tigna con tignamica mi sbucchio,
Sofferendo la posola, e 'l lattime;
E la bagascia mia n'ha un buon mucchio.
=La tigna ec.= starsi grattando la tigna significa aver da pensare
a' proprj guai. =Tignamica:= erba di grave odore. Mi tocca a
soffrir doppia pena: ho tigna da grattare, e non ho ch'un'erba
puzzolente per farlo.
=La posola:= striscia di sovatto, che posando sulla groppa del
giumento regge lo straccale ed il basto. =Lattime:= male de'
bambini lattanti. Mi tocca a far da asino per portar la soma; e da
bambino per sopportare.
Non gite a genti brocole mie rime;
Perchè non porterebbon la gorgiera,
E farebbon di voi picciole stime.
=Brocole:= non dubito che venga dal Latino =brochus=, uomo armato
di lunghe zanne prominenti a somiglianza de' porci. Perciò =genti
brocole= o ha da intendersi genti materiali e grossolane, o genti
mordaci e satiriche.
=Gorgiera:= armatura del collo. Non si metterebbon certo sull'armi
per prender le vostre difese.
Ma gite come fa del sol la spera
A mogliama miglior che concubina;
E fiate a lei in su la primavera.
=Come fa ec.= vuol che vadano alla sua donna, più cara a lui che
la concubina agli amanti; e vadano sul far dell'alba, e dell'alba
serena di primavera, come regalo di fiori.
Come si fa di rose, della spina
Faccia di voi ghirlande a catafascio:
L'amico cesar abbia la più fina;
=A catafascio:= a gran fasci. Vuol che da' pungenti motti di
questi versi prenda ella ampia materia da trafiggere i vizj e
l'iniquità di certuni.
=L'amico cesar:= dicesi di persona consaputa, e ch'intendesi senza
nominarsi, siccome =l'amico fabio=. La punta più acuta vuol che
sia riserbata a punizion di costui.
Che in prigion mi vide con ambascio.
Can risegato, pisciar le die bene:
Far mi convien, com'il can d'Altopascio.
=Can risegato:= forse ha da dire can rinegato. Salv. =Pisciar
ec.= è un'imprecazione, come suol dirsi ironicamente =Dio gli dia
bene=, mentre se gli desidera male. Rid.
=Far mi ec.= dicesi di chi non potendo egli avere un bene, nemmen
vuole ch'altri ne goda. =Altopascio=; più coltamente =Altopasso=,
paese in Toscana.
E presso a connfitemini a podere,
L'anca del babbo m'ha nuovo; e spuntato
Egli è per fermo contro a suo volere.
=Presso ec.= esser sul =confitemini= è usitatissimo in senso
d'esser all'estremo di qualsisia cosa; forse da' tre salmi
=Confitemini= in fine del mattutino del sabato. =A podere:= a
forze, a ossanza. Stando già io male in gambe ec.
=L'anca ec.= suol dirsi: =Egli ci s'è rifatta un'anca=, cioè nella
tal cosa egli si è riavuto, s'è rimesso in buono stato. Stando già
male in gambe, egli m'ha fatto rifar un'anca a suo dispetto. =Del
babbo=; è grazia di lingua; e così taluno toccandosi le guance
direbbe: =Per questa ciccia di mamma=.
E come gheppio ne son rovesciato;
Quando il giuoco è compiuto, rena rena;
E vammi grosso, e tutto m'ha storpiato.
=Gheppio:= uccel di Rapina, e dicesi esser =rovesciato=, quand'è
battuto da' suoi pari. Lagnasi il Poeta ch'a se non altrimenti
avvenisse.
=Rena rena:= detto enfatico, con cui si suol esprimere una
grand'abbondanza. I contadini usan dire: =Uh! tanta roba che la
beata rena=. Rid. Segue il senso: Perseguitato da quel malevolo,
alla fin del giuoco mi trovai assai bene.
=Vammi grosso:= andar grosso ad uno vale esser pieno di mal umore
contra di lui. Egli mi va grosso, quasi io fossi stato e non egli
che ha tirato a storpiarmi, a danneggiarmi.
In gangheri tu l'hai a suo catena,
Eccetera vo dir, perch'aggio fretta;
Il can t'abbai e 'l lupo a mala mena:
=Suo:= invece di sua per grazia di lingua. =Lei sempre come
suo sposa e moglie onorando, l'amò.= Bocc. 29. Qui Ser Brunetto
ammaina le vele, e dice quel che gli vien detto.
=A mala mena:= al peggior partito. =Mena:= è lo stato delle cose.
=Or va, e vedi la lor mena=. Dant. Inf. 17.
L'amata in cuffia, e la truccia in berretta.
=La truccia:= pensa il Ridolfi che sia qualche cosa di peggio
che =amata=. =Trucci= si suol dire agli asini, pungolandoli. Del
rimanente questo verso credesi un di que' modi da far capire che
non se ne vuol più; come =sat prata bibere=.
CAPITOLO SESTO.[2]
Non è rimasa zazza di Bellondo;
A pelo a pelo mi passò gli orlicci:
Tombolando pur dianzi vidi 'l fondo.
=Zazza:= forse per =zazzera= secondo il Ridolfi; oppur =niente
affatto=, come nel Cap. I. Non v'è restato nemmeno un capello.
=Bellondo:= soprannome di persona che stesse sulla galanteria, e
facesse il bello. Rid. Alla penetrazion del Salvini sembra =quasi
bello-tondo=, cioè pane.
=A pelo a pelo:= giusto giusto, a misura a misura. =Orlicci:=
propriamente le croste del pane; qui per similitudine l'estremità
di qualunque cosa. Arrivò appena appena a farmi godere degli
ultimi residui.
=Tombolando:= cascando a precipizio. =Vidi 'l fondo:= giunsi a
veder il fine d'ogni poco di bene; precipitai nella miseria.
A chieder a ciuffetto ebbi capricci:
In un guinzaglio cispi e zaffardosi.
Gonfiai, e poi mollai di dire: o micci;
=Chieder a ciuffetto:= è chieder roba a uno che =ciuffa=, o
carpisce l'altrui, tanto è lontano da dar del suo; quindi usasi
per cercar cosa quasi impossibile ad ottenersi.
=Guinzaglio:= striscia di corame, con cui i cani da caccia
s'attaccano pel collare. E siccome ad una stessa se n'attaccan
talora più d'uno, così n'è venuto il proverbio: =Stan bene in
un guinzaglio=; e si dice di persone d'un medesimo costume. Rid.
=Cispi:= cisposi.=Zaffardosi:= imbrattati di qualsisia lordura.
Non sai di chi più far conto; posson mettersi tutti in un mazzo,
com'i =cispi e i zaffardosi=.
=Gonfiai:= s'intende per la rabbia. Tenni tenni; e poi più non
potendo, lasciai andare e dissi: oh micci che siete ec.
E l'anime del nocciolo amorosi.
E se tesser non può, ed ella fili:
E la luna nel pozzo a' sottrattosi.
=L'anime ec.= di due strettissimi amici suol dirsi: =Son due anime
in un nocciolo=. Qui per ironia, come sarebbe: Oh i bravi amici
veramente!
=Se tesser ec.= modo aspro per disprezzar chi pregato e ripregato
non ci vuol favorire. Rid. Giacchè non si compiaccion di farmi
grazia, si stiano, io poi non li curo piucchè tanto.
=La luna ec.= mostrar la luna nel pozzo è dar ad incendere una
cosa per l'altra. =Sottrattosi:= che fan professione d'ingannare.
È un'imprecazione contra i falsi amici, quasi dicesse: Piaccia al
cielo, che cadan sovra di loro quegl'inganni, con cui d'altri si
burlano.
Donnuccia se' tornato per li pili;
Animo tuo, e manico di vanga;
Ben sappiam ciò, che tiene i tuo' barili.
=Donnuccia:= si dice ad uomo d'animo vile. =Se' tornato per li
pili=; non t'è bastato l'andarti male una volta; e come sciocca
femminuccia sei tornato pel contrappelo, per avere il resto.
=Animo tuo ec.= viva il tuo gran cuore; abbiasi un cuor sì grande,
e poi si debba pure maneggiar la zappa, che fralle zappe stesse si
diverrà illustre e famoso. Spiritosissima ironia.
=Ben sappiam ec.= ben ti conosco a fondo, ben so quanto pesi. Il
Salvini che non è mai contento se in ogni detto non iscopre un
gergo furbesco, dice =barili= valer =bardasse=.
Or lima, ed or vendemmia, ed or ti sfanga;
Siri margotti fanno del baccello:
E con le tube un ermellin s'infanga.
=Or lima:= adesso è il tempo che tu lavori di rapina. =Vendemmia=;
che tu facci di mal acquisto buona raccolta. =Sfanga:= e che ti
levi dal fango della miseria, e da' taccoli.
=Siri ec.= mentre ora badano alle baje, e non pensano a te.
I ragazzi tagliando la cima del baccello inguisachè s'alzi e
s'abbassi in forma di cappuccetto sull'interna fava, dicesi che
=fan ser margotto=. Salv.
=Con le tube ec.= via non te ne fare scrupolo, che anche
gl'innocentini cedono alla necessità; come lo stesso ermellino al
suon delle trombe del cacciatore non più per salvarsi schifa il
fango e l'immondezza. Rid.
Bucherattola dalle per l'anello:
S'io rido, e tu fa me; non brancicare.
E ricordossi il mosto, e l'acquerello.
=Bucherattola:= picciola buca. =Anello:= foro dell'ano. Dalle
una cosa per un altra. Brunetto è molto amante di proverbiare con
sozzi equivoci.
=S'io rido ec.= tal sia di me, s'io lo dico per burla. =Non
brancicare=; tieni le mani a te.
=Ricordossi ec.= allora si mise egli in punto di farsi render
conto di tutto da capo a fondo. Ridolf. Così si dice =averci
messo il mosto e l'acquerello= per averci perduto tutto; essendo
il mosto il primo sugo, e l'acquerello l'ultimo della vinaccia,
estratto da lei a forza d'acqua.
Il tempo si comincia a rabbuffare;
Ed ha un pelo al cui detto struffaldo:
La cubattola non racciabattare.
=Il tempo ec.= minaccia tempesta; detto metaforicamente di uno,
che comincia a far temere della sua collera. Molto più in là va il
Salvini, e spiega che comincia a crescer la barba.
=Ha un pelo:= usasi =pigliar pelo= in significato d'adombrarsi
e insospettirsi. =Detto struffaldo:= tale da potersi dire uno
=struffolo=, cioè un ispido mazzo di paglia o di capecchio.
Vuol dire che l'avea preso un diabolico umore il più tristo e
bisbetico.
=Cubattola:= stromento da caccia tessuto di verghe.
=Racciabattare:= rattoppare. Non ti fidare in sì torbido tempo a
metter pezze, e ordir nuove trappole,
In cottardita sta, perch'egli è baldo;
E havvi meno a far, che 'n paradiso
Non ha San Marcellino, e Santo Baldo.
=Cottardita:= veste di carattere, conceduta già da' Sovrani a
persone di rango o di merito. Encicl. e Du Fresn. Quindi =stare
in cottardita= è mettersi in aria autentica per farsela valere.
=Baldo:= baldanzoso.
=Havvi meno a far=; eppure non è cosa per lui lo spiegar
quest'aria. Non si sa poi l'origine del proverbio per rapporto a
Baldo e Marcellino. Forse potrebbe alludere alla supposta storia
d'aver S. Marcellino offerto incenso ag'idoli.
E chi paura avesse del mal viso,
Non vadi a San Giovanni sciobrigato;
Nè guardi 'l pel nell'uovo troppo fiso.
=S. Giovanni:= festa con fiera in Firenze, ove concorreano tutti
i bravi della Toscana. =Sciobrigato:= senza brighe, senz'affari.
Chi teme un brutto ceffo com'ha costui, e non ha affari per
quella fiera, non vi vada; perchè dovendovi star ozioso, se la
farebbe colle persone, e incontrerebbe mostacci da farlo tremar
di spavento. =Son passato ancor io da S. Giovanni=; è un detto
Fiorentino per far capire di non aver paura. Paoli.
=Nè guardi ec.= nè la consideri troppo per la minuta, faccia
occhio grosso, affinchè non abbia a procacciarsi affanni.
I stambernicchi! e' nel vaglio ha pisciato;
E 'l diavol no 'l baciò avale in bocca:
Bench'e' sia scalterito e' fu arcato.
=I stambernicchi:= pensa il Ridolfi esser voce enfatica, come
=cappita! oh la gran cosa=! Dante Inf. 32. disse parimente
=Tabernicch= per cosa grande e smisurata ; essendo =Tabernicch= un
altissimo monte della Dalmazia. =Nel vaglio ec.= ha perduto invano
il tempo e la fatica.
=E 'l diavol ec.= col diavolo non se la potè tenere; il diavolo
ne sa più di lui, e lo cuccò. Quindi a =bocca baciata=, di buon
accordo. =Avale:= poco fa.
=Scalterito:= benchè egli fosse astuto e scaltrito, fu colto
all'arco. =Arcato:= preso con inganno.
È sopra il cane, e presta ha la bicocca:
A veder par l'Abbate da Pacciano;
E per darli alla spalla se ne scocca:
=È sopra il cane:= ha avuto de' brutti cani alla vita: cioè
gli sono state addosso persone da non uscirsene coll'ossa sane.
Metafora tolta da' cani che gli sbirri lascian dietro a coloro,
cui vogliono arrestare. =Bicocca:= castelluccio di rifugio. E la
sua astutezza gli trovò sempre una sicura ritirata. Rid.
=Par l'Abbate ec.= sta con una cera di pasqua, e par che non sian
fatti suoi. Il Salvini ci fa sapere che quest'=Abbate da Pacciano=
sottoscrisse il Concilio Fiorentino; notizia poco interessante per
l'intelligenza di Ser Brunetto.
=Darli alla spalla:= ma per quanto se gli stringano alle spalle
persone di vaglia, ei =se ne scocca=, cioè se ne libera con tal
disinvoltura, che più spedito non si scioglierebbe strale da arco
scoccato.
E pur chiccheri ciaccheri ciciano.
E 'l majo è frasca a fidarsi in ghiandaja;
Ma 'n gola gli pisciò, com'a friano.
=Chiccheri ec.= parole per se stesse insignificanti, usate per
esprimer l'inconcludenti chiacchiere di taluno. Eppur sembra che
non sappia accozzar due parole, nè altro sia il suo parlare ch'un
perpetuo =chicchi bichicchi=.
=Majo:= ramo fronzuto, ch'i contadini Toscani innalberano il primo
di maggio avanti le case delle loro innamorate, cantando canzoni
coll'intercalare: =Bene venga maggio, ben venuto maggio=. Vuol
dire che siccome cotesto ramo sarebbe =(frasca)= sciocco se si
lusingasse che l'astute ghiandaje si fidasser di lui come di vero
albero, così sciocco è chi si fida d'un più astuto di se.
=Ma 'n gola ec.= lo minchionò nella più solenne maniera. =Friano:=
gergo allusivo in qualche modo alla famosa =Frine=, meretrice
d'Atene.
Le natiche, e 'l lecchetto, e la corlaja,
E la versiera, e 'l diavol saccolone.
E che diascane? dice la massaja.
=Lecchetto:= è propriamente una picciola colonnetta o palo, che
serve per meta; ma qui è uno sporco gergo Toscano.
=Versiera ec.= cioè mise in opera i già detti mezzi bricconi, =e
il diavolo e la versiera=; colle quali ultime parole intendesi
comprender le molte altre baronate, che nominar non si vogliono.
=Che diascane:= al sentir tante bricconate riprende sorpresa la
=(massaja)= serva: E che diascane, che è mai cotesto? =Diascane=
si dice da chi ha scrupolo di dir =diavolo=, a cui equivale.
Comanda a Monterappoli il lancione;
E stringo 'n su le secche in Barberia:
E 'l picchinaccio mi colse al cantone;
=Monterappoli:= castello 18. miglia lontan da Firenze, famoso per
l'uve celebrate dal Redi. =Lancione:= famiglio di corte; detto dal
portare una specie di lancia. Veramente, ripiglia il Poeta, si può
far d'ogni erba fascio; non essendovi più giustizia.
=Stringo ec.= ed io lo provo che trovo mille intoppi nel più bel
de' miei affari; che tale appunto è il significato di =stringere o
restar sulle secche di Barberia=.
=Picchinaccio:= in vece di =piccinaccio=, dicesi d'uomo di bassa
statura ma furbo e facinoroso. Oggi: =Piccino, ma tutto pepe=. =Al
cantone:= al voltar d'un canto, come fa chi apposta taluno. Rid.
Ed aspetta il fagiuolo in druderia,
Ed alla fossa ciaschedun si peli:
Il guidalesco ha marcio in giulleria.
=Aspetta ec.= attende il minchione al passo. =E io rimanga in asso
un bel fagiuolo=. Buon. Tanc. =In druderia:= alle tresche e a'
bagordi.
=Alla fossa ec.= e sta aspettando chi venga a lasciarvi il pelo;
tolto dall'uso di ripulire e pelar gli uccisi animali ad una fossa
d'acqua corrente. Rid.
=Guidalesco:= lesione fatta sul dosso delle bestie dal lungo
portar la soma. =Giulleria:= scurrilità. È sì vecchio fralle
tresche scurrili, che v'ha fatto il callo.
Dà dà, che non l'accerti; che pur beli?
La gatta in sacco abbia Nalda massiccia,
La cerbola novella, ed i micheli;
=Dà dà:= risposta al sozzo invito di quel fetido =picchinaccio=.
Fa pur tutti i tuoi sforzi, che con me =non l'accerti=, non ti
vìen fatto il colpo; tu la sbagli con me. =Che pur beli:= che
concludi a far il bambin piangente? Io non mi muovo.
=La gatta ec.= io voglio vedermi il fatto mio; tal sia di Nalda
se lasciasi da te ingarbugliare. =Vender la gatta nel sacco= è
aggirare alcuno senza dargli tempo di vedersi i fatti suoi.
=La cerbola novella:= la cervetta. Salv. Nuova espressione
ch'accresce forza al proverbio della =gatta in sacco=, e
che suppone il Ridolfi indicare altra tresca ingannevole. =I
micheli:= forse dal Franc. =michè=, beffato; nè lungi sarebbe
dall'interpretazion del Ridolfi, il quale pensa corrispondere a
=bernardi=, di cui in Cola di Rienzo: =Chi gli toccava la coda, e
chi i bernardi=.
E asso in cul a Ghita, e molta ciccia.
E se tu l'hai per mal, sì te ne scigni;
E 'l diavol tentennino al bujo arriccia.
=Asso:= detto copertamente sotto figura, come direbbesi un fusto
un cero. =Ghita:= accorciativo di Margherita.
=Se tu ec.= se tal mia ritenutezza dispiaceti, e tu crepa.
Proverbio derivato forse dall'uso di slacciarsi la veste per men
sentire un dolore; E s'usa ad esprimer quel non curarsi ch'alcuno
s'abbia a mal d'una cosa.
=Diavol tentennino:= diavol tentatore; da =tentennare=, agitare,
commuovere. =Arriccia:= arricciare è rizzar irto il pelo, come
gatto stizzito. Lo so ch'una furia divien quel diavolo ch'hai
sempre a lato, invisibil =(al bujo)= ministro del tuo furore.
L'anima vienti a gola, e più non ghigni,
E non remoli cica d'impazzare;
E gl'incruscati tozzi son ferigni.
=L'anima ec.= lo so che poco ci vuole, e l'anima spinta dalla
fame da te se ne vola; e che perciò vorresti incappare un qualche
merlotto per mangiare alle sue spalle. =Più non ghigni:= la stessa
fame t'ha fatto dimenticare il solito riso.
=Non remoli cica:= e punto dalla tua rabbia canina non sei molto
lontano dall'andar in pazzia.
=Tozzi:= duri avanzi di pane. =Incruscati:= carichi di grossa
crusca. =Ferigni:= impastati di più sottil cruschello. I tozzi del
più nero pane ti sembran belli e buoni; cioè a tutto attaccheresti
i denti, tutto ti parrebbe un zucchero.
Più presto se', che non è al cacare
La mogliera di zaffo zaffardoso:
Le calze ho poste a leggere imparare.
=Più presto se' ec.= la fame ti fa essere assai sollecito,
vorresti subito avermi nella rete. Modo basso allusivo alla
fretta, con cui si corre, quando le bisogne non ammetton punto di
dilazione.
=Zaffo zaffardoso:= tappo lordo; vil gergo di stronzo, di cui è
moglie la natica. Salv.
=Calze:= per calzoni. Io per me non ti posso troppo aiutare,
perchè ho impegnati fino i calzoni. =Mandar a imparare a leggere=
è frequentatissimo dalla plebe per mandar a pegno; forse derivato,
dice il Ridolfi, dal polizzino che se ne ha, su cui consolarsi
leggendo.
Tu non riguardi mai raso nè toso,
Ma sempre a mosca cieca mugiolando;
E fassi allo 'nfornare il pan goloso.
=Non riguardi ec.= tu non sai far distinzione tra persona e
persona, ti meni alla disperata addosso ad ognuno. =Raso= è più
che =toso=.
=A mosca cieca:= operi sempre alla cieca, non badi se è o non è
boccone da farti pro. =Mosca cieca= giuoco fanciullesco, detto dal
bendarsi gli occhi di uno. =Mugiolando:= come cane affamato, che
freme tra' denti.
=Fassi ec.= come l'odor del pane infornato eccita l'appetito, così
stuzzica la tua avida gola ogni occasion che ti capita!; e subito
ti ci lanci.
E' vanno a saccomanno pedovando:
E chi ha li gattoni è uccellato.
Un frusino! deh vienlo mazzicando.
=E' vanno ec.= volgesi a parlar per le generali di cotesti
puzzolenti mezzani, e dice che comm'assassini di strada
s'avventano a tutti. =Pedovando:= pedovare è scorrer saccheggiando
a piedi, come =cavalcare= è scorrervi a cavallo.
=Gattoni:= malore che carica l'articolazione delle mascelle, e
rende l'uomo inetto alle consuete operazioni. =È uccellato:=
è burlato. E chi non è piucchè spedito a salvarsi in cotesto
assassinio, ci resta com'un messere.
=Frusino:= crede il Ridolfi esser lo stesso che =fruscolo=,
bastone. Oh un buon randello per rompergli =(mazzicando)= l'ossa!
E chi è nella malta non trottato,
L'asino fatto par del pentolajo;
E respice non ha il frugolato.
=Malta:= quel fango che depositò l'acqua torbida ristagnata; oggi
=memma=. Onde =affogar nella memma= non sapere uscir d'un intrigo.
Quanto a proposito il Salvini! =Lat. maltha=, et nota, =materia
quadam durissima ex calce viva, come dice Plinio; onde smalto=.
=Non trottato:= non esperto; traslato da' cavalli, che si dicon
=trottati=, quand'ebbero scuola di cavallerizza. Rid.
=L'asino ec.= chi non sa l'arte di disbrigarsi da un imbarazzo,
resterà al laccio dì questi mezzani; e quanti son gli usci tante
saran le donne che lo peleranno. =Far come l'asino del pentolajo=
è fermarsi a cicalare ad ogni uscio, com'il pentolajo per vendere
ferma il suo asino ad ogni porta.
=Respice:= cioè res; secondo lo stil furbesco, ch'aggiunge
alla vera voce sillabe inutili per ricoprirla. =Non averne
respice= è non aver più niente d'alcuna cosa. Salv. =Frugolato:=
frequentativo di frugato, tentato. Rid. E chi è preso di mira
dagl'importuni assalti di costoro, vede il fondo d'ogni suo avere.
E tutto in somma della lingua l'hajo;
E ben si sanno le sue maccatelle;
E par pur ch'abbia cacato l'acciajo.
=In somma ec.= l'ho tutto sulla punta della lingua; un poco che
venga stuzzicato, so che debbo dire.
=Maccatelle:= que' peccati, che da chi li commise s'hanno per non
saputi. Quindi =scoprir le maccatelle=.
=E par ec.= tolto da chi ha fatta la cura dell'acciajo. Come
dicesse: Ben si sa qual sordido commercio ha fatto d'umana carne
cotesto mezzano; eppure è sì affamato come se uscito fosse fresco
fresco dalla cura dell'acciajo.
Che Dio non disse! Egli ha pur zaccherelle:
E tutto è del papavero cotesto:
La forza pasce 'l prato, e tonda l'erbe.
=Che non disse:= quante scuse quel mezzan maledetto non trovò egli
per iscolparsi d'aver altrui impoverito! Disse che quegli avea
mille =(zaccherelle)= taccoli; e questi furon che gli asciugaron
la borsa.
=Del papavero ec.= e che tutto era effetto della sua pigrizia, e
del suo letargo nel maneggio de proprj affari. = La forza ec.=
ci vuol industria e fatica per cavar frutto dal suo terreno;
nè bisogna dormire come fa egli. Questo verso o è scorretto, o
contiene una gran licenza di rima.
A bocca secca sta, ch'è un bisesto;
E si prostende a barba spimacciata;
Per non stuccar di cammellin mi vesto.
=A bocca secca:= sta a denti asciutti, fa le fette magre; ma non è
cosa nuova, che possa a me darsene colpa: =è un bisesto=, son già
quattro anni.
=Si prostende ec.= modo esprimente un'agiata poltroneria. =So che
tu stavi a barba spimacciata=. Sacch. 106.
=Cammellin:= oggi =ciambellotto=, saja di pel di cammello per far
vesti da mezza stagione. Per non annojare con sì lungo discorso,
muto abito.
E grossa e mazzocchiuta e sfolgorata,
Ghibellin marcio, e coglion di sambuco:
E qui non mi ripigli la brigata.
=Mazzocchiuta:= che finisce in grosso, come terminasse in
pannocchia. =E 'l baston grave e mazzocchiuto e grosso=. Morg.
26. 73. Qui pure parla d'una mazza, che ci vorrebbe a usi tal
Ghibellino. =Sfolgorata:= magnifica.
Perchè 'l cervello a galla mi conduco
Ad ogni piè sospinto con baggiane;
E come favilesche poi traluco.
=Cervello a galla:= perchè i fumi mi vanno al capo, e mi salta
il cervello sopra la berretta; come suol dirsi d'un che va in
collera.
=Ad ogni piè sospinto:= avverbialmente, e vale spessissimo.
=Baggiane:= parole lusinghevoli per condur taluno al proprio
volere.
=Favilesche:= per faville. Con tutta la dolcezza di mie parole
prendo poi subito fuoco, se trovo ostacolo a' miei voleri.
Carne di lupo, la zanna del cane:
E' staberla susine con ganasce;
Un cardelletto egli è, ch'appicca zane.
=Carne ec.= con chi è carne di lupo, cioè con chi è tristo e
maligno bisogna usar zanna di cane; cioè bisogna mostrar i denti,
e non farsela fare. Similmente: =Chi ha il lupo per compare, porti
il can sotto il mantello=.
=Staberla:= l'intende il Ridolfi per =mastica, stritola=; e
la crede una caricata espressione nata nella stessa enfasi del
parlare. =Susine:= è molto comune a questo frutto l'esser agro
e maligno. Vuol dir che costui a piena gargozza pascesi di
malignità.
=Un cardelletto:= egli è uno spiritello inquieto. =Appicca zane:=
ti spaccia per reo di cose, delle quali sei affatto innocente. Lo
stesso =appiccar sonagli=.
Ed arbor sotterrato non ha grasce:
Cianciafruscole sono a dare il gaggio,
Perch'a cul erto del mondo si pasce.
=Arbor ec.= finchè sta sotto terra non se ne trae =(grasce)= alcun
frutto; così costui mentre mormora di nascosto, non merita che
disprezzo.
=Cianciafruscole:= composto di =ciancia e fruscola=. Son ciarle
inutili, nemmen meritan la spesa che vi si badi. =Gaggio:=
ricompensa, mercede; onde =ingaggiare=.
=Perchè ec.= perchè è una bestia del campo; perchè campa in questo
mondo colla faccia sul terreno e il culo all'aria all'uso delle
bestie.
Più che sabato santo tu se' maggio,
E vienti il capogirlo per trincare:
Ed ha più tempo, che non ha scheraggio.
=Più che ec.= tu sei più lungo =(maggio)= del sabato santo,
che non finisce mai a chi aspetta la pasqua; quando cominci una
canzone non la finisci mai più. Sembra risposta di uno, che lo
riprendi del troppo andar in lungo col suo mordace discorso.
=Capogirlo:= capogiro, effetto d'esaltazion di vapori dallo
stomaco alla testa. =Trincare:= bere smoderatamente. Il soverchio
vino è quello che ti fa passar pel capo coteste torbide fantasie.
=Ed ha ec.= le magagne di colui son cose vecchie più della vecchia
chiesa di S. Pietro Scheraggio; nè è più da farne tanti schiamazzi
come tu fai. Cotesta chiesa è antichissima in Firenze, così
nominata da un vicino scolatojo d'acque e di lordure della città.
La finattola pigli a strugolare
Con una fava bugia: vuo' tu nulla?
Ed alle Smirne è ito per corbare.
=Finattola:= crede il Ridolfi esser diminutivo di fine. Io credo
esser l'ultima posatura d'un fluido da qualche tempo stagnante.
=Strugolare:= forse da =truogolo=, vaso del beverone de' porci;
perciò =strugolare= per rimestare, intorbidare.
=Fava:= figur. per alterigia stolta. =Chi domin è costui, ch'ha sì
gran fava?= Sold. 5. Bugia: bucata, vuota. =E' debba avere un poco
il cervel bugio=. Morg. 15. 43. Con una vana prosopopeja troppo
vai tu rimestando un fango già vecchio e posato.
=Alle Smirne:= il Ridolfi crede esser lo stesso che =andato in
Calicut, in Og Magog=, cioè in brutti e lontani paesi. =Corbare:=
gracchiar come corvo. Ora vedi dove è andato a sbattere per
attaccar una briga; è andato lontan mille miglia, s'è attaccato a
cose vecchie e rancide.
Le corna ha la giraffa, e 'l cul le trulla;
Per befania smascellai di risa,
Perchè la trentavecchia parve ciulla;
=Le corna:= que' guidaleschi che son sulla schiena delle bestie da
cavalcare (come son le giraffe) invecchiate sotto il pestio del
lor cavaliere. Può intendersi di donna già logora e consumata.
=Trulla:= non fa altro che spetezzare pel rilassamento de'
fianchi.
=Befania:= il giorno dell'Epifania. Similmente il Berni d'una
vecchia squarquoia: =Il dì di befania Vo porla per befana alla
finestra=. Allude all'opinion de' Toscani fanciulli, i quali
credon che la notte dell'Epifania giri la befana per le strade e
per le case.
=Trentavecchia:= spauracchio de' ragazzi, come la befana;
ch'appunto suol dirsi d'una vecchia brutta e scontrafatta.
=Ciulla:= fanciulla.
E per la vena pazza s'è ancisa.
Addio ser Ugo, che la paglia è data;
A cesta fu per ribobol divisa.
=Per la vena ec.= per quel suo ramo di pazzia di voler far la
bella e la giovine s'è rovinata, s'è ammazzata.
=Ser Ugo:= presso il Davanzati così: =Ugo Latimero, che dicemmo
predicator di riboboli=. Scism. 77. =La paglia è data:= è finito
per te, hai perduto in questa vecchia il più bel soggetto de' tuoi
riboboli.
=A cesta ec.= paglia, cioè materia di riboboli ve ne fu da
potersene dare a piene ceste; ma ora è finita.
Adesa in letto, e sta raggruzzolata:
Che l'arco, com'a' ceci, la sparnacci,
Che m'ha furata mezza la curata.
=Raggruzzolata:= raggruppata al genial caldo del suo covacciolo.
=Arco:= usato per bastoncello corto e curvo. =Sparnacci:= da
=sparnicciare:= Lat. =excutere=. Com'il coreggiato fa saltar i
ceci per l'aja, così un buon randello faccia guizzar costei pel
letto.
E' stanno come capre, e coltellacci;
Non va dal gozzo 'n giù la sorba lazza;
E 'l cavriol pon porri, stu avacci.
=E' stanno:= cioè la detta Adesa, e altra persona ch'avea a far
con costei. =Come capre ec.= son in discordia, si posson tanto
vedere, quanto le capre posson vedere i coltellacci, da cui sono
scannate.
=Lazza:= aspra immatura. Si son dati scambievolmente certi bocconi
da non potersi inghiottire, sebben si faccia forza e si finga.
=Cavriol:= animale velocissimo. =Pon porri:= balocca com'un
perditempo. =Stu avacci:= se tu sei destro in approfittarti
dell'occasione. Vuol dire che chi sa con costei trar profitto di
lor discordie, farà restar com'un balocco ogni più lesto rivale.
Non ha ramo nè razza chi biscazza;
E or ben piove nell'orto del Prete:
La gatta fagna talora stramazza.
=Non ha ec.= al contrario rimarrà un troncone =chi biscazza=; cioè
chi sta cogli oziosi ne' ridotti di giuoco, lasciando passar il
momento di sì propizia fortuna. =Non aver nè ramo nè razza= è non
aver discendenza, esser com'uno scioperato vagabondo che non si sa
chi si sia.
=Or ben piove ec.= ora il vento spira propizio. Que' tanti mortorj
che fan pianger le case, fanno ingrassar il prete; il qual si
rifà, come orto alle frequenti piogge. Quindi il proverbio. Rid.
=Fagna:= l'astuta gatta per voler far la morta, talvolta poi
tombola davvero; così chi fa il minchione, restaci talora
minchionato veramente.
Quot vis, & ego dabo tibi, pete:
Disse fratelmo, e poi non me l'attenne;
Perch'i' son nella falta con gran sete.
=Fratelmo:= mio fratello.
=Perch'i' ec.= perlochè io mi trovo in angustie, molto asciutto
e consumato, non avendomi mantenuta la parola. =Falta:= mancanza
d'averi, necessità.
Con le tanaglie di Cerracchio venne,
E de' zoccoli trasse le bullette:
Nè piuma mai rimessi, nè penne.
=Cerracchio:= crede il Salvini che sia da cerre, ch'in furbesco
val mani. Il Ridolfi pensa esser lo stesso che =tenaglie di
Nicodemo=, cioè attrezzo o preparativo di gran forza. Quindi
dicesi: =Ci vorrebber le tenaglie di Nicodemo=. Il senso è qui che
costui venne ben risoluto e ben preparato.
=Bullette:= chiodetti di largo cappello. Suol dirsi: =Ei s'attaccò
fino a' chiodi=, cioè spogliò affatto la casa.
=Nè piuma ec.= non mi rifeci mai più; sempre miserabile mi son
restato.
Ma quello Dio che morte ricevette,
Gl'Ipocriti sconfonda, e i traditori
E li bugiardi falsi in parolette.
E a me dia grazia, ch'io passi i furori
Per peggio non sentir, che nuove tresche.
Ed il Caca da Reggio è de' Priori;
=Il Caca:= famoso assassino, quasi altro Caco. Salv. Privo il
Ridolfi di tanta erudizione dice che questo verso vuol deridere le
millantarie d'un vile, che di se spacciasse gran cose; e andasse,
come suol dirsi, =facendo il Potta da Modena=. Tasson. Secch.
1. 12. =I Priori= erano sei eletti dell'arti che vigilavano al
buon governo della città di Firenze. Quest'uffizio fu stabilito
nel 1282. Ne segue che Brunetto scrisse il Pataffio in età molto
avanzata.
Ma lodo Cristo, che non furon pesche.
=Ma lodo ec.= contuttociò sia lodato Dio, perchè potea peggio
avvenire. Allude alla volgar novella d'un Comune, che consultando
sul regalo da farsi al nuovo Potestà; chi opinò per le pera,
chi per le pesche, e chi pe' fichi. Prevalse il partito degli
ultimi, e con tal presente si spedirono i Deputati. Nell'atto
d'aprirsi le ceste e porgersi al Potestà, i fichi eran già marci.
S'ordinò ch'i preziosi frutti si tirassero in faccia a' Deputati
medesimi. Costoro considerando il rischio di tornarsene col
volto fracassato: =Fortuna=, dicean consolandosi del minor male,
=fortuna che non furon pesche=.
CAPITOLO SETTIMO.
Più non soffiar, che ti convien più bella;
E 'n su la bica non saltar sì tosto,
Che non se' come l'asino di sella.
=Soffiar:= sbuffar per la stizza. Finiscila una volta col tuo
rabbioso sbuffare; peggio ti toccherà.
=Su la bica:= saltar sulla bica vale montar in collera. =Bica= è
propriamente una massa circolare di grano in paglia.
=Non se' ec.= che finalmente non sei una qualche cosa di
singolare; non sei piucchè un asin da basto.
Dato ti sia d'un verruto d'agosto.
Tira le calze a te, disse Tirante:
Buon fante fu, ma cuffiava del mosto.
=Verruto:= sorta di dardo; ma qui vale pertica appuntata. Dice
=d'agosto=, perchè allora il legname è più duro. Rid.
=Tira ec.= tirar le calze è usitatissimo per morire; dallo
stirarsi de' corpi al partir dell'anima. Crepa, disse, =Tirante=;
il qual soprannome esprime un duro mascalzone, dicendosi =carne
tirante= la carne dura.
=Buon fante:= a proposito di =Tirante=, secondo il proverbio:
=Carne tirante fa buon fante=. Salv. =Cuffiava=; bevea assai.
E mastro Sapa con le gambe infrante
Non dice, che c'è dato: aguti o ferri?
D'un ver non si pagò fra tutte quante.
=Sapa:= furbesco accorciativo di =sapiente=. Salv. =Gambe
infrante=; mal reggendosi in piedi, effetto del vino.
=Non dice ec.= mena giù di te alla cieca, ne parla senza tante
distinzioni. Similitudine tolta da' compratori, quando per
sollecitudine non troppo stanno a sofisticare fra una cosa e
l'altra; nè badano se sian =(aguti)= chiodi, o ferri comunque.
Rid.
=D'un ver ec.= fu un ostinato, nè volle persuadersi d'una verità
per =quante= ragioni gli s'adducessero.
E dopo gogna tu ci andrai con gli erri,
E come pollo cieco non starai.
Per le ragion bazzesche che disserri,
=Gogna:= la berlina, ove s'espongono i malfattori agli insulti del
popolaccio. =Erri:= ferri piantati nel muro per attaccarci qualche
cosa; detti dalla lor figura. Il verso equivale al proverbio:
=Cader dalla padella nella brace=; cioè di male in peggio. Rid. Il
filo del discorso è: Chi ti dice: crepa, e che sei un briacone;
chi ti dà per un solenne caparbio: e dopo aver sofferta cotal
berlina, =ti convien più bella=; tu n'andrai tra' ferri.
=Pollo cieco:= che sbalordito poco sentimento par che abbia de'
suoi mali. Ti scotterà la faccenda; ne darai la testa per le mura.
=Bazzesche:= triviali, sciocche, fra tante strane cose che t'escon
di bocca, =fammi ec.=
Fammi anche la bulletta a questa omai;
Come di San Ruffel le campanelle,
Così appiccicando gli accordai.
=Fammi ec.= dammi per passabile anche questa. Quand'uno racconta
stranezze, si suol soggiungere: =Oh a questa fammi la bulletta:=
cioè questa è sì grossa, che per passare ha bisogno del pubblico
bullettino, com'alle dogane le merci straniere. Rid.
=S. Ruffel:= parrocchia Fiorentina, alle cui campane attribuisce
il volgo l'andar ripetendo col loro suono: =Vendi o impegna=.
Ecco ciocchè è incredibile, e ha d'uopo del bullettino: che tu li
abbia accordati ad accomodarsi al bisogno, come quelle campane
a ripetere, ch'è d'uopo ceder ne' casi estremi, e o vendere o
impegnare.
Solleticando sotto le ditelle,
Menando lui a zufolo e tamburo;
Del morruà tirò tre metadelle:
=Ditelle:= ascelle, ov'il sollecito è più sensibile. Seguendo io
così a dargli sotto, e incalzandolo.
=Menando ec.= e spiegando sopra di lui autorità, come capitano
sopra i soldati, che conduce a suon di piffero e di tamburo.
=Del morruà ec.= il porco che fece? lasciò andar per disprezzo tre
sonanti ventosità. =Morruà= credesi scorrezion dal Ridolfi. Seguo
il Salvini che lo trae da =hæmorroidarius=; la parte ove vengon le
moroidi. Così =metadelle=, furbesco di =meta= coll'e stretta, cioè
cacata.
Alla 'mbracciata l'acerbo, e 'l maturo.
Ell'è per se belletta e per se bella:
Pe 'l rotto della cuffia (questo giuro)
=Alla 'mbracciata:= tutt'insieme (quasi in una bracciata) diede
per lo sfiatatojo la lassa al digesto e all'indigesto.
=Ell'è ec.= è cosa veramente da crepar di ridere: si potrebbe
desiderar più bella?
=Pe 'l rotto ec.= così burlando burlando ei si levò d'imbarazzo,
come se non fosse fatto suo. =Uscir pel rotto della cuffia= è
inaspettatamente sortir d'un pericolo.
E' se n'uscì più chiaro che la stella;
Come la putta fa dell'avoltojo,
Quand'è svegliato, e ha la picchierella.
=La stella:= la diana, che nitida e bella esce dal mar d'oriente a
far pompa di sue bellezze. Salv.
=Putta:= ghiandaja. Si sbrigò con quella speditezza, con cui una
ghiandaja si sottrae agli artigli di rapace avoltojo, quand'è più
stimolato dalla =(picchierella)= fame.
Amico di parole, o copertojo
Che sia di straccio fatto, non mi piace;
E i camuffati, e li bugiardi annojo.
=Amico ec.= di siffatti amici di parole faccio io quel conto,
che far deesi di cenciosa coperta, la quale non coprendo che uno,
lascia l'altro amico allo scoperto.
=I camuffati:= que' ch'a guisa di pitocchi s'imbacuccan sotto la
=buffa=, cioè quella veste con cappuccio usata da' confrati; e
s'intendon gl'impostori.
E 'l pan ripreso dal forno mi spiace,
E 'l migliaccio che fece Sere Spada;
Ma soprattutto la moglie vivace,
=Pan ripreso ec.= pan riscaldato; cioè amicizia racconciata, =ch'è
come cavolo rifritto, che non fu mai buono=.
=Migliaccio:= specie di polenta in torta. Non sapendosi a qual
cosa alluda dell'incognito =Sere Spada=, non può sapersi la forza
di questo detto. Un lume n'abbiam dal Boccaccio, che dice delle
sue novelle: =Chi ha a dir paternostri, o fare il migliaccio al
suo divoto, lascile stare=. Concl. Cioè chi fa il santocchio non
le legga.
E spezialmente quando fusse lada.
Io son nato vestito col legume,
Perch'aggio delle fave, ma non biada.
=Lada:= laida. Dice che chi è lercio e =(vivace)= superbo,
com'appunto esser sogliono i bacchettoni, è a lui insoffribile.
=Nato vestito:= molto comunemente dicesi =esser nato vestito=
per esser fortunato. =Col legume:= com'un cece, fagiuolo, o altra
civaja, che nascon vestiti di baccello. Ecco in che senso io son
nato vestito; in senso d'essere un baccellone.
=Aggio ec.= infatti ciocchè ricercasi per esser un baccello
io l'ho; ma =non biada:= non entrate, che vi voglion per esser
fortunato; essendo =biada= la sementa in erba sul campo.
Venga scialacquo in ciascheduno agrume;
Non dico già per vin di melagrana:
Dà per terraccio, ed esce pe 'l cocchiume.
=Agrume:= figur. per uomo esoso, spilorcio; e in ognun di tal
fatta desidera, ch'in pena di loro spilorceria si desti un
fanatismo di profusione.
=Non dico ec.= è una spiega del verso superiore, facendosi
intendere ch'ei parla degli =agrumi= non in senso proprio, ma
figurato: altrimenti non escluderebbe il =vin di melagrana=, ch'è
il più agro fra tutti. Rid.
=Terraccio:= quella larga apertura della botte, che si chiude col
fondo. =Cocchiume:= quel foro della stessa botte, che chiudesi col
turacciolo. Quando trattasi d'altri che diano, non è mai contento;
pel =terraccio= vuol che versino. Quando poi trattasi di dar egli,
tutto ha da passar per angusto foro. Rid.
Or è compiuta quasi la campana:
Legali 'l cul com'a gatto mammone.
Un saltanseccia se' donna bugiana.
=È compiuta ec.= or via questi son negozi finiti, non ci si
pensi più. =Far la campana d'un pezzo= dicesi per compier non
interrottamente un affare.
=Legali ec.= non v'è rimedio; fa di lui ciocchè farebbesi d'uno
scimiotto; cioè attaccargli a' lombi una buona corda, e lasciarlo
strepitare. Modo sprezzante. Rid.
=Saltanseccia:= uccelletto, che si posa or su questa or su quella
cima, altrimenti saltampalo; e per metafora un incostante, un
leggiero. =Bugiana:= scostumata.
Che Fiesol arse pare 'l diavolone:
Tu ti fai beffe de' grossi tonduti,
E 'l diavol vanne in zoccoli trottone.
=Che Fiesol ec.= sembra ella il gran diavolo, che mandò Fiesole
a fuoco. La città di Fiesole più volte è stata involta fralle
rovine.
=Grossi tonduti:= monete tosate. Tu del peccato di tosar monete
non te ne fai nè in qua nè in là, come se fossero bagattelle.
=Diavol ec.= similmente =le gatte vanno in zoccoli=, e vuol dire
passarsela in piena letizia. Tu prendi a scherzo i più enormi
delitti; ma il diavolo ne fa gran festa.
E bene sta, e buon dì: sono arguti,
E della Vernia parean Frate Zugo:
In gran cattività si son cresciuti.
=Bene sta ec.= risponde in aria sprezzante la femmina: Oh! me ne
consolo assai di quel ch'andate dicendo; col buon giorno. =Sono
arguti:= che gente spiritosa son mai costoro!
=Parean ec.= chi tali li avrebbe creduti? parean anzi altrettanti
marzocchi, come Fra Zugo d'Alvernia. =Sei un zugo= suol dirsi per
sei uno stolido.
=Cattività:= malizia, ribalderia. Han fatto un gran profitto nel
mestier de' furfanti.
Mia consobrina è pur vaga del sugo
Della pentola; l'occhio sempre vuole;
E dove la mi vaga, quivi frugo.
=L'occhio:= cioè della pentola, che è quel grasso che galleggia
sopra il brodo. Il Salvini sospetta che scherzi sotto il velo de'
soliti equivoci.
Alma scarabocchiata, alle carole
Mi fa 'mpazzire, come tordo in gueffa.
E quand'in testa si pon le vivuole
=Scarabocchiata:= anima nera; da =scarabocchiare=, far segnacci
coll'inchiostro. =Alle carole:= alle consuete tresche. =Gueffa:=
gabbia.
=Vivuole:= porsi le vivuole in testa è adornarsi il capo co'
fiori, come fan le femmine.
Assai gargaglio, e poi ricevo beffa
Scoccoveggiato: è egli sempre in casa;
Sì misse lima sorda, che le ceffa.
=Gargaglio:= faccio gran fracasso. =E vanno verso Tunisi cantando,
Come putte ebre tutti gargagliando=. Ciriff. 3. 98.
=Scoccoveggiato:= cuculato, uccellato; da =coccoveggiare=, ch'è
l'atto della civetta, quando trastulla gli uccelli.
=Sì misse:= a tal'intrinsechezza ella ammise quella =lima sorda=,
cioè colui che sa far sì bene il fatto suo senza far romore. =Le
ceffa=; le ciuffa, le ruba; perchè =ciuffare= volgarmente s'usa
per rubar di soppiatto, appunto come =lima sorda=.
A man salva pur ebbi mona Masa,
Ben gud e re i gianda ja te,
Mi disse la giudea che lici accasa.
=A man salva:= a colpo sicuro. =Mona Masa:= madonna Tommasa, nome
molto frequente ne' gerghi e dettati del volgo. Rid.
=Ben gud ec.= accozzamento di parole insignificanti, dirette
soltanto a contraffare la lingua Ebrea, come suol farsi della
Tedesca. Imitato da Dante Inf. 31. =Raphel maì amech zabì almi,
Cominciò a gridar la fiera bocca=.
=Lici:= ivi, lì intorno. =Poco allungati c'eravam di lici=, Dant.
Purg. 7. =Accasa:= ha la casa, abita.
E come l'animal che dice be,
I' son trattato; e vien pur cicalando:
Ben avrei lassi i muli in buona fe.
=Cicalando:= cinguettando, garrendo. Son trattato com'un pecorone;
eppur quella lima sorda ha anche tanta faccia di garrire.
=Avrei lassi ec.= metafora tolta da' mulattieri, i quali invitati
a restar in qualche osteria che lor non piace, rispondono: =Io
avrei ben lassi i muli, se qui mi fermassi=. Rid. Vuol dire: Io
sarei ben ridotto a cattivo partito, se dovessi dar orecchio a'
cicaleggi di costui.
Da ripuisti vien ciacciamellando;
Perchè sì presto Neri se' in zelo?
Zecca putita, che vai pur nicchiando.
=Da ripuisti:= da far rapine in casa di quell'=alma
scarabocchiata= della =mia consobrina=. =Ciacciamellando:=
cianciando, infilzando bubbole una appresso l'altra.
=Zelo:= brama di qualsisia bene. Qual mai è in te la fame
dell'altrui roba, che n'ardi sì presto? =Neri= dovrebbe esser il
nome di quella =lima sorda= già detta.
=Zecca:= animaletto noto, che s'attacca e sugge il sangue; figur.
per un ingordo e rapace. =Putita:= puzzolente. =Nicchiando:=
facendo il malcontento; non sazio ancora di sugger denari.
In sa' di scotta di cappa di cielo
Egli ha del buon; ma non l'ha manomesso,
Danda monnoso, prato giuccherelo.
=Sa':= sajone, casacca. =Scotta:= presso il Du Fresne =scotte=
è un ammasso di cose insiem raccolte: =Quod ex diversis rebus
in unum acervum congregatur.= Quindi =Scoti, quasi ex diversis
nationibus compacti=. Brunetto vuol dire che costui vestiva
un sajone di mille pezze. =Cappa di cielo:= panno d'un celeste
scolorito.
=Ha del buon:= ha de' buoni quattrini, sebbene al vestito sembri
un pitocco. =Ma non l'ha manomesso:= ma i quattrini che ha non
ancora li ha messi a mano; non se ne serve.
=Danda:= forse dal Franc. dandin, lo stupido, il bighellone.
=Monnoso:= briacone; da =pigliar la monna=, imbriacarsi. =Prato:=
presso il Du Fresne =pratum= è un cortillaccio di monistero o
di prigione; dal Franc. =preau=. =Giuccherelo:= forse dal Franc.
=juchoir=, gallinajo. Altro titolo ingiurioso, ch'assomigliandolo
a un cortil di galline, esprime la di lui sporchezza.
Cui serpe morde, o riceve cubesso,
Lucerta teme; ed ha uno a mulino,
Quando la gatta impregna per lo sesso.
=Cubesso:= il Du Fresne riporta =cuba= per valle infossata. I
serpenti allignando in luoghi umidi, potrebbe esserne derivato
=cubesso=, che qui scorgesi valer serpente. Similmente: =Chi ha
provata l'acqua bollente, teme ancor della fredda=.
=Ha uno ec.= come sopra ha detto di quel lercio truffarello che
=ha del buon, ma non l'ha manomesso=; così di lui qui soggiunge
che ha =uno a mulino, quando ec.= cioè mai.
=Quando ec.= quando avvenga l'impossibile, qual è quello che =la
gatta impregni= per la sola virtù del suo sesso. Rid. Il Salvini
legge =fesso=. Dice dunque esser colui spilorcio a segno d'esser
caso impossibile, ch'i mulini macinin sua farina.
Perchè si duol cotanto, e fa traino?
Deh dimmi ch'hai pisciato in sette neve,
Che Dio ti vaglia, pecchia Fiorentino.
=Fa traino:= geme, quasi strascinasse il traino. Perchè dunque va
egli piangendo miserie? Rid.
=Hai pisciato ec.= dimmelo tu che sei un vecchio saccente, e che
tanto sai del mondo.
=Dio ti vaglia:= così Dio t'ajuti. =Pecchia:= si dice d'un gran
bevitore; onde =pecchiare=, succhiare il vin come le pecchie.
In tramito tutt'è, rispose in breve
Un beccaliti un pizzica quistioni:
Al dormi le salute? e' riman grieve.
=In tramito:= la risposta è in pronto, alle corte. Il Ridolfi
legge: =In tramen tutti=.
=Dormi:= un tristo che fa il fatuo per suo interesse; quindi =far
il dormi al fuoco=. Ecco perchè va piangendo miserie; perchè sa
l'arte di far il =dormi=, e sostenerne il carattere. Sappia uno in
brigata far finta di dormire: hai bel tempo a tentarlo con saluti;
ei mostra di non accorgersene.
E chi è giunto che vada carponi,
Allora è catacolto, e gratigliato;
E ben si vuol incontrar li talloni.
=Carponi:= andar carponi è andar colle mani e co' piedi per terra,
nel qual modo non può farsi che poco cammino.
=Allora ec.= qualor non è piucchè lesto chi incappa in costui, ci
riman bene =(catacolto)= acchiappato, e posto =(gratigliato)= in
gabbia.
=Incontrar ec.= e' bisogna esser di gamba svelta con lui; e con
tanta fretta scappare, ch'un tallone arrivi l'altro correndo. Rid.
E strabuzzando così ingrugnato
Uscì del puzzo de' lavoratori,
Che n'ebbe un caccabeo così ingrifato;
=Strabuzzando:= stravolgendo gli occhi, come chi fa =buzzo= ad
alcuno, cioè si mostra seco in collera.
=Puzzo de' lavoratori:= il letame. Scosso finalmente da tanti
rimproveri uscì egli sebbene ingrugnato dallo sterco de' suoi
vizj. La Crusca legge =dal pozzo=; e sarebber nel senso stesso le
fosse della Contessa di Civillari, Bocc. 89.
=Caccabeo:= dal Lat. =caccabus=, pajuolo. Poichè n'ebbe buscate
quante ne potea buscare. =Chiamar i pajuoli e il ranno= dicesi
similmente dal Buonarroti nella =Fiera= per meritar di buscarne in
groppa e in sella.
Di rio in buon, non facendo scalpori.
Di San Giuliano ha detto il Pater nostro:
E più non usa co' berlingatori.
=Di rio ec.= di malvagio che era, cambiato in buono, nè più
menando schiamazzi. =Scalpore= è lo strepito di chi si risente.
=Di San ec.= vale aver detta una segreta orazione, per cui ne sia
impensatamente venuto un qualche bene. =Per certo diceste stanotte
il paternostro di San Giuliano; perocchè noi= =non potremmo avere
migliore albergo=. Fior. Pecor. 3. 1.
=Berlingatori:= que' ch'amano le continue gozzoviglie; che =si
dilettano d'empier la morfia, pappando e leccando=. Varch. Ercol.
64.
La mala sciarda fu giunta nel chiostro,
E spopolato fu; l'aria grattando:
Le materasse a terra quando giostro.
=Mala sciarda:= la cattiva pelle, uomo d'iniqua razza; dal Franc.
=echarde=, scheggia. =La scheggia ritrae dal ceppo= dicesi di chi
non traligna da' suoi progenitori. =Fu giunta:= fu affrontata.
=Nel chiostro:= sotto i portici del passeggio. Rid.
=Spopolato:= gli furono scosse le pulci da dosso, fu ben
battuto. =L'aria grattando:= invano facendo strepito; Lat. =aerem
verberare=. Simile, dice il Salvini, a =pescar l'anguille per
aria=.
=Le materasse ec.= in mezzo a' suoi vani schiamazzi disse: In
ogni modo non m'andrà tanto male; se si cascherà si cascherà sul
morbido.
Un dì dell'anno sta la vecchia in bando.
Tratti gli aresti i denti della gola:
Poi rose 'l pretesemol dentecchiando.
=Un dì ec.= un giorno disgraziato suol venir per tutti; non può
sempre andar bene. Allude al volgar detto di segarsi la vecchia
alla metà di quaresima; che perciò si suol per burla in quel dì
dirsi alle vecchie che non si faccian vedere, perchè non l'abbiano
a segare.
=Tratti ec.= ne' suoi schiamazzi spalancava tanto di gargana, che
se gli sarebber potuti sveller comodamente tutti i denti di bocca.
Il Boccaccio usò la stessa frase per uno che smascellava delle
risa.
=Poi rose ec.= poi strinse i denti arrabbiato, quasi rosicchiasse
punte di prezzemolo.
In calze a campanil macchie non tola;
E fu la maraviglia del trecento,
Veggendo giunto 'l Prete alla tagliuola.
=Calze a campanil:= calze che sciolte al ginocchio, cadon grinzose
su' piedi, e impediscono il camminare. =Macchie:= le siepi. Rid.
=Non tola:= dall'ant. =tolo= presso il Menagio. Quindi =tolutarius
equus=, cavallo che va di portante. Il senso: Posto in tali
imbarazzi non gli riesce di saltar la siepe, e sottrarsene.
=Del trecento:= della più stupenda antichità. Si destò tal
maraviglia, qual si sarebbe fatta a uno di que' portenti, di cui
eran fecondi i più antichi secoli.
=Tagliuola:= metafor. per qualunque intoppo. Lo stupore fu il
vederlo intoppato sì malamente.
Ed al zaffo di sotto ch'era lento,
Non chiese cosa che 'l Prete ne goda:
Ma colà giuso li dissi: memento;
=Zaffo:= turacciolo de' tini. Credo voglia dire ch'ei non si
sbigottisse, nè perciò avesse bisogno di sturar il fondo per
sopraggiunto scioglimento di ventre; scherzando su di lui come
nel Malm. =Pervenne una zaffata a sua eccellenza, Che fu per farlo
quasichè svenire=. 3. 17.
=Non chiese ec.= non ricorse al =zaffo di sotto= per
grand'urgenza, quasi che dell'accadutogli non si prendesse molta
apprensione.= Non è mal che ne goda il Prete=, non è mal di
rilievo.
=Colà giuso:= io però al vederlo caduto in tal abisso e tal
imbarazzo, gli dissi: Tienti ora a mente le mie parole.
Doman lo saperai, leva la coda.
E 'l bell'amico a una sì mi disse:
Non ti darei una micca di broda.
=Doman ec.= te n'accorgerai appresso, e proverai le dannose
conseguenze di tal evento; =leva la coda=, spiega pur adesso
baldanza. Il Piovano Arlotto vedendo i suoi popolani ridersela di
lui, ch'invece d'acqua santa aspergeali coll'olio, disse: =Domani
ve n'accorgerete=. E veramente il maggior danno era loro, di cui
si macchiavan le vesti.
=Bell'amico:= ironicamente. Quel buon galantuomo mi rispose =(a
una)= di botto: Nemmeno una scodella di =broda= ci spenderei per
coteste tue parole, tanto poco conto ne faccio.
E Cortesin da Pelago mi scrisse,
La posola un pochetto sofferrai:
Che fu maggior la schiatta di Parisse.
=Pelago:= luogo vicino a Firenze, celebre per lavori di lana.
Seguita la risposta del =bell'amico=.
=Posola:= striscia di sovatto, con cui attaccasi al basto lo
straccale. Già Cortesino me l'avea predetto ch'anch'io dovea
provar il basto, cioè qualche disastro, ma di poco e da non
isgomentarmi.
=Che fu ec.= poichè la stirpe stessa di Paris benchè tanto famosa,
nemmen fu esente da qualche disavventura.
Di Ser Verde le brettine giucai,
Però la palla mi levò di mano;
Or bombo cacciacristo sempre mai.
=Brettine:= redini del cavallo, qui per attrezzi di cavaliere;
traslat. le corregge con cui i notai legavano i lor protocolli,
e che formavan tutto il corredo della cavalleria =di Ser Verde=.
Rid. Vuol dir che la sorte gli avea detto male, e perciò avea
allor fallito il più bel colpo.
=La palla ec.= levar la palla di mano è togliere altrui
l'opportunità d'un favorevole incontro; come quando un giuocatore
sta per ribatter la palla, e glie la toglie un altro più lesto.
=Bombo:= bevo. =Cacciacristo:= vino acido, incapace di
consecrazione. Per così mala sorte mi tocca ora a sorbir questo
poco d'aceto.
Il solicello, quel dottor alano
La penitenza non sofferse gretto;
Com'in dileguo per poggio e per piano.
=Solicello:= forse composto di solo e di =cella=, e val romito.
=Soligello= legge il Ridolfi. =Alano:= cane Inglese. =Come mastin
sotto 'l feroce alano, Che vince di vigor non già di rabbia=. Ar.
Fur. 46. 138. Quasi costui fosse fra' Dottori, come l'alano fragli
altri cani.
=Gretto:= meschino. Segue il =bell'amico=, e dice di non voler
quieto passarsela nello sventurato suo incontro, com'il bravo
romito non soffrì da meschino la penitenza.
=In dileguo:= sì lontano, che sparisca e più non si veda. Com'un
lampo si sottrasse al gastigo.
Diletto, so che gusti del mottetto:
Però chi non è ricco in quarant'anni,
Ha messo mano 'n pasta, e va a brodetto.
=Diletto:= amico mio. =Mottetto:= detto concettoso e frizzante.
Amico, so che ti piace un parlar sentimentoso; or senti questo:
=Chi non è ec.=
=Va a brodetto:= non è capace di concluder niente di sodo.
Come dicesse: Sai pure ch'ho già passati 40 anni; e perciò puoi
figurarti, che non ho più da imparare a maneggiarmi.
La botte piena e la mogliera, Nanni;
E menerem la coda tuttavia,
E non sarem ni mica barbagianni.
=La botte ec.= assicurati, o =Nanni=, che m'andrà a maraviglia
bene. Dicesi che =non può aversi la botte piena e la moglie
briaca=, cioè che non si può da cattivo principio aver bene. Egli
però tuttora se ne promette, sicuro della sua arte in procacciarsi
una straordinaria fortuna.
=Menerem ec.= usasi oscenamente; qui però significa ch'ei non
rimarrà avvilito, ma tornerà a potersi scapricciare a suo genio.
La monalda non vuol grossa badia
Per poter fare il fonfo a druda bella:
E quando la monnosa va per via,
=Monalda:= forse dal Lat. =monedula=, putta, uccello che ruba
l'oro e l'argento; qui per soprannome d'una vecchia di mal affare,
come crede il Ridolfi. =Grossa badia:= gran somma di denaro.
=Fonfo:= il Ridolfi l'ha per voce inventata a ricoprir uno sporco
sentimento. Potrebbe aversi a legger =tonfo=, caduta. Ella si
contenta finalmente di poco, perchè la bella ne sia compiacente.
=Monnosa:= scimia, titolo da riferirsi alla detta vecchia; ovvero
graziosa da riferirsi a =druda bella=. Così =monnosino=, giovine
cascante di lezj femminili.
Levati quel peluzzo da mascella,
E poi fanno la chiosa a rifettoro;
E me il Carasanna cieco appella
=Levati ec.= allora puoi levarti un capriccio, puoi prenderti un
gusto. Oggi =levarsi un pelo dagli occhi=, togliersi una molestia.
=Chiosa:= far la chiosa è trar da una cosa materia di discorso e
di riflessioni. =Rifettoro:= per qualunque luogo ove si mangia,
tavola. Rid. E poi voglion parlare; e caratterizzarmi per un
messere, che non sappia valersi dell'occasioni.
=Cieco:= cioè Fiorentino; proverbiandosi così i Fiorentini
specialmente da' Sanesi. =Vecchia fama nel mondo li chiama orbi=.
Dant. Inf. 15. Vedi Menag.
Pur dalle valli, ch'io son da pianoro.
=Dalle valli:= dove sono i villani più rozzi, perchè più lontani
dal civil commercio. =Pianoro:= borgo lontan 10. miglia da
Bologna; qui credo per pianura vicina alla città. Mi crede un
Fiorentin =dalle valli=; ma non son poi tanto goffo.
CAPITOLO OTTAVO.
Di là dal mare sta mona Diambra,
E quivi sogna pur di bere aceto;
La qual mi fu rapita della zambra.
=Di là dal mare:= detto per luogo rimotissimo, quasi mondo
impenetrabile e sconosciuto. Brunetto motteggia chi gli volea dar
ad intendere l'assenza della sua donna, mostrando di non avervi
creduto; e spiegandosi in termini non dissimili a quel detto: =Più
su sta mona luna=; cioè ti capisco, tu non la dici giusta. Paoli
Mod. Tosc.
=Sogna ec.= piena la fantasia di meste immagini e dolorose. Oh
sì davvero! la se n'andò, non m'è stata tolta; e da me lontana la
poveretta si pasce di fiele per amor mio.
=Zambra:= camera; onde =zambracca=, femmina di piacere.
A crai la riveggio all'ontaneto,
Dov'eran zezze bizze amore e gigli:
Oro strabocco ne vien da Corneto.
=A crai:= al dimane; dal Lat. =cras=. =Ontaneto:= luogo piantato
d'ontani. Il Salvini appassionato pe' gerghi crede che significhi
il luogo, ov'ella s'intanava; cioè dove facea la sua segreta
combriccola.
=Zezze:= ultime; voce di contado. =Bizze:= sdegni, inimicizie.
=Gigli:= fiorini coll'impronta del giglio, com'oggi =gigliati=
i zecchini. Salv. Quivi cessavan le natie inimicizie fra' due
contrarj affetti d'amante e d'avaro; non potendosi quivi amar
senza spesa.
=Corneto:= paese di Romagna; qui in gergo per mestiere di donna,
che fa scorno al proprio marito. L'Ariosto: =Credendo andare a
Roma, andò a Corneto.= Salv. Una fonte d'oro perenne è siffatto
mestiere.
E sonvi l'arcaliffe per conigli,
E stanno pure a cogliere i chiovi;
Però che 'l mondo è pur fori e cavigli.
=Arcaliffe:= con arco in fronte, cioè cornute =(da Califfo=,
signor de' Saracini) moltiplicate come conigli. Salv. Ma
=arcaliffe= potrebbero esser le più famose nel mestiere; e conigli
un gergo anagrammatico, di cui simile nel Lib. Son. 79. =Pere
coniglie in farsettin di vajo, E pesche impiccatoje=.
=Cogliere ec.= è ben proprio di siffatte =arcaliffe= il far grata
accoglienza a quanti =chiovi= lor s'offeriscano. =Fori ec.= dacchè
il mondo non è ormai altro che =fori e cavigli=; nel senso del
Bocc. Concl. =Dico che più non si dee a me esser disdetto, che si
disdica agli uomini ed alle donne dir tuttodì foro e caviglia ec.=
Sempre mi sguaraguati se mi trovi:
E' sono a te come la forca al fieno.
No 'l dico per piaggiarti per Dio Giovi,
=Sguaraguati:= mi guardi e mi riguardi, mi vai con cento occhiate
squadrando da capo a' piedi. È discorso della donna trovata
=all'ontaneto=.
=Sono ec.= son costoro per te oggetto di rivalità e di rancore;
com'il fieno teme la forca, da cui venga infilzato.
=Per piaggiarti:= per parlare a seconda del tuo genio. Per Giove
ch'io non intendo addormentare i tuoi gelosi sospetti; ma pure ti
sarò buona compagna ne' geniali scherzi.
Il bambagio alla musa spaccereno;
Al tanto, a paralocco, alla bassetta:
O topo o vispistrel noi pur sareno.
=Bambagio:= trarre il bambagio è trarne l'ultimo sugo, e quasi
snervare. =Musa:= scherzi, giuochi. Per servirti farem gli ultimi
sforzi del genio.
=Tanto:= oggi =tantìo=, giuoco come la =bassetta= e il
=paralocco=. In osceno significato altresì ne' Cant. Carn. 6.
=Fare alla bassetta, E convien che l'uno alzi e l'altro metta.=
=O topo ec.= farem la parte nostra comunque sia. Allude alla
favola del pipistrello, che com'uccello si salvò dal gatto, come
topo dal falco. =E fanno appunto com'il pipistrello, Or figura di
topo ed or d'uccello=. Cort. Convert.
Mezza m'ha fatta pinza la bonetta;
E così va su vacca per vassojo:
Me' son i pedignon talor che fretta.
=Pinza:= piena. =Bonetta:= berrettino; per similitudine il
ventricolo o la borsa. Sappi però che quel mio amante m'ha
trattato assai bene.
=Va su vacca:= quand'uno dilapida il suo, e oggi una cosa impegna,
domani un'altra ne vende, soggiungesi =e va su vaggia, e va su
vacca.= Rid. =Vassojo:= conca di legno per uso de' manovali. Col
trattarmi sì bene s'è ridotto a dover vendere e impegnare per un
vassojo.
=Me' son ec.= oggi =chi va piano va sano=. =Pedignon:= male ch'il
freddo genera ne' piedi congelandovi il sangue. Per lusingar
Brunetto si protesta ella però di più pregiare un amante moderato
nello spender per le sue belle, che un altro troppo corrente e
inconsiderato.
Ma io ho posto un freno al menatojo,
Che io non mi darò mai più alle streghe,
Se voglia non mutasse il colatojo.
=Ma io ec.= replica di Brunetto, il qual dice d'essersi posto in
sì rigido sistema di continenza, che ec.
=Alle streghe:= darsi alle streghe è darsi alla disperazione, alle
furie; qui impazzar per amore.
=Colatojo:= figuratamente, come =menatojo=; cioè carne
incontinente e rubella.
Non credo che s'andasse cento leghe,
Ch'ella vorrà 'l peluzzo trarne tutto;
E non starà in calcole a far pieghe.
=Non credo ec.= sebben però vantasse ella di tanto piacerle la
moderazion dello spendere negli amanti, pur credo che molto non
passarebbe ec.
=Vorrà ec.= che non sarà contenta se non m'abbia pelato affatto,
facendo andare a scroscio i miei quattrini.
=Calcole:= certi regoli che calcan co' piedi le tessitrici,
alzandoli e abbassandoli. =Far pieghe:= dicesi per operar con
agio. Rid. =Onde non istar in calcole a far pieghe= è ben menar le
calcole; cioè adoprarsi con tutta possa a munger denari.
Gnanima, il suo sarà consiglio asciutto;
Che le son belle begole colui:
Dì quel che tu ne credi, e dì di botto.
=Gnanima:= per l'anima mia; specie di giuramento, come gnaffe per
mia fe. Salv. =Asciutto:= magro, sterile.
=Begole:= bubbole. Son poi belle chiacchiere; avrebbe ella a
trovar i messeri che ci credessero. =Colui:= riempitura per grazia
di lingua.
=Dì quel ec.= che ti pare? non è così in tua coscienza? Modo
d'esprimer la sicurezza in cui si è, ch'altri non discordi da'
proprj sentimenti.
Non lascerà, perch'ella dicess'uhi;
E castra qui, e rendimi l'avanza:
Che faranno allo sdrucciolo amendui.
=Non lascerà:= sicuro dell'altrui risposta e non aspettandola,
prosegue egli dicendo, che non lascerà ella l'antica pratica per
quante smorfie abbia dette.
=Castra ec.= parole che diconsi a dileggiamento di taluno, da cui
non si vuol essere impastocchiati; stendendosi nel dirle il pugno
verso di lui, spinto il dito grosso frall'indice e il medio: il
che volgarmente chiamasi =far le fiche o le castagne=.
=Sdrucciolo:= l'atto stesso di sdrucciolare. Ed egli ed essa
faranno a chi più sdrucciola nelle tresche antiche.
Che la ribeca fu menata a danza,
E fia miglior che la lega di Chianti.
E di luglio fo pepe a stranianza:
=Ribeca:= chitarra. La veglia è in pronto, nè s'ha da far altro
ch'entrar in ballo; e vuol dir allegoricamente di già veder le
disposizioni a riprender la tresca.
=Lega di Chianti:= moltitudine fra se discorde, come =la compagnia
del ponte Arifredi=, pochi e mal d'accordo. E la tresca riuscirà
brillante e di genio. =Lega= son più paesi di contado soggetti a
un governo. =Chianti= è vicino a Firenze, rinomato pel vino.
=Di luglio:= far pepe è aggruppar le cinque dita in forma di cono,
il che non riesce quando le mani sono aggranchiate dal freddo.
Perciò =far pepe di luglio= è esser sì bravo da riuscir nelle cose
più goffe. =A stranianza:= con peregrina bravura. La parte intanto
che mi tocca a fare, è quella che farebbe ogni più gran minchione.
Del detto mese pulci e non contanti.
Perchè 'l granchio mi morse mangio 'l cucco,
E della guardanappa faccio guanti;
=Del detto ec.= da me che sperar ne potea? pulci quante n'ha
luglio; non denari, come dagli altri suoi amanti.
=Granchio:= esser morso dal granchio intendesi andar ristretto
nelle spese. =Cucco:= uovo; voce de' bambini: qui per cibo scarso.
Perchè lo spender m'è rincresciuto, gli altri trescano ed io
faccio astinenza.
=Guardanappa:= sciugatojo. E in uno straccio di sciugatojo mi
ravvolgo le mani, simile a un poveraccio piantato là sulle piazze
a scaldarsi al sole per non aver altro.
E allogliato talor mi pilucco.
Del diavol li scuffion! tornò la buffa
Che per lo stucco tinto vengo stucco.
=Allogliato:= chi ha mangiato pan di loglio, ch'il volgo crede
faccia infatuire. =Mi pilucco:= mi rodo di rabbia, mi tapino.
=Del diavol ec.= esclamazione energica da premettersi a cosa di
grave spavento. =Scuffion:= i rabbuffati crini, e le corna. Rid.
=Buffa:= visiera, qui per la faccia orribile di colei, ch'a guisa
di furia tornò in campo.
=Stucco:= il volto della donna. =Faccia di stucco= suol dirsi
appunto d'un volto liscio o dilavato. =Tinto:= illividito per
l'ira. =Com'Ilarcon la vide così tinta=. Ciriff. Calv. 3. 74.
=Vengo stucco:= rimango di gesso, mi gela il sangue.
Nier, Bindoli fu Neri a non dir truffa:
Chi tornò tosto? chi per l'acqua andone?
Il naso, se l'agogni, in cul li tuffa.
=Nier:= tronco di Ranieri. =Bindoli:= dice che questo =Neri=
piuttostochè Neri fu =Bindoli= di casato; volendo con tale scherzo
tacciarlo di bindolo e di raggiratore, e attribuirgli la colpa
dell'accaduto. =A non dir truffa:= per non dir peggio, cioè
truffajuolo.
=Chi tornò ec.= suol dirsi per proverbio che =chi presto vuol
la risposta, mandi l'ambasciata quando piove=; perchè il messo
allor cammina per non bagnarsi. Rid. Il senso: Credi tu ch'il più
sollecito messo sia quel che =va per acqua?= oibò; fu Neri per
andar a sparger zizzanie.
=Il naso ec.= e se vuoi meglio saperlo, metti là il naso a sentire
di qual verme è in lei questa bile. Seguo la correzion del Ridolfi
in questo verso, che suol leggersi: =Il naso se l'agogna, il cul
la tuffa=.
Poi quindavalle sì mi ciottolone:
Tu del porcel? così la mi digrigna;
E testa e viso mi fa di piccione.
=Quindavalle:= quindi a basso alla valle; voce de' contadini.
=Ciottolone:= all'uso pur de' contadini per =ciottolò=; mi tirò
de' ciottoli, de' sassi. Pittura di quella femmina inviperita.
=Tu del ec.= sai tu il costume del porcello quand'è inviperito,
come stride? Figurati che non altrimenti ella =digrignava=. Rid.
=E testa ec.= i colombi irati vanno un contro all'altro tronfi e
pettoruti; così ella venne contra di me. Salv.
Diavol! che filò Berta, cosa arcigna,
Per natalizia tu sentir potresti
In su le giugge, e 'n su la scarafigna.
=Che filò ec.= diavolo! che vuoi tu da me? Potrebbe esser che tu
avessi a provare =ciocchè filò Berta=; cioè buoni staffili fatti
di fune, ch'in verità, son =cosa arcigna= ed agra. Rid. Invettiva
di colei, la qual sorprendendolo lo minaccia che ne gli saran da
taluno pestate le polpe.
=Per natalizia:= pel santo natale; giuramento, con cui vuol
mostrare di parlar da senno e non per burla.
=Giugge:= forse da =giuggiare=, giudicare; e sarebber le
parti deretane, quasi costituiscano il giudice in tribunale.
=Scarafigna:= forse è parte polputa; vocabolo formato dal Lat.
=scarifieri=, esser inciso con taglio anatomico.
E la lancia alle reni gli tenesti,
Quando la carta ligia trasse fuori;
E dell'orto quel tal non cacceresti.
=La lancia:= tener la lancia alle reni ad alcuno è qui
stringersegli al fianco, quasi non se n'abbia paura.
=Carta ligia:= carta d'obbligo; figur. per qualunque pretensione.
Tu volesti far da bravo, quand'ei cacciò fuori le sue pretensioni.
=Dell'orto ec.= proverb. E poi sei sì dappoco, chi non ti darebbe
l'animo di =cavar un ragno da un buco di muro=.
E' sa metter a can gli zaraori;
E alle tre caval: noi averemo,
Squittendo in albagia, rimbrottatori.
=Metter a can:= metter su, attizzare. =Zaraori:= voce furbesca
simile a =zarei=, che presso i Romagnuoli val quanto i messeri;
seppur non equivale a =zarosi=, bravazzi.
=Alle tre ec.= e sebben tu la passi liscia per una o due volte; la
terza non falla, e le paga tutte. I Fiorentini dicono: =Alla terza
si corre il palio=; a cui è in tutto simile =alle tre caval.= Rid.
=Squittendo:= alzando voce acuta e stridente, com'i bracchi dietro
la fiera ch'inseguono. Padron mio, se troppo stuzzicheremo, non
mancherà chi ci stia a' denti.
Quand'io son con la landra molto alleno;
Il forse è forcelluto; e rimpennai
Sonno vegghiato: caddi poco meno.
=Landra:= donna di piacere. =Alleno:= perdo appoco appoco la
lena. Proseguendo egli la narrativa del fatto, dice di non essersi
perciò sdegnato; essendo piuttosto suo costume d'appiacevolirsi
colle donne.
=Il forse ec.= si sparte frall'incertezze del sì e del no, quasi
due punte a guisa di forca. Orsù, ripresi, non ci stiamo ora a
tormentare frall'incertezze di quel ch'avverrà.
=Sonno vegghiato:= ore del sonno passate in veglia. E quindi mi
volsi a rifarmi =(rimpennai)= de' perduti godimenti, come chi si
rifà del perduto sonno. =Il canto rimpenna l'anima che giaceva.=
Salv. Disc.
Con l'altra berza allora sostentai;
E poi ci scarmigliammo insieme alquanto:
Ma pur un nodo alla borsa fiaccai.
=Fiaccai ec.= sciolsi pur di nuovo un altro gruppo alla borsa. Sta
colla =landra=, e parla in gergo di quanto fu con lei prodigo e
largo.
E me lasciasti al grido, e diemmi vanto
Di non fare in tre mesi alle comare;
Perch'io uscii dell'erba tutto quanto.
=Lasciasti ec.= lasciar alle grida vale operare
inconsideratamente; da lasciar i cani al primo romore avantichè
sia scoperta la fiera. Il discorso par qui di volo rivolto al
rivale, della cui poca accortezza si ride in avergli dato campo di
ritrattar colla =landra=.
=Comare:= passatempo di fanciulle, le quali posta in un letto la
bambola, la visitano a guisa di parturiente, e le fan complimenti.
Qui figur. per non più trattar con donne, essendone sazio.
=Uscii ec.= simile, dice il Ridolfi, =a uscir del seminato=, cioè
spropositare. Perchè in quel dì mi sfrenai veramente. Ma forse è
metafora tolta dalle biade, quand'inaridiscono in paglia. Il senso
sarebbe il medesimo.
Seccaggine era all'uscio a tentennare;
Stato già fu' gran pezza, e vidi 'l bello,
Ed ebbilo cogliuto al trampalare.
=Seccaggine ec.= e ben sarei stato un babilano, un pezzo d'arido
legno, se fossi stato lì a baloccare.
=Vidi 'l bello:= m'accorsi della favorevole congiuntura. =Alza la
spada, e quando vede il bello, Tira fendente=. Malm. 11. 32.
=Ebbilo ec.= nè già sì bella occasione mi lasciai scappare; anzi
la colsi su' trampoli stessi, su cui si movea; cioè mentre veniva
con piè mal sicuro. Quindi =cosa strampalata=, improbabile.
Trafiggi e volgi, assaggiando caldello:
Un suo dì ha come l'oca vecchiccia
Di mona Bonda, e mostra paperello.
=Caldello:= in lingua gerga è il mosto. Rid. Quand'assaggi il vin
novello come fai tu? Infilzi nello spiedo e giri per aver pronto
l'arrosto. Così feci io in quell'assaggio di nuovo gusto: tutto fu
in ordine.
=Un suo dì:= i suoi anni però non le mancano. =Oche di mona Bonda=
si dicon dalla plebe quelli che nascondono gli anni loro, e si
lisciano per comparir =(paperello)= più giovani. Rid.
Salse di quinci 'l sorcio alla salsiccia;
Parlò francioso al topo musingrino,
Quand'era 'mpappolato alla paniccia.
=Salse ec.= e questo è il punto fatale, dove cominciarono i guai;
detto per similitudine, come =qui mi cadde l'asino=. Rid.
=Francioso:= insegnar a parlar francese dicesi per far altrui
alcun male, che gridar faccialo =uhi=; affermativa de' Francesi.
A siffatta voce è simile lo strido del sorcio colto all'inganno.
=Musingrino:= oggi =musacchino=, topo di muso acutissimo. Rid.
L'amico si sentì punto sul vivo, e strillò.
Allora empiessi 'l suo cattivellino:
Quell'altro scaccheniglio prese farro
Avvelenato; n'andò pe 'l giardino,
=Allora ec.= quel =musingrino=, cioè egli stesso, da cui fu
ficcata all'amico, lasciò che l'altro strepitasse a sua posta,
e badò a fare il fatto suo. =Il suo= corpo il cattivellino; o
=cattivellino= per pancia. Rid.
=Scaccheniglio:= forse da scaccharius, ladroncello. Du Fresn.
=Quell'altro=, cioè l'amico già detto, mangiò un boccon sì
bilioso, per cui ec.
E della mosca baco fè ramarro.
Però la lettera è pur forte cosa,
Che m'ha fatto inzigare, e però garro.
=Mosca baco:= mosca che nasce da piccol verme. Fece d'una freddura
un fatto strepitoso; come =far d'una mosca un lionfante=.
=La lettera ec.= quanto fa l'avere studiato! Fa ch'io possa
francamente =(inzigare)= stuzzicare altri, e contrastarmela.
Con la gabotta v'entrò la pastosa:
E da qual piè tu zoppichi ben saccio,
Con cerconcello 'n bocca tutt'ontosa.
=Gabotta:= inclinerei a derivarla dal Franc. =gavotte=, specie di
ballo, e crederei che =pastosa= fosse una qualche sonata, o altro
ballo. Quindi intenderti ch'a quel festino, cioè a quella sciarra,
niente mancò per renderla viva e strepitosa.
=Cerconcello:= erba ch'in se ha dell'acrimonia. =Ontosa:= piena di
dispetto. Con tutto l'amaro d'un livido labbro gli dissi: Io ben
conosco il tuo debole, e perciò so come sonartela.
E rosecchiando a Crema un grande straccio
Veggiam fu Prete e non si ordinò:
Talora a piazza ride 'l più tristaccio.
=Veggiam:= par che l'altro ripigliasse in aria sprezzante:
Oh! questo poi aspetteremo a crederlo, quando lo veggiamo. Ed
ei replicasse con ira: Che veggiamo e veggiamo? Veggiam fu di
Crema, ove rosicava stracci, e fu Prete senz'ordinarsi; cioè non
concludea un fico, come tu farai. Rid.
Per di cazza 'l catino imbratterò:
Ed il battaglio per lo corpo diemmi;
E cica di metal già non trovò.
=Di cazza:= colla mestola; e quella è propriamente, con cui
schiumasi la pignatta. =Catino:= vaso di creta, in cui lavansi le
stoviglie di cucina.
=Diemmi:= mi diedi. Rimangansi qui ne' lor sozzi veli ravvolte le
sporche metafore di questo e de' seguenti terzetti.
=Cica ec.= niente di metallo; perchè qui non si parla di ferro e
di campana, se non per metafora.
E rintrillando, bramito giugnemmi:
Non nuoce, ch'e' non è ben grandileo.
Per una donna pregna riscotemmi;
=Rintrillando:= replicando quello il suo =trillare=, cioè quel
tremulo dibattimento, proprio del suono della campana. Rid.
=Bramito:= suonò stridulo. Il Ridolfi legge =tranudo=, piucchè
nudo.
=Non nuoce ec.= fu questo il suon che gli giunse all'orecchio.
=Nuocemi= legge il Ridolfi. =Grandileo:= grande, ma di malfatta
grandezza. Rid.
=Pregna:= piena, corpacciuta. Talmente m'elettrizzai, che me la
sarei veduta con un colosso di donna.
E dileggiato fu il prospiteo.
Viso di conno 'nfermo e di marmotta,
Non ci mostrar la luna, e 'l culiseo.
=Prospiteo:= il prospetto, la facciata davanti. Equivoco tratto
da' gerghi della lingua furbesca.
=Viso ec.= sembran parole di uno che se la prende contro al
fatto racconto, dichiarandosi d'averlo per incredibile e troppo
glorioso.
=Non ci mostrar ec.= non ci contar fole e millanterie sì
sfacciate. =Mostrano a' mariti la luna per lo sole=. Bocc. 72.
=Culiseo:= maraviglia, o come dicesi, =il bel di Roma=.
La zeba tu cavalchi, e pur mal trotta,
Colleppolando indarno; della Nente
Non t'avverrà come Tristan d'Isotta.
=Colleppolando:= gongolando, esultando per gioja; ma =indarno=,
perchè è =(zeba)= capra che =mal trotta=.
=Tristan:= personaggio della =Tavola Ritonda=. Egli amò =Isotta=,
e felice fu nel suo amore che lo rendette famoso. Ma lo stesso non
avverrà a te, amando la =Nente=.
Se Nencio tuo e la Boba non mente,
D'altro ti pascerai a gran gualdoro;
E questo disse 'l lupo: allegramente.
=D'altro ec.= allude alla favoletta del lupo, ch'uscito a far
preda di pecore, dovette anzi salvar se stesso da' cani; sicchè
tornato digiuno si consolava con dire: =D'altro ti pascerai
allegramente=, ossia =a gran gualdoro=. Quindi ne derivò il dirsi
fra' contadini da chi mal fesse i suoi assegnamenti: =Come disse
il lupo=. Rid.
E non torrai 'l nome a pinca d'oro,
Che non saresti un icchese di gatta,
Perchè da San Donato fai dimoro.
=Pinca d'oro:= uomo che brilli per ricchezza e per genio. Il
Boccaccio chiamò =pinca da seme= uno sciocco, un tronco di carne
solamente buono per razza.
=Icchese ec.= sgraffio, sberleffe. Mentre non sei capace d'un
jota, non potrai contrastar il posto a tal amante.
=San Donato:= chiesa popolare di Firenze. Tu stai a S. Donato;
cioè sei di quelli che pigliano sì, ma mai non danno. Bello è
l'altro riportato dal Ridolfi: S. =Donato ha rotto il capo a S.
Giusto=; i donativi han dato in collo alla giustizia.
Degli Amerati i' ho nome lo 'mbratta,
Che 'n piazza 'l vidi al pozzo toscanelli.
Dimmi magogo: che cos'è la patta?
=Lo 'mbratta:= il vitupero, lo sporcafamiglia degli Amerati.
Risposta del rimprocciato. =Guggio Imbratta= è presso il Boccaccio
il nome d'un babilano. Salv.
=Pozzo ec.= pozzo denominato dalla casa de' Toscanelli, sulla cui
piazza stava a pubblico uso.
=Magogo:= uomo grossolano. =Patta:= epatta, numero di giorni
aggiunti all'anno lunare per pareggiarlo col solare. Quindi
=patta= per pari.
E' mi rispose: piaccionti i baccelli?
Allora i' asseccai; e la sciverza
L'ha trasportata di cazzi in crivelli.
=Piaccionti ec.= modo di non rispondere a tuono, simile all'altro
del popolo: =Dove vai? Le son cipolle. Quanto al cento? Io vo a
Firenze.=
=Asseccai:= restai lì senza più saper che dirmi, come chi dà nel
secco. =Sciverza:= a congettura del Ridolfi è sciarra, contesa.
=Trasportata ec.= e così col risponder sì male a proposito gli
riuscì di svolgere e troncar la contesa. Crede il Ridolfi che
debba leggersi =di cassi in crivelli=, usatosi =casso= dagli
antichi per cassa in cui riporsi le biade. Come dicesse: Si
trattava di casse, ed ei saltò a crivelli.
Chi con le mani o con parole scherza,
Infinta oltraggeria non usi mai:
E' farà corpacciata in su la terza.
=Infinta:= di doppio aspetto, affin di far male e poi per
iscusarsi poter dire io burlava. Non fondi alcuna speranza sopra
siffatta doppiezza.
=Corpacciata:= dar in terra una corpacciata vuol dire cader di
botto in terra. Se pur la prima e la seconda gli vada bene, alla
=terza= ci darà di muso.
E questo alle mie spese già provai;
Ed il gavocciol venne ad un'ampolla;
E 'l mascalzon dicea: non dormirai.
=Il gavocciol ec.= il tumore venne a =(ampolla)= suppurazione.
Venne il tempo di pagarne la pena; o com'or diciamo =il nodo venne
al pettine=.
E muggiolando dicea: molla molla.
A spizzicone il naso un tal miccino
Egli tirò: allor tutta si crolla.
=Muggiolando ec.= con voce lamentevole io gli replicava: =molla
molla=, cioè ammollisciti, lasciami andare; metafora tolta da'
muratori quando cercano che s'allentino i canapi. Salv.
=A spizzicone:= a mala pena, a stento. =Un tal miccino:= un
pocolino. =Tirar il naso= l'intendo per quel fregarsi colla mano
il naso, quasi stirandolo; atto solito di taluni nel momento di
chiamar in se stessi all'esame la risoluzione che debban prendere.
=Tutta:= crederei ch'avesse a leggersi =tutto si crolla=; cioè
si dimena movendo il capo in qua e in là, come chi pensa per
risolvere.
Credetti allor vedere un bel monnino,
E rivoltando vidi una bizzoca:
E quand'i' voglio un asso e' vien duino,
=Allor ec.= cominciai allora a sperarne bene; ma vane furon le mie
lusinghe. Quest'è il sentimento di tutto il quartetto. =Monnino:=
bambino.
=Bizzoca:= una femmina. Mi trovai com'uno ch'aspetta un maschio, e
gli nasce una femmina.
=Duino:= punto de' dadi, quand'entrambi mostrano il numero del
due. =Tenendo ec.= sempre fondando in vano le mie speranze, come
chi crede tener in pugno una cosa che non esiste.
Tenendo sempre 'n man pur cazzo d'oca.
CAPITOLO NONO.
Toccami lo scoffone un tal cichino:
Catragimoro non ti venga mai;
E non star per ischeggia, piccenino.
=Scoffone:= voce Lombarda che val =calzerone=, usata qui
furbescamente per cosa men che onesta a spiegarsi. Rid. =Un tal
cichino:= un tantinetto.
=Catragimoro:= capogirlo. Falla da uomo, e non ti mostrare uno
sventato babilano privo di senso.
=Non star ec.= risentiti; fa vedere che son fatti tuoi, e che non
sei un pezzo di legno. =Scheggia:= è un ritaglio di legno atto
unicamente a riempiere un vuoto; perciò =star per ischeggia= sarà
lo stesso che star per ripieno, per un di più. Rid.
Una correggia allor forte tirai:
Un nuovo trespol disse allor ch'i' era:
in quell'i' l'ebbi aperto i crini affai.
=Trespol:= treppiè. Venni com'incumbente a parer un trespolo, che
posa su tre punti; oppure sembrai tale al dimenarmi, dicendosi che
sta =su' trespoli= una cosa che tentenna.
=L'ebbi aperto:= giacchè tanto bramosa bussava alla mia porta, io
glel'apersi; feci a suo genio: e =in quello=, e nell'atto stesso
=affai=, l'accaffai, l'acchiappai pe' capelli. Rid. Ma forse
=affai= è accorciativo d'=affaitati=, ornati in foggia meretricia.
Le aprii, le scompigliai il ben colto crine.
Di bramangier l'empiè la paltoniera:
L'acqua tra giugno, e maggio questa fune;
E per le cazzapinte fu maniera.
=Bramangier:= manicaretto appetitoso posto dal Boccaccio fra'
dilicati, e ch'il Salvini crede corrispondere al bianco-mangiare;
quasi =blamangier=. Equivoco voluttuoso. =Paltoniera:= comunemente
=paltonerìa=, appetito dissoluto; onde =paltoniere=, scostumato.
=L'acqua ec.= il caso cadde tanto opportuno, che parve proprio una
benefica pioggia =tra giugno e maggio=, quando le piante han più
bisogno d'umore e di sugo per la vegetazione allor più vigorosa.
=Fune:= volgar Fiorentino per =fu=; com'appresso =tune= per =tu=.
Il Salvini legge: =L'acqua tragugno, e mangio questa fune=.
=Cazzapinte:= composto di =cazza=, mestola; e di =pinta=, spinta.
=Maniera:= mansa, mansueta. =Il mulo diventò maniero.= Fior.
Pecor.
Giuccheri paccheri, disse allor: tune
Vien'oggi a manicar con esso noi.
Allor la baciucchiai in veste brune.
=Giuccheri paccheri:= parole esprimenti una follia di gioja, un
pazzo tripudio. Salv. Il Ridolfi legge: =Giuccherì paccherì=.
Manicar: mangiare; voce de' contadini, che dicono ancor
=manucare=. In premio di sua larga condiscendenza in esserle
ministro di tanta gioja, lo vuol seco a tavola.
=In veste brune:= sembra non potersi intendere se non che colei
fosse allor vestita di nero. Rid.
Trista sia io, senza mio danno (poi
Mi disse) s'io non fo: ch'avrem cornacchie?
E mantacando subito disse: ohi!
=Avrem cornacchie:= finalmente che abbiam da temere? che quattro
garrule cornacchie vadan gracchiando su' fatti nostri? Io non
le curo. =Cornacchia= dicesi uno che molto cicala di questo e di
quello.
=Mantacando:= ansando per la calda palpitazione con sì gagliardo
fiato, che quel sembrava d'un mantice o =mantaco=; come disser gli
antichi. Salv.
Allora la ciscranna fece macchie:
Tiensi doman la festa, disse; in quella
Dato ci fu ventisette batacchie.
=Ciscranna:= panca piegatoja, o scanno di letto. =Fece macchie:=
sentir fece la garrulità del suo cigolio. Così da indovino il
Salvini. Più naturale è l'intendersi che quindi cominciò l'amaro
di que' godimenti, come ne vien a turbare l'essersi adagiato sopra
una panca, rea di far =macchie= a danno de' vestimenti.
=Tiensi ec.= siamo alla vigilia di quella brutta festa, in cui sì
bel giuoco andò a finire in una furia di =(batacchie)= bastonate.
Si vede ch'altre volte il batacchio succedè a' suoi geniali
trastulli.
Il zuccolo fu rotto alla Morella;
Col beccastrin giugnetti il bastracone;
E 'n su la foggia subito ricrella.
=Beccastrin:= zappa grossa e stretta. =Bastracone:= pezzo d'uomo
grosso e forzuto. =Quegli era un bastracone, ch'avrebbe gittato in
terra una casa.= Sacch. 110.
=Su la foggia:= sul berrettone, cioè sul capo. =Ricrella:= crede
il Ridolfi, che significhi mena un colpo appresso all'altro; e
forse è dal Franc. =criailler=, non far altro che strepito.
E' assaggiò di quella 'mbandigione?
Fischiandomi oltre mona Tessa disse;
Che Berto bea egli è pur di ragione.
=Fischiandomi:= susurrandomi all'orecchio con acerbo motto, mi
disse: Assaporò egli que' diletti, di cui tu gli fosti sì liberale
e sì larga. Or ben gli sta, se gli sconta sotto un bastone.
=Che Berto ec.= proverbio ch'assolutamente vale egli è giusto;
come dicesse: Ha mangiato? dunque è conveniente che beva.
La bufèra 'nfernal mai non s'affisse,
La qual'è febbre quartana contina:
Ch'ogni disamorato ne perisse.
=La bufera 'nfernal:= un turbine sì maledetto, suscitato
propriamente dal diavolo, parve eterno; tanto la durò egli menando
questo sconquasso. Imitato da Dante Inf. 5. =La bufèra infernal
che mai non resta=.
=La qual ec.= è perciò tale, da dirsi appunto una continua
quartana, ch'ammazza l'uomo. =Contina= anche da se val febbre
continua. =Cadde malato in Pisa, e d'una contina passò all'altra
vita=. M. Vill. Stor.
=Ch'ogni ec.= così la stessa ventura provasse chiunque sia nemico
d'amore, talchè ne perisse.
Ferza, donna, 'n sul cul: le corna! svina,
Che ti verrà orlando il cappelletto,
E poi 'ngorbierò la pedoncina.
=Ferza:= sferza. Risponde egli: Una buona frusta ne sta già dunque
pendente sopra le natiche. =Le corna!= canchero! =Svina:= svigna,
fuggi a gambe; voce contadinesca, come =sfratta=. Rid.
=Verrà ec.= altrimenti metterà in pompa di guarnizioni il tuo bel
cimiere; cioè più pompose renderà a' pubblici sguardi le corna
tue.
=E poi ec.= salvati ora, ch'avrem poi tempo pe' nostri congressi.
=Ingorbiare= è inzeppar nella =gorbia=, cioè in quel calzuolo
di ferro, in cui incastrasi la punta de' bastoncini di maneggio.
=Pedoncina:= pezzo degli scacchi; scherzoso equivoco come quello,
Sacch. 165. =Carmignano, vatti quella pedina?=
Tu palpi il copertojo fuor del letto;
Ed inghiarando qua e là ti vai:
Che hai tu sott'i piè? diss'io: calcetto.
=Tu palpi ec.= soggiunge ella: Tu con chi l'hai? In tanta paura
sembri tu uno sbalzato dal letto, che ne tasteggia =il copertojo=,
ma non ne gode.
=E inghiarando ec.= e fai nel tuo entusiasmo un tale sbatter di
piedi, che pare tu pesti ghiara e sassi.
Il gozzo volsi 'ndietro, e screpazzai:
Di mona Bruna crollava la testa:
Silenzio feci, e più non motteggiai.
=Screpazzai:= allora non mi potei più tenere; e scoppiai a ridere,
voltandomi colla faccia altrove per non riderle in volto.
Di còmpito non sarie, disse 'n questa,
Se non m'avessi dato tal baciozzo:
E poi si volse intorno: chi mi pesta?
=Còmpito:= quella quantità di lavoro, che s'assegna altrui in
proporzione della sua attività. Non sarebbe stata opera da par
mio, se almeno ec. =Compito= è anche un paese di Toscana, da
cui forse in dettato =esser da compito= per esser nelle sue cose
completo e perfetto.
=Chi mi pesta:= dicesi in prov. =dentro è chi la pesta=, il cuore
è il luogo delle mie pene. =Qua dentro è chi la pesta, Qui sono i
miei dolori=. Allegr. 43. Donde viene un tal mio disturbo?
E mona Belcolore e Andreozzo
In guardaspensa entraron quinciritta,
Mostrando 'l desioso e 'l berlingozzo.
=Belcolore ec.= io ed essa, quasi novelli Belcolore e Andreozzo.
Il Bocc. 82.
=Guardaspensa:= dispensa; qui per istanza apparecchiata a segreti
piaceri. =Quinciritta:= a diritto; dal Lat. =hinc recta=.
=Berlingozzo:= pasta coll'uovo in forma di torta fatta a spicchi;
perciò intesa qui dal Salvini pel sesso femminile, come pel virile
=il desioso=.
Al levar delle tende parve afflitta;
E stette marcassata pur baciando:
To to gli dissi; ed ella: gitta gitta.
=Al levar delle tende:= al levar mano dall'opera; tolto dal
costume de' soldati, che levan le tende quando sloggiano da una
terra.
=Marcassata:= pensa il Ridolfi esser lo stesso che stramazzata per
la stanchezza: quasi, soggiunge il Salvini, dal Lat. =marcida=.
=To to:= detto popolare con cui accompagnasi il porgersi alcuna
cosa; e val prendi.
Se pigne, non maligna tonfolando;
Nel culattaro letto parrà ch'abbia,
Per la gran giravolta scorteando.
=Se pigne:= sebben ardente si spinga oltre. =Non maligna:= non
vien però a farsi d'indole rea e nociva. =Tonfolando:= facendo il
=tonfo=, come chi cade in un pozzo.
=Culattaro:= scherzo come =culiseo e culisburgo; in cui parrà
ch'abbia letto=, cioè agiata capacità da starvi comodamente.
Un bel fancel è Arno, e mena rabbia,
E comincia a svernare a rigoletto:
Col cul in man già si trovò in gabbia;
=Fancel:= sincope di =fanticello=, garzoncello. Minaccia ella ora
il rivale di questi suoi amori, presa la similitudine dall'Arno,
piacevole nella sua origine e poi rovinoso.
=Rigoletto:= luogo appiè del monte di Falterona, ov'è la sorgente
dell'Arno. Rid. Meno sforzato è l'intendersi ch'in fin del verno
avanti di gonfiare per le sciolte nevi, sembra esso un ruscello;
dal Franc. =rigole=, canaletto d'acqua.
=Col cul in man:= deluso nelle sue speranze; dal volgar atto di
reggersi il deretano nel tapinarsi. =Già in gabbia:= altre volte
finì a trovarsi per me nelle peste o in una carcere.
Ma gli scappò, che non era soletto.
Così veggio vendetta de' crudeli,
Come si dice ch'è di Macometto.
=Che non era ec.= perchè avea de' compagni o degli appoggi, perciò
col loro ajuto gli venne fatto d'uscirne coll'ossa sane.
=Macometto:= si dice che questo celebre impostore morisse d'un
lento veleno, fattogli apprestare col mezzo d'una sua femmina.
Capruggine, canestri, e cazzaveli,
Tartufi bergamaschi, e pece greca!
Mal cresce chi non pèggiora, direli.
=Capruggine ec.= l'ho per un di que' modi ammirativi, come
=zoccoli! castagne! corbezzoli!= la cui forza dipende totalmente
dal soggetto del discorso e dall'uso. Quasi egli sul discorso di
lei esclamasse: Canchero! l'è piucchè mai furfante.
=Mal cresce ec.= intendesi d'uno, in cui la malizia sia così
passata in natura, che non possa far questa progressi se non su'
piedi di quella. =Direli:= gli direi; è da affibbiargli quel detto
ec.
Babbo, il farsetto va, disse 'l Suzzeca;
E misemi la pulce nell'orecchie,
Quando mi fè rimanere 'l manzeca.
=Il farsetto va:= perde il pelo, va a logorarsi. =Trarre la
bambagia del farsetto= vale snervare collo smoderato uso de'
piaceri. Sai che mi disse il furbo di cotesto =Suzzeca= per
impaurirmi, e così farmi messere? Mi disse ch'=il farsetto va=.
=Misemi ec.= metter una pulce nell'orecchio ad alcuno è
maliziosamente suggerirgli cosa, che debba porlo in apprensione.
=Manzeca:= cornuto; dall'Ebreo =manser=, adultero. Salv. Forse
sarà da radice meno straniera, cioè da =manzo=, bue.
Cascato egli è omai infra le vecchie;
E ben mi morse 'l granchio: a quella volta
Subito rinculai, dietro a parecchie
=Cascato ec.= è già invecchiato, non ne può più. Incalza
furbescamente il =Suzzeca=, e contesta che quindi anche il suo
=farsetto= già cascava a pezzi.
=Mi morse ec.= esser morso del granchio, è comunemente usato
per esser di mano avara. Qui credo che parli d'una certa arida
contrazion di potenza rapporto a' piaceri: che perciò subito
=rinculò=, rispondendo con beffe al fischio =(squilletta)= di
=parecchie=, che l'invitavano.
Pisciar su la squilletta. Ed io: ascolta;
Allor mi misi la coda fra gambe;
E sperperato mi misson in volta.
=Mi misi ec.= lo stesso avvenne a me pure, ripiglia egli per
restituirgli la burla; e perciò feci a somiglianza de' cani, i
quali quand'han paura si metton la coda fralle gambe, e fuggono.
Tra 'l piovano e la scotta fu' intrambe;
Perch'io ancora nespole non mondo,
Cucendo le gavarchie con le strambe.
=Piovano:= burlescamente per pioggia; onde =andar col piovano=,
andar quando piove. =Scotta:= siero. =Intrambe:= una cosa di
mezzo. Rid. Pur troppo fui anch'io in uno stato di consumazione,
paragonabile a quello che di te tu racconti; com'il siero più o
men se la batte coll'acqua piovana.
=Nespole:= non mondar nespole vale trovarsi a un dipresso nelle
circostanze, ch'un altro di se stesso descrisse.
=Gavarchie:= ci convien confessar col Ridolfi di non saperne
indovinare il significato. =Strambe:= funi fatte d'erba.
Povero 'n canna son col capo biondo;
Son più leggier d'un can di ventott'anni:
Or non avess'i' peggio all'altro mondo.
=Povero ec.= son sì macilento da sembrare un di quegli squallidi
pezzenti, che van mendicando per le terre con =canna= in mano:
eppur son giovine, =col capo biondo=.
=Leggier ec.= e son sì secco ed asciutto, che più non posso le
quoja come cane di 28. anni; il quale se si desse, sarebbe affatto
consumato dalla decrepitezza. Salv.
A caricarli 'l basto tu t'ammanni:
Tu hai maggior ragion, ch'i quarteruoli,
E gongoli tu stesso de' tuoi danni.
=A caricarli ec.= risponde la donna: A quel ch'io veggio tu
=(t'ammanni)= ti vai bel bello preparando a farlo rimaner un
asino.
=Quarteruoli:= monete d'ottone, che servono di memoria in un
conto. =E ragion fate senza quarteruoli=. Sacch. Rim. Sai sì ben
fare i tuoi conti, che tu sei a te stesso un calcolo più sicuro
de' quarteruoli.
=Gongoli ec.= perciò quel che ti dovea esser di rammarico e di
danno, divien per te argomento di felicità e di tripudio.
A Lunata impiccati i bugiarduoli:
E per lo fummaiuol tu te n'andrai,
Scoprendosi le torte romagnuoli.
=A Lunata ec.= rammentati però della fine che fanno a Lunata i
bugiardi. =Lunata:= terra del dominio Lucchese; nè altra notizia
abbiamo.
=Andrai:= ti ridurrai al niente, squaglierai com'il fumo che
sbocca da' fumajuoli di sopra a' tetti.
=Romagnuoli:= suol intendersi per astuti. Venendosi a scoprire i
tuoi furbeschi pasticci, e i tuoi raggiri.
Paura guarda vigna sempre mai,
Dice 'l proverbio, e non mala famiglia.
E zara vaglia, tosto confermai.
=Paura ec.= il timor d'un male che possa avvenire, ne guarda dal
male stesso: tu al contrario ti sei fidato sopra =mala famiglia=,
cioè su raggiri e furberie.
=Zara:= giuoco di dadi; e propriamente zare si dicon que' punti,
che per esser di caso assai raro non s'hanno in conto. Orsù,
riprende egli, il mio caso è un po' strano; ma ci scommetto ha da
valer questa =zara=.
La botte piena, e la moglie ebra piglia:
E dormirà pe 'l sugo del sermento,
Mal non pensando, se fia da Corniglia.
=La botte ec.= cose incompassibili; cattivo amministratore e
prosperità d'affari. Tant'è la zara è questa: sarà il bersaglio
de' miei raggiri, e si crederà d'andar molto bene.
=Sugo del sermento:= il vino. Lo farò dormir lunghi sonni
nell'oblio di sestesso, quasi immerso nell'ubriachezza.
=Corniglia:= città di Brettagna; equivoco dal Franc.
=Cornouaille=. Nè penserà perciò se la sua donna venga intanto a
fargli scorno.
E non pensando male, sarà spento
Ogni peccato in lei; e 'n vita eterna
N'andrà diritta con poco tormento.
=Non pensando ec.= nè di ciò sospettando, la crederà egli incapace
di male; quasi estinto in lei fosse lo stesso fomite del peccato,
e quasi colomba da volar dritta in paradiso.
Però usa chiarello la taverna:
Amore ha nome l'oste; un soldo rotto
Spendi, e non bere acqua di citerna.
=Chiarello:= in gergo vale acqua. Perchè non sospetta di sua
donna, nè guardala con gelosia, perciò può star bene nè saper
come; aver cattiva merce e molto spaccio.
=Amore ec.= amore è quel che la fa da oste e vi chiama la folla
de' concorrenti; un misero soldo che tu spenda, là bei e ti
diverti.
E del culo menate ben diciotto:
I' non ci metto se non culo e denti;
E 'l peto 'n cul mi ritorna di botto.
=Ben diciotto:= assai, quanto ti piace. Così =tener l'invito
del diciotto= per esser loquace quantomai. E strombettate pur da
dietro quanto v'aggrada per farvi beffe di me. Il Ridolfi legge
=delle culmonate=, altri =delle culmenate=.
=I' non ec.= poco mi costa il rendervi la pariglia, e beffarmi di
vostra beffe; una stretta di denti, un'allargata di fondo, ed è
fatto.
=E 'l peto ec.= anzi me ne vedo bene. =Riavere il peto= è un modo
basso, che significa rinvigorirsi. =Appoggiò lietamente il corpo
al desco. E come si suol dir, riebbe il peto=. Malm. 9. 6.
San Biagio è oggi, disson più di venti;
E minaccia madama di gran quello.
Tal cul ta' brache, e sarete contenti.
=S. Biagio:= festa in Firenze aspettata da' ragazzi. =Sa a quanti
dì è S. Biagio= dicesi d'un ragazzo da non potersi burlare, ben
sapendo quando gli tocca a far festa. Paoli Mod. Tosc. =Deh non mi
far dire; tu intendi, ed io intendo; ed ognuno di noi sa a quanti
dì è S. Biagio=. Macch. Cliz. 2. 3.
=Gran quello:= gran che; oppur =molte quelle=, cioè molte smorfie.
Quasi dicesser costoro: Tu non ci burli; ben sappiamo il carattere
di madama.
=Tal cul ec.= replica egli: Adattatevi al suo naturale; conforme
ha il piede, così le ponete la scarpa.
I' ho male campane, e non ti uccello,
Benchè sta notte sentii la tregenda:
E nel ventriglio ho l'asso, e nel cervello;
=Ho male campane:= sono un po duro d'orecchio. Risponde fra tutti
Buchino: Poco ci sento; cioè quel che tu dici non mi suona.
=Benchè ec.= spiega com'abbia =male campane=, non perchè non
ci senta in realtà, avendo pur sentito passar =la tregenda=; ma
perchè non gli va a fagiuolo quel ch'egli dice. Si finge esser =la
tregenda= una processione di notturni fantasmi, che vada attorno
con lumicini.
=Nel ventriglio ec.= di chi è molto dedito al giuoco dicesi aver
=l'asso nel ventriglio=. Lo spasso mi piace sì, ma questa volta
non ti sento.
Una meta di bue fu la merenda:
Va che ti buchi, mi disse Buchino:
Iddio per tutti, e ciascun per se spenda.
=Meta:= coll'e stretto è una scaricata di ventre. Forse si dovrà
legger =metà=, essendo insolito ne' manoscritti l'uso degli
accenti. Salv. Par ch'alluda al costume de' fanciulli Toscani,
ch'apparecchiano la sera la merenda alla befana =(o tregenda)= per
esser ben da essa trattati. Quasi dicesse; Buoni pasti abbiam già
dati a cotesta befana di donna; abbastanza ha mangiato alle nostre
spalle.
=Ti buchi:= è volgar detto che la befana buchi il corpo a'
bambini, e perciò le balie se ne servono accortamente per
ispauracchio de' medesimi. Salv. Se da cotesta befana te la vuoi
far ficcare, buon pro ti faccia; a me non me la ficca certo.
=Iddio ec.= lascialo a Dio il pensar a tutti; tu pensa a te,
perchè a noi ci pensiam da noi stessi.
Chi prende moglie, e non ha del fiorino,
Non fia di meglio; e non fia canajuola,
Quando per lui non volgesse 'l mulino.
=Chi prende ec.= chi senza denari s'accasa, com'ha fatto il marito
di lei, ha da far così per istar bene; lasciar a carico della
moglie il far grasso quanto più può.
=Canajuola:= specie d'uva che piace a' cani, i quali di lei si
sfamano quando loro manca il biscotto. Qui dice ch'alla fame di
lui non si troverà risorsa fuor della moglie.
Il piè nell'O non gli hai, nè pur le suola;
Lascialo andar, ch'egli ha nome giuntone,
Perch'ha pregna la mamma e la figliuola.
=Nell'O:= nel sedere. =Avere un piè nel sedere ad alcuno= è
esserselo guadagnato in modo di poter disporre della sua volontà.
Rid. Dopo averlo tanto ingrassato che credi tu di cavarne? Sgarbi,
e nient'altro. =Nè pur le suola:= men ch'il piede.
=Giuntone:= nome fantastico d'un mal uomo, creduto dal volgo
corruttore della figlia e della madre; da =giuntare=, ingannare.
Quindi aver =nome giuntone= è presso la plebe essere un indegno
ingannatore. Rid.
Quel bene avrò a calen di mattone
Da quel che visse, solo da mia vaga,
Che per Enea la Reina Didone.
=Quel bene ec.= quel conforto che Didone ottenne da Enea, io dalla
=mia vaga= l'avrò solamente dopo =calen di mattone=; anzi tanti
anni dopo quanti son già gli anni della vita di lei. =Calen di
mattone:= calende d'un mese che non vien mai, o verrà dopo il dì
del giudizio.
=Enea:= è noto per l'epica di Virgilio il fatto della famosa
spelonca, in cui la sorte d'una procella recò Enea a Didone.
E come 'l fregio sul palio s'adaga,
Ch'è pertugiato volte più di mille,
che l'un dall'altro niente si smaga:
=Fregio:= ornamento di guarnizione. =S'adaga:= s'adatta, si
soprappone; forse da =adagiare=.
=Niente si smaga:= non si stacca punto. Come sta =il fregio=
strettamente attaccato al panno, a cui è ben cucito; così io ec.
Così fuss'io con le dolci mammille.
Ma credo ch'altri s'avrà tal diletto;
Ma drommi pace, se non mi ritrille.
=Ritrille:= quasi =titille=; cioè se nuovo solletico non sorga in
me a turbar la mia pace. Salv.
Ch'i' credo ben, che fusse maledetto
Il punto l'ora e 'l dì ch'i' nacqui al mondo;
Come chi è in pergamo interdetto.
=In pergamo ec.= come chi è scomunicato; secondo il costume di
pubblicarsi sul pergamo le scomuniche.
Cicutrennola stammi sempre a tondo,
Ed un putito, e quindici merdosi:
E 'l duol della marsupia sta facondo
=Cicutrennola:= è la =cicutrenna= uno stromento da sonare simile
al zufolo. =Zufolo= usasi per minchione. =Sì che tu resterai
zufolo zufolo=. Cecch. Il Salvini arbitra d'intender =cutrettola=,
uccello ch'ha parte negl'incantesimi; e dicesi di donnicciuola dal
menar la coda.
=Putito:= puzzolente, che spira cattivo odore come becco
graveolente.
=E 'l duol ec.= i dolori della =(marsupia)= borsa, inferma per
esser vuota, son dolori facondi; cioè che rendono al cercare
eloquenti gli stessi =chiozzati ec.=
A' chiozzari, guascorti, ed acetosi.
E vannomi le cose tutte bieche,
Per modo ch'io contento gl'invidiosi:
=Chiozzati:= pieni di =chiozze=, di gomme, e di piaghe, com'i
lebbrosi. Rid. =Guascorti:= guaschi in furbesco val gentiluomini.
Salv. Perciò sarà composto di =guaschi= e di =corti=, gentiluomini
di quattro soldi. =Acetosi:= acidi di stomaco; che perciò spesso
paton la fame.
Ed una Beca non mi fa due Beche.
=Beca:= accorciatura di =Menica= o di =Domenica=. Rid. Le cose mi
van sì male, com'a povero disgraziato ch'avesse una donna nemmen
buona a tanto di far due femmine per servizio almen della casa.
CAPITOLO DECIMO.
Preso 'l partito, è passato l'affanno?
Tutto cotesto è un manicar grosso:
Deh va che non ci nocci; sta con danno.
=Manicar grosso:= mangiar a grossi bocconi. È un operare
inconsiderato il far consistere tutto il difficile nel primo passo
di prender risoluzione; quasichè altro non vi sia poi da temere.
=Deh va ec.= vatti con Dio, che non ci abbiano a nuocere coteste
tue massime. =Sta con danno:= abbili per te que' malanni, di cui
vai a caccia colla tua inconsiderazione.
Gli occhi a' mochi non ebbi io nell'osso;
Ma col marretto mi colse un marritto,
Ch'i' traboccai alla bocca d'un fosso.
=Mochi:= picciolissima biada, ben guardata da' contadini affinchè
non sia mangiata in erba dagli animali selvaggi, a cui piace
moltissimo. Quindi =aver l'occhio a' mochi= per badare con
singolar diligenza a' proprj interessi. =Nell'osso:= nella cassa
dell'occhio. Rid.
=Marretto:= picciola marra. =Marritto:= colpo menato colla dritta,
e perciò più gagliardo. Io l'ho provato che ti fa un operare
inconsiderato: mi cascò quindi fra capo e collo un colpo orribile.
E che ne sai? e che sonv'entro fitto?
Tanto ti sia rivolto che tu muoja,
Con algherìa mi disson con iscritto.
=Che ne sai:= rispondono alcuni in difesa di quella massima:
=Preso 'l partito, è passato l'affanno=; e dicono: Qual maraviglia
se talora ne segua male! Si può forse penetrar l'interno d'ogni
cosa, e tutte prevederne le conseguenze?
=Rivolto:= non si può intender che del collo; detto da quella
sentenza giudiciaria: =S'appenda finchè muoja=. Rid. Ti si possa
stroncare il collo: puoi tu tutto antivedere?
=Algheria:= con fasto, con voce altitonante. =Con iscritto:= il
Salvini legge =conscritto=, cioè senatore, che dicesi di chi sta
sul grave. Forse è gergo frall'uno e l'altro.
Or s'i' avessi avuta l'epa croja,
Pur risi, come Dio vuol, a formaggi;
E spennacchiato rimasi con noja.
=Epa croja:= trippa dura com'un tamburo. =Col pugno gli percosse
l'epa croja: Quella sonò come fosse tamburo=. Dant. Inf. 30.
=A formaggi:= a guisa de' formaggi; i quali ridono quando si
fendono e crepano. Perciò =ridere a formaggi= sarà rider crepando
per dispetto e per rabbia. Rid. =Come Dio vuol:= non di cuore: ma
a strapazzo, e per non poter far altro.
=Con noja:= perchè mi scottava veramente il rimanervi avvilito
e confuso; come gallina spennata, che par che si vergogni di se
medesima.
Non gir alla badia d'adalticaggi:
Ma feci un pa' di grotte con più doglie;
E di ciò fanno calli assai coraggi.
=Adalticaggi:= andar =alla badia d'adalticaggi= sembra un dettato
significante cader giù a piombo dall'alto. Rid. Opportunamente gli
soggiunsi: Non ti levare in tanta ira, che non avessi a romperti
il collo. =Adalticaggi:= forse è il paese detto =Altipassi= da
Tolomeo da Lucca. Salv.
=Ma feci ec.= aggrottai però intanto un par di ciglia con tanto
d'occhi per interno livore.
=Assai coraggi:= più d'un cuore a siffatti incontri s'è dovuto
indurire. =Sicchè amendue aggiam solo un coraggio=. Dant. Maj.
Già col tramaglio vi prese tre moglie:
Troppo mi se' riuscito del guscio,
Disse veggendo mutatomi scoglie.
=Già ec.= ah ah, riprese egli borbottando, a costui un qualche
gran fumo è salito alla testa. Credo di dover così interpretar
questo verso, avuto per un mero bisticcio; riflettendo al proverb.
=Chi toglie una moglie, merita una corona di pazienza; chi due,
una di pazzia=; e simili. =Tramaglio:= ampia rete da pescare.
=Troppo ec.= più bravo assai mi ti mostri di quel che ti credevo;
non ti tenea da tanto. Metafora tolta da' pulcini.
=Mutatomi scoglie:= quasi avessi cambiata scorza, e fossi
tutt'altro. =Scoglia= è la pelle ch'ogni anno muta la serpe.
Ciascun ha l'impiccato suo all'uscio:
Così tre asso nel cul li traesse,
Perch'a mie spese rosecchio ed isguscio.
=Ciascuno ec.= e qual maraviglia? ognuno ha i suoi difetti, e
soffre ognun qualche eclissi. =Quisque suos patitur manes=. Virg.
=Così ec.= sì tanto gli risposi; perchè popoi t'ho io in quel
servizio. =Tre asso:= quel che le persone modeste dicon =quattro=.
Rid. Quasi dicesse: Un corno che dietro se gli ficchi: non campo
=(rosecchio ec.=) già io alle sue spalle, nè ho bisogno di lui.
Rezzajo rezzajo mostra che si stesse;
E l'ascoltava per ismemorato:
Col cucchiajo voto mostra, che 'l pascesse.
=Rezzajo:= quasi chi sta pigro e sonnolento al rezzo. Qui
=rezzajo= è di due sillabe secondo l'apostrofe Fiorentina, che
pronunzia =rezza'=.
=Pascesse:= per pascessi. =Pascer col cucchiajo vuoto= dicesi
di que' maestri, che fole porgono e non dottrine. M'ascoltava sì
svogliato, che ben mostrava d'avermi per dettatore di sogni e di
fole.
Tra que' che sanno, un sonno ebbi schiacciato;
E poi mi dette qualcosa col pane:
Chi muta lato, disse, muta fato.
=Schiacciato ec.= schiacciar un sonno è dormir nella grossa. Chi
sembrai allor tra' sapienti? Sembrai un uomo stupidito dal più
grave sonno.
=Mi dette ec.= perciò quasi compassionando la mia grossolana
capacità, non =col cucchiajo voto= prese a pascermi, ma con
massime sostanziali.
=Chi muta ec.= e la massima fu che =chi muta lato, muta fato=;
massima più soda di quella di sopra, che =preso partito sia
passato ogni affanno=.
Poi disse: al badalucco fatti cane;
Allora i' mi ristrinsi nelle spalle:
Bocca pecciola fece 'n tre semmane.
=Badalucco:= trattenimento giocoso. Altro ammaestramento mi
diede, cioè ch'alle festevoli radunanze m'accomodassi; imitando
lo scherzevole cagnolino, che con festa corrisponde alle feste che
gli si fanno. Rid.
=Pecciola:= aver =bocca a peccioli= è volgar detto significante
quel portar le labbra alzate, e più per ischerno che per vezzo.
Rid,
Ed il prete mangatto, e tre farfalle
Ad un bacin ben pien di giglio 'n giglio
Alla veletta stava per piglialle.
=Mangatto:= granfia di gatto, truffarello, =Malgatto=, cioè
astuto, leggerebbe il Ridolfi. =Farfalle:= persone di poco
cervello, facili ad essere svolte e sedotte.
=Di giglio 'n giglio:= dall'una all'altra estremità; per esservi
forse intorno all'orlo dipinti de gigli, come costumasi nelle
crete. Il Salvini intende =giglio= per fiorino.
=Alla veletta:= come soldato in sentinella. Stava coll'occhio alla
mira, sperando che lusingate dal ricolmo =bacino=, gli venisse
fatto di coglierle.
Lucillo fè alle ciulle mormoriglio:
Tu m'hai sconcia tutta la farsata,
Disse 'n gramuffa, inoltrando malpiglio.
=Alle ciulle:= all'uso delle cinguettanti fanciulle. Lucillo fu
quegli, che scopri con opportuno bisbiglio l'occulta frode.
=La farsata:= la commedia. Salv. Par che meno a proposito
intendasi dal Vocabolario per la parte inferior del farsetto. Col
tuo bisbiglio m'hai sconcertata tutta l'opera, e sventati i miei
disegni.
=Gramuffa:= parlar in gramuffa dicesi per modo di scherno il
parlar in grammatica affin di non esser inteso. =Malpiglio:=
brutta faccia.
Poi 'n polvereto fu impolverata;
Anzi alle quarantotto s'ebbe quello:
La lustra le fu fatta a corpacciata.
=Polvereto:= villa vicina a Firenze, com'è anche un convento
di Monache, dove la state non si scarseggia di polvere. Con tal
bisticcio non vuol altro significare, se non che fu ingannata;
quasi le fosse sparsa polvere indosso, che le annuvolasse la
vista.
=Alle quarantotto:= del doppio più in là delle ventiquattro.
=L'avremo alle ventiquattro= suol dirsi, quando aspettandosi
l'adempimento d'una promessa, non se ne giunge mai al termine.
Rid.
=Lustra:= far la lustra vuol dire in lingua antica fare
altrui artificiose moine per ritrarne il suo profitto. Rid. =A
corpacciata:= a sazietà, a traboccante misura.
Non posso più pisciar nel muro, Gello;
Perch'i' odo già terza, e 'l panno viene:
Zara a chi tocca; i' ho voto 'l borsello.
=Non posso ec.= dicesi dagli scapigliati di chi ha contratto certo
mal forestiero. Convengon però il Ridolfi e il Salvini che qui
significhi: Non ho tempo da cicalare. Quindi è che precipita il
discorso, facendo un fascio di cose.
=E 'l panno viene:= detto comunissimo per chi dal troppo lungo
digiuno si sente mancar lo stomaco. Rid. Amerebbe il Salvini di
leggere =e 'l pan non viene=, è tardi e non c'è da mangiare. Oggi:
=Egli è nona, e il pan non viene=.
=Zara:= giuoco di tre dadi. Proverb. =Zara a chi tocca, e chi l'ha
per mal si scinga=; se la vedano un po altri: io per me =ho voto
'l borsello=; forse =ho voto il sacco=, ho detto abbastanza.
Allo paperin nostro mai più bene:
E dove hai fatto l'uovo là schiamazza,
Senza travagli dietro, o pur con pene.
=Paperin:= soprannome di persona, ch'avesse i piedi a guisa de'
paperotti. Rid. A costui com'ad ingrato impreca egli che =mai più
bene= non se gli faccia.
=E dove ec.= vuoi tu poter serbare un grado d'autorità? Volgiti
a chi ti si riconosce obbligato. A chi prende aria autorevole
con persone a lui niente obbligate, si suol rispondere che =vada
a schiamazzare dove ha fatto l'uovo=, cioè dov'ha versati i suoi
benefizj; tolto dalla gallina che schiamazza ov'ha fatto il bene,
cioè l'uovo. Rid.
Soda e non mezza torrai una mazza;
E 'l pizzicor della schiena le cava;
Ma per la Podestà nol fare 'n piazza.
=Soda:= ben salda e dura; non già fragile =(mezza)= e fiacca.
=Mezza= coll'e stretta; epiteto di frutto troppo maturo.
=La Podestà:= lo stesso che =il Podestà=. Non pero t'arrischiare
di farlo in pubblico, per non esporti a risentimenti della
giustizia.
Incespicando si dimergolava;
Di là da Bari cominciò a bere:
I' ho portato 'l vanto, e spetezzava.
=Incespicando:= quasi avesse i piedi avviluppati in cespugli, =si
dimergolava=, barcollava su mal ferme piante.
=Bari:= città di Puglia. Ma qui =di là da Bari= è un gergo da
doversi intendere: A oltrepassare la misura d'un barile. Rid.
=I' ho ec.= pieno egli intanto di vino andava dicendo: =Io ho
portato il vanto= nella gara del bere; e nel tempo stesso per una
scurrile millanteria facea di basso trombetta.
Uno speziale è morto, ed a cadere
Comincia, e dice: costaci persona:
Un pa' di Frati presel per tenere.
=È morto ec.= quando muore chi solo vendea una merce, suol dirsi:
=Ella comincia a cadere, e cadendo dice: Costaci persona=; cioè
costa il suo mancare la vita d'un uomo. Rid. Sembra voler dire,
che non si sapesse trovar antidoto per rimettere in sesto quel
briaco.
Questo fu a mal abbi in Falterona
Presso a Umiliato: o enne o esse,
Quando fu ritediosa tal persona.
=A mal abbi:= in tanta tua malora. =Falterona:= montagna, onde
scaturisce l'Arno.
=Umiliato:= luogo della stessa montagna, forse allora spettante
all'ordine degli Umiliati. =O enne o esse:= o sì o no.
=Ritediosa:= duplicatamente tediosa. Quand'una tal persona è sì
rincrescevole, il miglior partito è sbrigarsi con un sì o con un
no.
E 'n Percussina catun percotesse;
Perchè Matteo vi fu, pur Mattio:
Così 'l Romano a Romena non stesse.
=Percussina:= parrocchia del contado Pisano: =Catun:= ciascheduno;
voce antica: =Percotesse:= termine di caccia, quando si batte
un bosco per destarne la cacciagione. Rid. Segue bisticciando a
inculcare di tener lontani i seccatori.
=Pur Mattio:= vi fu anche Mattia, perchè vi fu =Matteo=. Ma
che perciò? L'autore pensa a far pompa di bisticci; e noi gli
condoneremo questo sfogo, contentandoci di non intenderlo.
=Romena:= città del Casentino; già dei Conti Guidi. Salv.
=Romano:= pende il Ridolfi a intenderlo pel contrappeso della
stadera.
D'accegge un pa' di nozze (o Guelfo Dio!)
Che campa nulla: ver la campanella
Questo fa 'l Conte, che canta: Amor mio.
=Un pa' di nozze:= per proprietà di lingua Fiorentina è lo stesso
pranzo nuziale: e cotesto è =d'accegge=, uccello infausto agli
sposi a motivo del lungo becco, di cui è armato. =Guelfo Dio:=
quasi Dio non potesse esser de' Ghibellini, tenuti per nemici
della Chiesa. Rid.
=Che campa nulla:= che non dura niente, che tosto finisce; detto
de' contadini. Rid.
Perchè la stalla molt'acqua distilla
Pe' falli folli che son troppo felli;
Chè fan le fiche con fioca favilla;
Fin vo far, che vi sien rotti gli anelli.
=Che vi sian rotti gli anelli:= questo è chiarissimo; e siamo
ben tenuti alle buone intenzioni e a' cortesi auspicj del nostro
Brunetto. Dieci però di questi capitoli potean bastantemente
accertar noi dello scopo, e lui dell'infallibilità di sue mire. I
suoi futuri comentatori saran forse stati quelli, che più da lui
furon presi di vista. L'essergli servito d'oggetto sarà pertanto
l'unica gloria mia; e quindi mi si rammenterà invano: =Nisi utile
est quod facimus, stulta est gloria.= Fedr. 3. 17.
_Fine del Pataffio._
IL TESORETTO.
_Tessuto in foggia di frottola, se gli diede pur il nome di _Favolello
o Favoletto_, ch'altri credetter diverso dal Tesoretto medesimo. Si
giunse più oltre: e il Latini comparve autore d'un terzo trattato col
titolo della _Penitenza_. Il tempo ha dimostrato che cotesti erano
una parte, non un'opera separata dal Tesoretto. Il principio della
Penitenza si ridusse al capitolo ventesimoterzo di quest'opuscolo; e
ne' tre ultimi capitoli svanì il Favolello. Un'annotazion marginale
ammessa poi per titolo da' trascurati copisti, potè dar motivo alla
vana moltiplicità di questi enti ideali. Certo è che le varie lacune
rimaste aperte ne' tre detti capitoli, ci nascondon la connessione
ch'avranno essi col tutto, e ce li fa parere imperfetti frammenti di
chi volle riformare le proprie idee._
_S'ingannarono i giornalisti d'Italia a crederlo con taluni un
compendio del _Tesoro_, ridotto in versi all'uso de' Provenzali dal suo
medesimo autore. Prevenne egli nel Tesoro il gusto del nostro secolo
con un prodotto enciclopedico, che servisse di scorta ad ogni specie
di letteratura. Nel Tesoretto quasi affatto si ristrinse a formar
l'uomo nelle morali virtù, Sull'orme di Severino Boezio. Arrivò così
avanti, ch'i versi di questo libro poteron sembrare al difficilissimo
Castelvetro _anzi risposi divini che umani_; e ottenner da lui di farsi
metter in riga co'_ versi d'oro di Pitagora e di Focilide_. Scrivendo
Brunetto a comun vantaggio degl'Italiani, s'adattò a' settenarj rimati,
ch'a giudizio del Barberini son la maniera più antica, e quindi la più
naturale del nostro idioma. Era ella perciò la più adatta a quelle
giovevoli impressioni, che far si voleano sul cuore e sulla memoria
dell'uomo._
_Federigo Ubaldini fu il primo a produrlo nel 1642. colle stampe
di Roma. Nel 1750. si rivide comparir in Torino. Era da desiderarsi
nel primo editore una diligenza, che ci porgesse il testo nella sua
integrità, e una sicurtà più autentica di sua schiettezza. Si può dir
francamente ch'ei poco raggiunse i sensi di quest'opuscolo. La seconda
edizione è una copia tanto fedel della prima, che n'imita le medesime
imperfezioni sostanziali. Ben mi duole che la privazion de' necessari
sussidj m'obblighi a contentarmi d'una riforma nell'ortografia e nella
punteggiatura; e in togliere alcuni errori, che rendea sensibili
la riflessione. In quella ho però serbato il dovuto rispetto al
Vocabolario; e non ho voluto impoverire la nostra lingua. Nell'altra
ho avuto di mira di raddrizzare i sentimenti, e sgombrare l'oscurità e
l'equivoco._
TESORETTO DI MESSER BRUNETTO LATINI.
I.
Al valente Signore[3]
Di cui non so migliore
Su la terra trovare;
Che non avete pare
Nè 'n pace ned in guerra;
Sì ch'a voi tutta terra,
Che 'l sol gira lo giorno
E 'l mar batte d'intorno,
San fallia si convene.
Ponendo mente al bene
Che faite per usaggio,
Ed all'alto lignaggio
Donde voi sete nato;
E poi dall'altro lato
Potem tanto vedere
In voi senno e savere
Ad ogne condizione,
Ch'un altro Salamone
Pare 'n voi rivenuto,
E bene avem veduto
In duro convenente,
Dov'ogn'altro servente,
Che voi, par megliorare,
E tutt'or affinare;
E 'l vostro cor valente
Poggia sì altamente
In ogne beninanza,
Che tutta la sembianza
D'Alessandro tenete;
Che per neente avete
Terra oro ed argento.
Sì alto 'ntendimento
Avete d'ogne canto,
Che voi corona e manto
Portate di franchezza,
E di fina prodezza:
Sì ch'Achille lo prode
Ch'acquistò tanta lode,
E 'l buono Ettor Troiano,
Lancellotto, e Tristano
Non valse me' di voe,
Quando bisogno fue.
Che voi parole dite,
E poi quando venite
In consiglio, o 'n aringa,
Par ch'abbiate la lingua
Del buon Tullio Romano
Che fue 'n dir sovrano;
Sì buon cominciamento
E mezzo e finimento
Sapete ognora fare,
E parole accordare
Secondo la matera,
Ciascuna in sua manera.
Appresso tutta fiata
Avete compagnata
L'adorna costumanza,
Che 'n voi fa per usanza
Sì ricco portamento,
E sì bel reggimento;
Ch'avanzate a ragione
E Seneca, e Catone.
E posso dire 'n somma
Che 'n voi signor s'assomma,
E compie ogni bontade;
E 'n voi solo assembiate
Son sì compitamente,
Che non falla neente,
Se non com'auro fino.
Io Brunetto Latino,
Che vostro in ogni guisa
Mi son sanza divisa;
A voi mi raccomando.
Poi vi presento e mando
Questo ricco Tesoro,
Che vale argento ed oro:
Sì ch'io non ho trovato
Uomo di carne nato,
Che sia degno d'avere,
Nè quasi di vedere
Lo scritto ch'i' vi mostro
In lettere d'inchiostro.
Ad ogne altro lo nego,
Ed a voi faccio prego
Che lo tegniate caro,
E che ne siate avaro.
Ch'i' ho visto sovente
Vil tenere alla gente
Molte valenti cose:
E pietre preziose
Son già cadute 'n loco,
Che son gradite poco.
Ben conosco che 'l bene
Assai val men ch'il tene
Del tutto in se celato,
Di quel ch'è palesato:
Sì come la candela
Luce men chi la cela.
Ma io ho già trovato
In prosa ed in rimato
Cose di grand'affetto,
Che poi per gran segreto
L'ho date a caro amico:
Poi (con dolor lo dico)
Le vidi 'n man de' fanti,
E rassemplati tanti,
Che si ruppe la bolla
E rimase per nulla.
S'avem così di questo,
Sì dico che sia presto;
E di carta 'n quaderno
Sia gittata 'n inferno.
II.
Lo Tesoro comenza.
Intanto che Fiorenza
Fioriva e fece frutto,
Sì ch'ell'era del tutto
La donna di Toscana;
Ancora che lontana
Ne fosse l'una parte,
Rimossa in altra parte
Quella de' Ghibellini
Per guerra de' vicini:
Esso Comune saggio
Mi fece suo messaggio
All'alto Re di Spagna,
Ch'era Re d'Alemagna;
E la corona attende
Che Dio non la contende.
Che già sotto la luna
Non si trova persona,
Che per gentil legnaggio
Nè per alto barnaggio
Tanto degno ne fusse
Com'esto Re Nanfusse.
Ed io presi campagna,
E andai in Ispagna;
E feci l'ambasciata,
Che mi fu comandata.
E poi senza soggiorno
Ripresi mio ritorno:
Tanto che nel paese
Di terra Navarrese
Venendo per la calle
Del pian di Roncisvalle,
Incontra' uno scolaio
Sor un muletto baio,
Che venia da Bologna;
E senza dir menzogna
Molt'era savio e prode.
Ma lascio star le lode,
Che sarebbero assai.
Io gli pur dimandai
Novelle di Toscana.
In dolce lingua e piana
Elli cortesemente
Mi disse mantenente,
Ch'i Guelfi di Fiorenza
Per mala provedenza,
E per forza di guerra
Eran fuor della terra;
E 'l dannaggio era forte
Di prigione, e di morte
Ed io ponendo cura,
Tornai alla natura,
Ch'audivi dir che tene
Ogni uom ch'al mondo vene:
Che nasce primamente
Al padre ed al parente,
E poi al suo comuno.
Ond'io non so neuno,
Che volesse vedere
La sua cittade avere
Del tutto alla sua guisa,
Nè che fosse divisa:
Ma tutti per comune
Tirassero una fune
Di pace, e di ben fare:
Che già non può scampare
Terra rotta di parte.
Certo lo cor mi parte
Di cotanto dolore,
Pensando 'l grand'onore
E la ricca potenza
Che suole aver Fiorenza
Quasi nel mondo tutto.
Ond'io in tal corrotto
Pensando a capo chino,
Perdei 'l gran camino,
E tenni alla traversa
D'vna selva diversa.
III.
Ma tornando alla mente,
Mi volsi e posi mente
Intorno alla montagna;
E vidi turba magna
Di diversi animali
Ch'i' non so ben dir quali:
Ma uomini, e muliere,
Bestie, serpenti, e fiere,
E pesci a grandi schiere;
E di tutte maniere
Uccelli voladori,
Ed erba e frutti e fiori,
E pietre e margherite,
Che son molto gradite;
Ed altre cose tante
Che null'uomo parlante
Le poria nominare,
Ne 'n parte divisare.
Ma tanto ne so dire,
Ch'i' le vidi obedire;
Finire e cominciare,
Morire e generare;
E prender lor natura,
Sì com'una figura,
ch'i' vidi, comandava.
Ed ella mi sembiava
Come fosse 'ncarnata,
Talora sfigurata;
Talor toccava 'l cielo
Sì che parea suo velo:
E talor lo mutava,
E talor lo turbava.
E tal suo mandamento
Movea 'l fermamento:
E talor si spandea,
Sì che 'l mondo parea
Tutto nelle sue braccia.
Or le ride la faccia,
Un'ora cruccia e dole,
Poi torna come sole.
Ed io ponendo mente
All'alto convenente,
Ed alla gran potenza
Ch'avea, e la licenza;
Vscii di reo pensero
Ch'i' aveva 'n primero.
Ed ei proponimento
Di fare un ardimento,
Per gire 'n sua presenza
Con degna reverenza:
In guisa che vedere
La potessi, e savere
Certanza di suo stato.
E poi ch'i' l'ei pensato
N'andai davanti lei,
E drizzai gli occhi miei
A mirar suo cor saggio.
E tanto vi diraggio
Che troppo par gran festa,
Il capel della testa:
Sì ch'io credea che 'l crine
Fusse d'un oro fine
Partito senza trezze;
E l'altre sue bellezze,
Ch'al volto son congionte
Sotto la bianca fronte.
Li belli occhi e le ciglia,
E le labbra vermiglia,
E lo naso affilato,
E lo dente argentato,
La gola biancicante;
E l'altre beltà tante
Composte ed assettate,
E 'n suo loco ordinate,
Lascio che non le dica
Non certo per fatica,
Nè per altra paura:
Ma lingua nè scrittura
Non saria sufficiente
A dir compitamente
Le bellezze ch'avea;
Nè quant'ella potea
E 'n aera e 'n terra e 'n mare,
E 'nfare ed in disfare,
E 'n generar di novo
O di concetto o d'uovo,
O d'altra conincianza;
Ciascuna a sua sembianza,
E vidi 'n sua fattura,
Ched ogne creatura
Ch'avea cominciamento,
Veniva a finimento.
IV.
Ma poi ch'ella mi vide,
La sua cera che ride
In ver di me si volse;
E poi a se m'accolse
Molto bonariamente.
E disse mantenente:
I' sono la Natura,
E sono la fattura
Del sovrano fattore;
Elli è mio creatore;
I' son da lui creata,
E fui 'ncominciata:
Ma la sua gran possanza
Fue senza comincianza.
El non fina nè muore;
Ma tutto mio labore,
Quanto ch'esso l'allumi,
Conven che si consumi,
Ess'è onnipotente,
Io non posso neente,
Se non quant'ei concede.
Esso tutto prevede,
Ed è in ogne fato;
E sa ciò ch'è passato,
E 'l futuro e 'l presente:
Ma i' non son saccente,
Se non di quel ch'e' vuole.
Mostrami come sole
Quello che vuol ch'i' faccia,
E che vuol ch'i' disfaccia
Ond'io son sua ovrera
Di ciò ch'esso m'impera.
Così 'n terra ed in aria:
Ond'io son sua vicaria
Esso dispone 'l mondo.
Ed io poscia secondo
Lo suo ordinamento
I' guido a suo talento.
V.
A Te dico che m'odi,
Che quattro son li modi
Che colui che governa
Lo secolo ineterna.
Mise operamento
Allo componimento.
Ma tutte quante cose
Son palese ed ascose.
L'una ch'eternalmente
Fue 'n divina mente
Imagine e figura
Di tutta sua fattura;
E fue questa semblanza
Lo mondo 'n similianza.
Dipoi al suo parvente
Si creò di niente
Una grossa matera,
Che non avea manera;
Ma si fue di tal norma
Nè figura nè forma,
Ch'inde potea ritrare
Ciò che volse formare.
Poi lo suo 'ntendimento
Mettendo a compimento,
Sì lo produsse in fatto;
Ma nol fece sì ratto,
Nè non ci fue sì pronto.
Che in un solo punto,
Com'ell'avea podere,
Lo volesse compiere;
Ma sei giorni durao,
E 'l settimo posao.
VI.
Appresso il quarto modo
È questo d'ond'io godo:
E ad ogni creatura
Dispose per misura
Secondo 'l convenente
Suo corso e sua semente.
E 'n questa quarta parte
Ha loco la mia arte:
Sì che cosa che sia
Non ha nulla balia
Di far nè più nè meno,
Se non a questo freno.
Ben dico veramente
Che Dio onnipotente
Quello ch'è capo e fine,
Per gran forze divine
Puote 'n ogne figura
Alterar la natura;
E far suo movimento
Di tutt'ordinamento.
Sì come dei savere
Quando degnò venere
La maestà sovrana
A prender carne umana
Nella virgo Maria:
Che 'ncontro l'arte mia
Fu 'l suo 'ngeneramento,
E lo suo nascimento;
Che davanti e dopoi,
Sì come savem noi,
Fue netta e casta tutta,
Vergene non corrutta.
Poi volse Dio morire
Per voi gente guarire,
E per vostro soccorso.
Allor tutto mio corso
Mutò per tutto 'l mondo
Dal ciel fin lo profondo:
Che lo sole scurao
E la terra tremao.
Tutto questo avvenia
Che 'l mio Signor patia.
E perciò col mio dire
I' lo voglio chiarire;
Sì ch'io non dica motto,
Che tu non sacci 'n tutto
La verace ragione,
E la condizione.
Farò mio ditto piano,
Che pur un solo grano
Non fia che tu non sacci.
Ma vo' che tanto facci
Che lo mio dire apprendi;
Sì che tutto lo 'ntendi.
E s'i' parlassi scuro,
Ben ti faccio securo
Dicerloti 'n aperto;
Sì che ne sii ben certo.
Ma perciò che la rima
Si stringe ad una lima
Di concordar parole,
Come la rima vole:
Sì che molte fiate
Le parole rimate
Ascondon la sentenzia
E mutan la 'ntendenzia;
Quando vorrò trattare
Di cose che rimare
Tenesse oscuritade,
Con bella brevitade
Ti parlerò per prosa:
E disporrò la cosa,
Parlandoti 'n volgare,
Che tu 'ntenda ed appare.
VII.
Omai a ciò ritorno,
Che Dio fece lo giorno,
E la luce gioconda,
E cielo e terra ed onda;
E l'aere creao
E li angeli formao,
Ciascun partitamente;
E tutto di neente.
Poi la seconda dia
Per la sua gran balia
Stabilì 'l fermamento
E 'l suo ordinamento.
Il terzo (ciò mi pare)
Specificò lo mare,
E la terra divise;
E 'n ella fece e mise
Ogne cosa barbata,
Ch'è 'n terra radicata.
Al quarto die presente
Fece compitamente
Tutte le luminarie,
Stelle diverse e varie.
Nella quinta giornata
Sì fùe da lui creata
Ciascuna creatura,
Che nuota in acqua pura.
Lo stesso die fu tale,
Che fece ogne animale;
E fece Adam ed Eua,
Che poi rupper la tregua
Del suo comandamento.
Per quel trapassamento
Mantenente fu miso
Fora del paradiso;
Dov'era ogne diletto
Senza niuno eccetto
Di freddo o di calore,
D'ira nè di dolore.
E per quello peccato
Lo loco fue vietato
Mai sempre a tutta gente:
Così fu l'uom perdente.
D'esto peccato tale
Divenne l'uom mortale;
Ed ha lo male e danno,
E lo gravoso affanno
Qui e nell'altro mondo.
Di questo grave pondo
Son li uomini gravati,
E venuti 'n peccati:
Perchè 'l serpente antico
Ched è nostro nemico,
Sedusse a ria manera
Quella prima muliera.
Ma per lo mio sermone
Intendi la cagione,
Perchè fu ella fatta,
E della costa tratta.
Perch'ella l'uomo atasse;
Poichè moltiplicasse:
E ciascun si guardasse,
Con altra non fallasse.
Se mai 'l cominciamento
E 'l primo nascimento
Di tutte creature
Ch'ho detto senne cure:
Ma sacci che 'n due guise
Lo fattor le divise;
Che tutte veramente
Son fatte di niente.
Ciò son l'anime, e 'l mondo,
E li angeli secondo.
Ma tutte l'altre cose,
Quantunque dicer ose,
Son d'alcuna manera
Fatte per lor matera.
VIII.
E poich'ell'ebbe detto,
Davante al suo cospetto
Mi parve ch'i' vedesse,
Che gente s'accogliesse
Di tutte le nature:
Sì come le figure
Son tutte divisate
E diversificate.
Per domandar ad essa
A ciascun sia permessa
Sua domanda compiere.
Ella che n'ha 'l potere
Ad ogne una rendea
Ciò ched ella sapea,
Che suo stato rechiede.
Così 'n tutto provede,
Ed io sol per mirare
Lo suo nobile affare,
Quasi tutto smarrio.
Ma tant'era 'l disio,
Ch'i' avea di sapere
Tutte le cose vere
Di ciò ch'ella dicea;
Ch'ogne ora mi parea
Maggior che tutto 'l giorno:
Sì ch'io non volsi torno,
Anzi m'inginocchiava;
E mercè le chiamava,
Per Dio che le piacesse
Ched'ella mi compiesse
Tutta la grande storia,
Dond'ella fa memoria.
E va, diss'essa, via
Amico: ben vorria,
Che ciò che vuoli 'ntendere
Tu lo potessi apprendere
E lo sottile 'ngegno,
E tanto buon ritegno
Avessi, che certanza
D'ogne una sottiglianza
Ch'i' volesse ritrare
Tu potessi apparare;
E ritenere a mente
A tutto 'l tuo vivente.
E cominciò di prima
Al sommo ed alla cima
Delle cose create
Di ragione 'nformate;
D'angelica sustanza
Che Dio a sua sembianza
Criò alla primiera.
Di sì ritta maniera
Li fece 'n tutte guise,
Che non li furo affise
Tutte le buone cose
Valenti e preziose;
E tutte le virtute,
Ed eterna salute,
E diede lor bellezza
Di membra e di clarezza:
Sì ch'ogni cosa avanza
Beltade e beninanza.
E fece lor vantaggio
Tal com'i' ti diraggio,
Che non posson morire
Nè unque mai finire.
E quando Lucifero
Si vide così crero,
Ed in sì grande stato
Gradito ed onorato;
Di ciò s'insuperbio:
E contr'al vero Dio,
Quelli che l'avea fatto,
Pensato di mal tratto;
Credendosi esser pare.
Così volle locare
Sua sedia in aquilone:
Ma la sua pensagione
Li venne sì falluta,
Che fue tutta abbattuta
Sua folle sconcordanza
In sì gran malenanza.
Che s'i' voglio ver dire,
Chi lo volse seguire
O tenersi con esso,
Del regno fuor fu messo;
E piovvero 'n inferno
In fuoco sempiterno.
Appresso primamente
In loco di serpente
Ingannò con lo ramo
Ed Eva e poi Adamo.
E chi che nieghi o dica
Tutta la gran fatica,
La doglia e 'l marrimento,
Lo danno e 'l pensamento,
E l'angoscia e le pene,
Che la gente sostene?
Lo giorno 'l mese e l'anno
Venne di quello 'nganno.
E 'l laido 'ngenerare,
E lo grave portare;
E lo parto doglioso,
E 'l nudrir faticoso
Che voi ci sofferete,
Tutto perciò l'avete.
E 'l lavorio di terra,
Invidia e astio e guerra;
Omicidio e peccato
Di ciò fu generato.
Che 'nnanti questo, tutto
Facea la terra frutto
Senza nulla semente,
O briga d'uom vivente.
Ma sta sottilitate
Tocca a Divinitate:
Ed i' non mi trametto
Di punto così stretto;
E non aggio talento
A sì gran fondamento
Trattar con uomo nato.
Ma quello che m'è dato
I' lo faccio sovente:
Che se tu poni mente,
Ben vedi li animali
Ch'i' non li faccio iguali
Nè d'una concordanza
In vista nè 'n sembianza.
E d'erbe e fiori e frutti,
Così l'alberi tutti,
Vedi che son divisi
Le nature e li visi.
A ciò ch'i' t'ho contato
Che l'uomo fu plasmato,
Poi ogne creatura;
Se ci ponesti cura,
Vedrai palesemente
Che Dio onnipotente
Volle tutto labore
Finir nello migliore:
Ch'a chi ben incomenza
Audivi per sentenza,
Che ha ben mezzo fatto.
Ma guardi poi lo tratto:
Che di reo compimento
Avem dibassamento
Di tutto 'l convenente.
Ma chi oratamente
Fina suo cominciato,
Dalla gente è lodato:
Sì come dice un motto
La fine loda tutto.
E tutto ciò che face,
O pensa o parla o tace,
In tutte guise 'ntende
Alla fine ch'attende.
Donqua è più graziosa
La fine d'ogne cosa,
Che tutto l'altro fatto.
Però ad ogne patto
Dee uomo antivedere
Ciò che porrà seguire
Di quello che comenza,
Che ha bell'apparenza.
Che l'uom, se Dio mi vaglia,
Creato fu san faglia
La più nobile cosa
E degna e preziosa
Di tutte creature:
Così quel ch'è 'n alture,
Li diede signoria
D'ogne cosa che fia,
In terra figurata,
Ver è ch'è viziata
Dello primo peccato,
Donde 'l mondo è turbato.
Vedi ch'ogni animale
Per forza naturale
La testa e 'l viso bassa
Verso la terra bassa,
Per far significanza
Della grande bassanza
Di lor condizione,
Che son senza ragione;
E seguon lor volere
Senza misura avere.
Ma l'uomo ad altra guisa
Sua natura divisa
Per vantaggio d'onore;
Che 'n alto a tutte l'ore
Mira per dimostrare
Lo suo nobile affare:
Ch'egli ha per conoscenza
E ragione e scienza.
Dell'anima dell'uomo
Io ti diraggio como
È tanto degna e cara,
E nobile e preclara,
Che puote a compimento
Aver conoscimento
Di ciò ch'è ordinato;
Sol se non fu servato
Vo divina potenza.
Però senza fallenza
Fu l'anima locata,
E messa consolata
Nello più degno loco,
Ancor che paia poco;
Ed è chiamato core.
Ma 'l capo n'è signore,
Che molt'è degno membro:
E s'io ben vi rimembro,
Ess'è lume e corona
Di tutta la persona.
Ben è vero che 'l nome
È divisato; come
La forza e la scienza,
Che l'anima 'mpotenza,
Si divide e si parte;
Ed aura in plusor parte.
Che se tu poni cura,
Quando la creatura
Vedem vivificata;
È l'anima chiamata.
Ma la voglia e l'ardire,
Usa la gente dire:
Quest'è l'animo mio;
Questo voglio e desio.
E l'uom savio e saccente
Dicon ch'ha buona mente.
E chi sa giudicare,
E per certo ritrare
Lo falso e lo deritto;
Ragion è 'n nome ditto.
E chi saputamente
Un grave punto sente
In fatto e 'n ditto e 'n cenno;
Quell'è chiamato senno.
E quando l'uomo spira,
La lena manda e tira;
È spirito chiamato.
Così t'aggio contato,
Che 'n queste sei partute
Si parte la virtute;
Che l'anima fu data,
E così nominata.
Nel capo son tre celle:
Ed io dirò di quelle.
Davanti è lo ricetto
Di tutto lo 'ntelletto;
E la forza d'apprendere
quello che puote 'ntendere.
In mezzo è la ragione,
E la discrezione,
Che scerne bene e male;
E lo terno è l'iguale.
Di retro sta con gloria
La valente memoria,
Che ricorda e ritene
Quello che 'n essa vene.
Così se tu ripensi
Son fatti cinque i sensi,
Li qua' ti voglio dire:
Lo vedere, e l'udire;
L'odorare, e 'l gustare;
E appresso lo toccare.
Questi hanno per offizio,
Che l'olfato e lo vizio,
Li fatti e le favelle
Riportano alle celle,
Ch'i' v'aggio nominate:
E loco son posate.
IX.
Ancor son quattro umori
Di diversi colori,
Che per la lor cagione
Fanno la complessione
D'ogne cosa formare,
E sovente mutare:
Sì come l'uomo avanza
Le altre 'n sua possanza.
Che l'un è signoria
Della malenconia;
La quale è fredda e secca:
Certo è di larga tecca.
Un altro n'è 'n podere
Di sangue, al mio parere,
Ch'è caldo ed umoroso,
E fresco e gioioso.
E flemma 'n alto monta,
Ch'umido e freddo pronta;
E par che sia pesante:
Quell'uomo è più pensante.
Poi la collera vene,
Che caldo e foco tene;
Che fa l'uomo leggiero,
E presto e talor fiero.
E queste quattro cose
Così contrariose,
E tanto disiguali
In tutti l'animali
Si convene accordare;
E di lor temperare,
E refrenar ciascuno:
Sì ch'i' li rechi ad uno,
Sì ch'ogne corpo nato
Ne sia complessionato.
E sacci ch'altramente
Non sen faria niente.
X.
Altresì tutto 'l mondo
Dal ciel fin al profondo
È di quattro elemente
Fatto ordinatamente:
D'aria, d'acqua, e di foco;
E dentro in suo loco,
Che per fermarlo bene
Sottilmente convene
Lo freddo per calore,
E 'l secco per umore,
E tutti per ciascuno
Sì refrenare ad uno,
Che la lor discordanza
Ritorni 'n aguaglianza,
Ch'è ciascuno contraro
All'altro ch'è disvaro:
Ogni uomo ha sua natura
E divisa figura;
E son tuttor dispare.
Ma i' li faccio pare;
E tutta lor discordia
Ritorno alla concordia:
Che io per lor ritegno
Lo mondo, e lo sostegno;
Salva la volontade
Della Divinitade.
Ben dico veramente,
Che Dio onnipotente
Fece sette pianete,
Ciascuna 'n sua parete;
E dodici segnali:
I' ti dirò ben quali.
E fu lo suo volere
Di donar lor podere
In tutte creature,
Secondo lor nature.
Ma senza fallimento
Sotto mio reggimento
È tutta la lor arte:
Sì che nessun si parte
Dal corso ch'i' ho dato,
A ciascun misurato.
E dicendo lo vero
Cotal è lor mistero,
Che metton forza e cura
In dar freddo e calura;
E piova e neve e vento,
Sereno e turbamento.
E s'altra provedenza
Fu messa 'n lor potenza,
Non ne farò menzione:
Che piccola cagione
Ti poria far errare:
Che tu de' pur pensare,
Che le cose future,
E l'aperte e le scure
La somma maestade
Ritenne 'n potestade.
Ma se da Astorlomia
Vorrai saper la via
Della luna e del sole,
(Come saper si vuole)
E di tutte pianete;
Qua 'nnanzi 'l troverete
Andando 'n quelle parti,
Ove son le sette arti.
Ben so che lungamente
Intorno al convenente
Abboti ragionato;
Sì ch'i' t'abbo contato
Una lunga matera,
Certo 'n breve manera.
E se m'hai bene inteso,
Nel mio dir ho compreso
Tutto 'l cominciamento,
E 'l primo movimento
D'ogne cosa mondana,
E della gente umana:
Ed hotti detto un poco,
Come s'avvene loco,
Della Divinitate:
Ed holle tralasciate,
Sì come quella cosa
Ch'è sì preziosa;
E sì alta e sì degna,
Che non par che s'avvegna
Chi mette 'ntendimento
In sì gran fondamento.
Ma tu semplicemente
Credi veracemente
Ciò che la Chiesa santa
Ne predica e ne canta.
Appresso t'ho contato
Del ciel com'è stellato,
Ma quando fie stagione,
Udirai la ragione
Del ciel com'è ritondo,
E del sito del mondo;
Ma non sarà per rima,
Come questo di prima;
Ma per piano volgare
Ti fia detto l'affare,
E dimostrato aperto,
Come sarai più certo.
XI.
Ond'i' ti prego omai
Per la fede che m'hai,
Che ti piaccia partire:
Ch'a me conviene gire
Per lo mondo d'intorno;
E di notte e di giorno
Avere studio e cura
In ogne creatura,
Ch'è sotto mio mistero.
E faccio a Dio preghiero,
Che ti conduca e guidi
In tutte parti fidi.
Appress'esta parola
Voltò 'l viso e la gola;
E fattami sembianza
Che senza dimoranza
Volesse visitare
E li fiumi e lo mare.
E senza dir fallenza,
Ben ell'ha gran potenza:
Che s'io vo dir lo vero
Il suo alto mistero
È una maraviglia,
Ch'in un'ora compiglia
E cielo e terra e mare,
Compiendo suo affare.
Che così poco stando,
Al suo breve comando
I' vidi apertamente,
Come fosse presente.
Li fiumi principali
Che son quattro; li quali
Secondo lo mio avviso
Muovon di Paradiso:
Ciò son Tigris, Fison,
Eufrates, e Geon.
L'un se ne passa a destra,
L'altro ver la sinestra;
Lo terzo corre 'n quae,
Lo quarto va in lae:
Sì ch'Eufrates passa
Ver Babilone cassa
In Messopotamia;
E mena tuttavia
Le pietre preziose,
E gemme dignitose
Di troppo gran valore
Per forza e per colore.
Geon va 'n Etiopia,
E per la grande copia
D'acqua che 'n esso abbonda,
Bagna della sua onda
Tutta terra d'Egitto;
E fa meglio a deritto
Una volta per anno;
E ristora lo danno
Che l'Egitto sostene,
Che mai piova non vene.
Così serva suo filo,
Ed è chiamato Nilo:
D'un suo ramo si dice,
Ch'è chiamato Calice.
Tigris tien altra via,
Che corre ver Soria
Sì smisuratamente
Che non è uom vivente,
Che dica che vedesse
Cosa che sì corresse.
Fison va più lontano;
Ed è da noi sì strano,
Che quando ne ragiono
I' non trovo nessuno
Che l'abbia navigato,
O 'n quelle parti usato.
Ed in poca dimora
Provede per misura
Le parti di Levante:
Là dove sono tante
Gemme di gran vertute,
E di molta salute;
E sono 'n quello giro
Balsamo ed ambra e tiro,
E lo pepe e lo legno
Aloè ch'è sì degno;
E spigo e cardamomo,
Gengiove e cinamomo;
Ed altre molte spezie
Ciascheduna 'n sua spezie;
E meglio oro, e più fina
E sana medicina.
Appresso 'n questo poco
Misero a retto loco
Le tigri e li grifoni,
Allifanti e leoni,
Cammelli e dragumene
E badalischi e gene,
E pantere e castoro;
Le formiche dell'oro,
E tant'altri animali,
Ch'i' non so ben dir quali:
Che son sì divisati,
E sì dissimigliati
Di corpo e di fazione;
Di sì fera ragione,
E di sì strana taglia,
Che non credo san faglia
Ch'alcun uomo vivente
Potesse veramente
Per lingua o per scritture
Recitar le figure
Delle bestie e d'uccelli:
Tanti son, laidi e belli.
E vidi mantenente
La regina possente,
Che stendeva la mano
Verso 'l mare Oceano:
Quel che cinge la terra,
E che la cerchia e serra;
Ed ha una natura
Ch'a veder ben è dura,
Ch'un'ora cresce molto
E fa grande tomolto,
Poi torna in dibassanza.
Così fa per usanza;
Or prende terra, or lassa
Or monta ed or dibassa;
E la gente per motto
Dice ch'ha nome fiotto.
Ed io ponendo mente
Là oltre nel Ponente
Appress'a questo mare,
E vidi ritte stare
Gran colonne; le quali
Ci mise per segnali
Ercules il potente
Per mostrare alla gente,
Che loco sia finata
La terra e terminata:
Ch'elli per forte guerra
Avea vinta la terra
Per tutto l'Occidente,
E non trovò più gente.
Ma dopo la sua morte
Si son genti raccorte,
E sono oltre passati;
Sì che sono abitati
Di là in bel paese,
E ricco per le spese,
Di questo mar ch'i' dico.
Vidi per uso antico
Nella profonda Spagna
Partire una rigagna
Di questo nostro mare
Che cerca (ciò mi pare)
Quasi lo mondo tutto:
Sì che per suo condutto
Ben può chi sa dell'arte
Navigar tutte parte.
E' gitta 'n questa guisa
Da Spagna fino a Pisa;
La Grecia, e la Toscana,
In terra Ciciliana;
E nel Levante dritto,
Ed in terra d'Egitto.
Ver è che 'n Oriente
Lo mar volta presente
Lo Sottentrione
Per una regione,
Dove lo mar non piglia
Terra che sia sei miglia.
Poi ritorna 'n ampiezza,
E poi 'n tale strettezza,
Ch'i' non credo che passi
Che cinquecento passi.
Di questo mar si parte
Lo mar che noi disparte
Là nella regione
Di Vinegia e d'Ancone.
Così ogne altro mare
Che per la terra pare,
Di traverso o d'intorno
Si muove, e fa ritorno
In questo mar Pisano,
Ov'è 'l mare Oceano.
Ed io che mi sforzava
Di ciò ched io mirava
Saper lo certo stato;
Tant'andai d'ogni lato
Per saper la natura
D'ognuna creatura;
Ch'i' vidi apertamente
Davanti al mio vedente
Di ciascuno animale
E lo bene e lo male;
E la condizione,
E la generazione,
E lo lor nascimento,
Lo lor cominciamento;
E tutta lor usanza,
La vista e la sembianza.
Ond'i' aggio talento
Nel mio parlamento
Tener ciò ch'i' ne vidi,
Non dico ch'i' m'affidi
Di contarle per rima
Dal piè fin alla cima;
Ma bel volgare e puro,
Tal che non fia oscuro,
Vi dicerà per prosa
Quasi tutta la cosa
Qua 'nnanzi dalla fine,
Perchè paia più fine.
XII.
Da poi ch'alla Natura
Parve che fosse l'ora
Del mio dipartimento,
Con gaio parlamento
Mi cominciò a dire
Parole da partire.
Con grazia e con amore
Facendomi onore,
Disse: fi' di Latino
Guarda che 'l gran camino
Non trovi esta semmana.
Ma questa selva piana
Che tu vedi a senestra,
Cavalcherai a destra.
Non ti paia travaglia,
Che tu vedrai san faglia
Tutte le gran sentenze
E le dure credenze.
E poi dall'altra via
Vedrai Filosofia,
E tutte sue sorelle.
Poi udirai novelle
Delle quattro vertuti;
E se quindi ti muti,
Troverai la Ventura
A cui si pone cura,
Che non ha certa via.
Vedrai Baratteria,
Che 'n sua corte si tene
Di dire e 'l male e 'l bene
E se non hai timore,
Vedrai lo Dio d'amore;
E vedrai molta gente
Che servono umilmente;
E vedrai le saette
Che fuor dell'arco mette.
Ma perchè tu non cassi
In quelli duri passi,
Ti porta questa 'nsegna
Che nel mio nome regna.
E se tu fussi giunto
D'alcun gravoso punto;
Tosto la mostra fuore:
Nè fia sì duro core,
Che per la mia temenza
Non t'abbia reverenza.
Ed io gecchitamente
Ricevetti presente
La 'nsegna che mi diede.
Poi le baciai lo piede,
E mercè le chiamai;
Ch'ella m'avesse omai
Per suo accomandato.
E quando fui girato
Già più non la rividi.
Or conven ch'i' mi guidi
Ver là dove mi disse,
Anzi che si partisse.
XIII.
Or va mastro Brunetto
Per un sentiero stretto,
Cercando di vedere,
E toccare e sapere
Ciò che gli è destinato.
E non fu' guari andato
Ch'i' fui nella diserta:
Sì ch'io non trovai certa
Nè strada nè sentiero.
Deh che paese fiero
Trovai 'n quella parte!
Che s'i' sapesse d'arte,
Quivi mi bisognava:
Che quanto più mirava
Più mi parea selvaggio.
Quivi non ha viaggio,
Quivi non ha persone,
Quivi non ha magione;
Non bestia non uccello,
Non fiume non ruscello,
Non formica non moscha,
Non cosa ch'i' conosca.
Ed io pensando forte
Dottai ben della morte.
E non è maraviglia:
Che ben trecento miglia
Durava d'ogni lato
Quel paese smagato.
Ma si m'assicurai
Quando mi ricordai
Del sicuro signale,
Che contra tutto male
Mi dà sicuramento.
Ed i' presi andamento
Quasi per avventura
Per una valle scura;
Tanto ch'al terzo giorno
I' mi trovai d'intorno
Un gran piano giocondo,
Lo più gaio del mondo
E lo più degnetoso.
Ma recordar non oso
Ciò ch'i' trovai e vidi.
Se Dio mi porti e guidi,
I' non sarei creduto
Di ciò ch'i' ho veduto:
Ch'i' vidi Imperadori,
E Re e gran signori,
E mastri di scienze
Che dettavan sentenze;
E vidi tante cose
Che già 'n rime nè 'n prose.
Non le poria ritrare.
Ma sopra tutti stare
Vidi un'imperadrice,
Di cui la gente dice
Che ha nome Vertute;
Ed è capo e salute
Di tutta costumanza,
E della buona usanza,
E di buoni reggimenti,
Che vivono le genti.
E vidi alli occhi miei
Esser nate da lei
Quattro regine figlie.
E strane maraviglie
Vidi di ciascheduna,
Ch'or mi parea tutt'una,
Or mi parean divise
E 'n quattro parti mise:
Sì ch'ogne uno per sene
Tenea sue proprie mene;
Ed avea suo legnaggio,
Suo corso e suo viaggio;
E 'n sua propria magione
Tenea corte e ragione:
Ma non già di paraggio
Che l'un è troppo maggio;
E poi di grado 'n grado
Ciascuna va più rado.
XIV.
Ed i' ch'avea volere
Di più certo savere
La natura del fatto,
Mi mossi senza patto
Di domandar fidanza;
E trassemi all'avanza
Della corte maggiore,
Che v'è scritto 'l tenore
D'una cotal sentenza:
Qui dimora Prudenza;
Cui la gente 'n volgare
Suole senno chiamare.
E vidi nella corte
Là dentro dalle porte
Quattro donne reali,
Con corti principali
Tenean ragione ed uso.
Poi mi tornai là giuso
Ad un altro palaggio;
E vidi 'n bello staggio
Scritto per sottiglianza:
Qui sta la Temperanza;
Cui la gente tal'ora
Suole chiamar misura
E vidi là d'intorno
Dimorare a soggiorno
Cinque gran principesse;
E vidi ch'elle stesse
Tenean gran parlamento
Di ricco 'nsegnamento.
Poi nell'altra magione
Vidi 'n un gran petrone
Scritto per sottigliezza:
Qui dimora Fortezza;
Cui tal'or per usaggio
Valenza di coraggio
La chiama alcuna gente.
Poi vidi immantenente
Quattro ricche contesse,
E genti rade e spesse
Che stavano ad udire
Ciò ch'elle voglion dire.
E partendomi un poco,
I' vidi 'n altro loco
La donna 'ncoronata,
Per una camminata
Che menava gran festa,
E tal'or gran tempesta.
E vidi che lo scritto
Ch'era di sopra scritto
In lettera dorata
Diceva: Io son chiamata
Iustizia in ogne parte.
Vidi dall'altra parte
Quattro maestri grandi;
Ed alli lor comandi
Stavano obbidienti
Quasi tutte le genti.
Così s'i' non mi sconto,
Eran venti per conto
Queste donne reali,
Che delle principali
Son nate per legnaggio,
Sì come detto v'aggio.
XV.
E s'io contar volesse
Ciò ch'i' ben vidi d'esse
Insieme ed in divise;
Non credo 'n mille guise
Che 'n scrittura capesse,
Nè che lingua potesse
Divisar lor grandore
Nel bene e nel malore.
Però più non vi dico:
Ma sì pensai con meco
Che quattro van con loro,
Cui credo ed adoro
Assai più coralmente:
Perchè lor convenente
Mi par più grazioso,
E della gente in uso:
Cortesia, e Larghezza,
Lealtà, e Prodezza.
Di tutte quattro queste
Il puro sanza veste
Dirò 'n questo libretto.
Dell'altre non prometto
Di dir, nè di rimare:
Ma chi le vuol trovare
Cerchi nel gran Tesoro,
Ch'è fatto per coloro
Ch'hanno lo cor più alto.
Là farò grande salto
Per dirle più distese
Nella lingua Franzese.
Ond'i' ritorno omai
Per dir com'i' trovai
Le altre a gran letizia
In casa di Giustizia:
Che son sue discendenti,
E nate di sue genti.
Ed i' n'andai da canto
E dimoravi tanto,
Ched io vidi Larghezza
Mostrar con gran pianezza
Ad un bel cavaliero
Come nel suo mestiero
Si dovesse portare.
E dicea, ciò mi pare:
Se tu vuoli esser mio
Di tanto t'addisio,
Che nullo tempo mai
Di me mal non avrai:
Anzi farai tutt'ore
In grandezza e 'n riccore;
Che mai uom per Larghezza
Non venne 'n poverezza.
Ver è ch'assai persone
Dicon ch'a mia cagione
Hanno l'aver perduto;
E ch'è lor divenuto,
Perchè son larghi stati.
Ma molto sono errati:
Che com'è largo quelli
Che par che s'accapelli
Per una poca cosa,
Ov'onor ha gran posa?
Ed un altro a bruttezza
Farà sì gran larghezza,
Che sia smisuranza.
Ma tu sappi 'n certanza,
Che null'ora che sia
Venir non ti poria
La tua ricchezza meno,
Se t'attieni al mio freno
Nel modo ch'i' diraggio.
Che quelli è largo e saggio,
Che spende lo danaro
Per salvar l'agostaro.
Però in ogne lato
Rimembri di tuo stato;
E spendi allegramente.
E non vo che sgomente,
Se più che sia ragione
Dispendi alla stagione:
Anzi è di mio volere,
Che tu di non vedere
T'infingi alle fiate.
De' denari o derrate
Che vanno per onore,
Pensa che sia 'l migliore.
E se cosa addivenga
Che spender ti convenga;
Guarda che sia 'ntento,
Sì che non paie lento;
Che dare tostamente
È donar doppiamente;
E dar come sforzato
Perde lo dono e 'l grato:
Che molto più risplende
Lo poco chi lo spende
Tosto e con larga mano,
Che quel che di lontano
Dispendi con larghezza.
. . . . . . . . . .
XVI.
Ma tuttavia ti guarda
D'una cosa, che 'mbarda
La gente più che 'l grado;
Cioè giuoco di dado.
Che non è di mia parte
Chi si gitta 'n tal'arte:
Ch'egli è disviamento,
E grande struggimento.
Ma tanto dico bene,
Se talor si convene
Giuocar per far onore
Ad amico o signore;
Che tu giuochi al più grosso;
E non dire: I' non posso.
Non abbi 'n ciò vilezza,
Ma lieta gagliardezza:
E se tu perdi posta,
Paia che non ti costa;
Non dicer villania,
Nè mal motto che sia.
Ancor chi s'abbandona
Per astio di persona;
O per sua vana gloria
Esce dalla memoria
A spender malamente,
Non m'aggrada neente.
E molto m'è rubello
Chi dispende 'n bordello;
E va perdendo 'l giorno
In femine d'intorno.
Ma chi di suo buon cuore
Amasse per amore
Una donna valente,
Se tal'or largamente
Dispendesse o donasse
Non sì che folleasse;
Ben lo si puote fare:
Ma nol voglio approvare.
E tengo a grande scherna
Chi dispende 'n taverna;
O chi in ghiottornia
Si gitta, o 'n beveria:
Ed è peggio ch'uom morto,
E 'l suo distrugge a torto.
Ed ho visto persone
Ch'a comperar cappone,
Perdice e grosso pesce,
Lo spender non incresce:
Come vuole, sian cari,
Pur trovinsi danari;
Si paga immantenente:
E credon che la gente
Gli le ponga a larghezza.
Ma ben è gran vilezza
Ingollar tanta cosa.
Chi già fare non osa
Conviti, nè presenti;
Ma con li propri denti
Mangia e divora tutto,
Seco ha costume brutto.
Ma s'io m'avvedesse,
Ch'egli altro ben facesse;
Unque di ben mangiare
Nol dovria biasimare.
Ma chi 'l nasconde e fugge,
E consuma e distrugge;
Solo chi ben si pasce,
Certo 'n mal punto nasce.
Acci gente di corte,
Che sono usate a corte
A sollazzar la gente:
Domandonti sovente
Danari e vestimenti.
Certo se tu ti senti
Lo poder di donare,
Ben dei corteseggiare:
Guardando d'ogne lato
Di ciascun luogo e stato.
Mangia, non ebriare:
Se tu poi megliorare
Lo dono in alto loco,
Non ti vinca per giuoco
Lusinga di buffone.
Guarda loco e stagione
Secondo che s'avvene:
Che 'l presentar ritene
Amore ed onoranza,
Compagnia ed usanza.
E sai ch'i' molto lodo,
Che tu ad ogni modo
Abbi di belli arnesi
E privati e palesi:
Sì che 'n casa e di fuore
Si paia 'l tuo onore.
E se tu fai convito,
O corredo bandito;
Fa 'l provedutamente
Che non falli neente.
Di tutto 'nnanzi pensa:
E quando siedi a mensa,
Non fare un laido piglio;
Non chiamare a consiglio
Seniscalco e sargente:
Che da tutta la gente
Sarai scarso tenuto,
O non ben proveduto.
Omai t'ho detto assai:
Però ti partirai,
E dritto per la via
Ne va a Cortesia.
Pregala da mia parte,
Che ti mostri su' arte:
Ch'i' già non veggio lume
Senza suo buon costume.
XVII.
Lo cavalier valente
Si mosse snellamente;
E gìo senza dimora
Loco dove dimora
Cortesia graziosa,
In cui ogne ora posa
Pregio di valimento:
E con bei gecchimento
La pregò che 'nsegnare
Li dovesse e mostrare
Tutta la maestria
Di fina cortesia.
Ed ella immantenente
Con bel viso piacente
Disse 'n questa manera
Lo fatto e la matera.
Sie certo che Larghezza
È 'l capo e la larghezza
Di tutto mio mistero:
Sì ch'i' non vaglio guero;
E s'ella non m'aita
Poco sarà gradita.
Ell'è mio fondamento,
E io suo adornamento,
E colore e vernice.
E chi lo ben ver dice,
Se noi due nomi avemo,
Quasi una cosa semo.
Ma a te bell'amico,
Primamente ti dico,
Che nel tuo parlamento
Abbie provedimento.
Non sie troppo parlante;
E pensati davante
Quello che dir vorrai:
Che non ritorna mai
La parola ch'è detta;
Sì come la saetta
Che va e non ritorna,
Chi ha la lingua adorna,
Poco senno li basta,
Se per follia nol guasta.
Il detto sia soave;
E guarda e' non sie grave
In dir ne' reggimenti:
Che non puoi alle genti
Far più gravosa noia.
Consiglio, che si muoia
Chi pare per gravezza
Che mai non se ne svezza.
E chi non ha misura,
Se fa 'l ben, sì lo fura.
Non sie inizzatore;
Nè sie ridicitore
Di quel ch'altra persona
Davanti a te ragiona.
E non usar rampogna;
Non dire altrui vergogna,
Nè villania d'alcuno:
Che già non è nessuno,
Che non possa di botto
Dicere un laido motto.
Nè non sie sì sicuro,
Che pur un motto duro
Ch'altra persona tocca,
T'esca fuor della bocca:
Che troppa sicuranza
Fa contro buona usanza.
E chi sta lungo via,
Guardi non dir follia.
Ma sai che ti comando,
Ed impongo a gran bando?
Che l'amico da bene
Innore quanto dene
A piede ed a cavallo.
Nè già per poco fallo
Non prender grosso core.
Per te non fa l'amore:
Ed abbi sempre a mente
D'usar con buona gente;
E dalla ria ti parti:
Che sì come dall'arti
Qualche vizio n'apprendi,
Sì ch'anzi che t'amendi,
N'avrai danno e disnore.
Però a tutte l'ore
Ti tieni a buon'usanza:
Perciocch'ella t'avanza
In pregio ed in onore,
E fatti esser migliore;
Ed a bella figura
(Ch'ell'è buona ventura)
Ti rischiara e pulisce
Se 'l buono uso seguisce.
Ma guarda tutta via,
Se quella compagnia
Ti paresse gravoso;
Di gir non sie più oso:
Ma d'altri si procaccia,
A cui 'l tuo fatto piaccia.
Amico, guarda bene:
Con più ricco di tene
Non ti caglia d'usare;
Che starai per giullare,
O spenderai quant'essi:
Che se tu nol facessi,
Sarebbe villania.
E pensa tutta via
Ch'a larga 'ncomincianza
Si vuol perseveranza.
Dunque dei provedere,
Se 'l porta 'l tuo podere,
Che 'l facci apertamente.
Se no, si poni mente
Di non far tanta spesa,
Che poscia sia ripresa:
Ma prendi usanza tale
Che sia con teco uguale.
E s'avanzasse un poco,
Non ti partir da loco;
Ma spendi di paraggio:
Non prender avvantaggio.
E pensa ogni fiata,
Se nella tua brigata
Ha uomo al tuo parere
Non potente d'avere;
Per Dio non lo sforzare
Più che non possa fare.
Che se per tuo conforto
Il suo distrugge a torto,
E torna a basso stato;
Tu ne sarai biasmato.
E ben ci son persone
D'altra condizione,
Che si chiaman gentili:
Tutt'altri tengon vili
Per cotal gentilezza;
Ed a questa baldezza
Tal chiama mercenaio,
Che più tost'uno staio
Spenderia di fiorini,
Ch'esso de' picciolini:
Benchè li lor podere
Fossero d'un valere.
E chi gentil si tene
Senza far altro bene,
Se non di quella boce;
Credesi far la croce:
Ma el ti fa la fica.
Chi non dura fatica,
Sì che possa valere;
Non si creda capere
Tra li uomini valenti
Perchè sian di gran genti.
Ch'io gentil tegno quegli
Che par ch'il mondo pigli
Di grande valimento,
E di bel nudrimento:
Sì ch'oltre suo legnaggio
Fa cose d'avvantaggio,
E vive onratamente
Sì che piace alla gente.
Ben dico se a ben fare
Sia l'uno e l'altro pare;
Quello ch'è meglio nato
È tenuto più a grato:
Non per mia maestranza,
Ma pare che sia usanza,
La qual vinca ed abbatti
Gran parte de' miei fatti,
Sì ch'altro non dir posso
Ch'esto mondo è sì grosso,
Che ben per poco ditto
Si giudica 'l diritto:
Che lo grande e 'l minore
Che vivano a romore.
Per ciò ne sie avveduto
Di star tra lor sì muto,
Che non ne faccian risa.
Passati alla lor guisa:
Che 'nnanzi ti comporto
Che tu segui lor torto,
Che se pur ben facessi,
E tu lor non piacessi,
Nulla cosa ti vale
Il dire bene e male.
Però non dir novella,
Che non sia buona e bella
A ciascun che la 'ntende:
Che tal te ne riprende,
Ed aggiunge bugia
Quando se' ito via;
Che ti de' ben volere.
Però dei tu sapere
In cotal compagnia
Giocar di maestria:
Cioè che sappi dire
Quel che deggia piacere.
E lo ben se 'l saprai,
Con altri li dirai,
Dove sia conosciuto,
E ben caro tenuto.
E molti sconoscenti
Troverai tra le genti,
Che metton maggior cura
D'udire una laidura,
Ch'una cosa che vaglia:
Trapassa, e non ti caglia.
E chi bene ha pensato,
Ch'uomo molto pregiato
Alcuna volta faccia
Cosa che non s'aggiaccia;
In piazza ned in templo,
Non ne pigliare esemplo:
Perciocchè non ha scusa
Chi alli altri mal s'ausa.
E guarda non errassi,
Se tu stessi od andassi
Con donna o con signore,
O con altro maggiore;
E benchè sia tuo pare,
Che gli sappia innorare
Ciascun per lo suo stato.
Siene tu sì appensato
E del più e del meno,
Che tu non perdi freno.
Ma già a tuo minore
Non rendere più onore,
Che a lui sì ne convegna,
Sì ch'a vil te ne tegna.
Però s'elli è più basso
Va sempre 'nnanzi un passo.
E se vai a cavallo,
Guarda di non far fallo.
E se vai per cittade,
Consiglioti che vade
Molto cortesemente.
Cavalca bellamente
Un poco a capo chino:
Ch'andar così indifreno
Par gran salvatichezza.
E non guardar l'altezza
D'ogni cosa che trove.
Guarda che non ti muove,
Com'uom che sia di villa.
Non guizzar com'anguilla:
Ma va sicuramente
Per via e tra la gente.
Chi ti chiede 'n prestanza,
Non far addimoranza:
Se tu vuoli prestare,
Nol far tanto penare
Che 'l grado sia perduto,
Anzi che sia renduto.
E quando sei 'n brigata,
Seguisci ogni fiata
Lor via e lor piacere:
Che tu non dei volere
Pure alla tua guisa,
Nè far da lor divisa.
E guardati ad ogni ora,
Che laida guardatura
Non facci a donna, nata
In casa od in istrata.
Però chi fa 'l sembiante
E dice che è amante,
È un briccon venuto.
Ed io ho già veduto
Solo d'una canzone
Peggiorar condizione:
Che già a questo paese
Non piace loro arnese.
E guarda 'n tutte parti,
Ch'amor già per su' arti
Non t'infiammi lo core:
Con ben grave dolore,
Consumerai tua vita;
Nè già di mia partita
Non ti poria tenere,
Se fossi in suo podere.
Or ti torna a magione,
Ch'omai è la stagione;
E sie largo e cortese,
Sì che 'n ogne paese
Tutto tuo convenente
Sia tenuto piacente.
Per così bel commiato
Andò dall'altro lato
Lo cavalier gaioso:
E molto confortoso
Per sembianti parea
Di ciò ch'udito avea.
E 'n questa beninanza
Se n'andò a Leanza:
E lei si fece acconto;
Poi le disse suo conto,
Sì come parve a lui.
E certo io che lì fui,
Lodo ben sua manera,
Lo costume e la cera:
E vidi Lealtade,
Che pur di veritade
Tenea suo parlamento.
Con bell'accoglimento
Sì disse: Ora m'intendi,
E ciò ch'i' dico apprendi.
XVIII.
Amico primamente
Consiglio che non mente.
In qualche parte sia,
Tu non osar bugia:
Ch'uom dice che menzogna
Ritorna 'n gran vergogna,
Perciocchè ha breve corso.
E quando vi se' scorso,
Se tu alle fiate
Dicessi veritate;
Non ti saria creduta.
Ma se tu hai saputa
La verità d'un fatto,
E poi per dilla ratto,
Grave briga nascesse;
Certo se la tacesse,
Se ne fossi ripreso,
Saria da me difeso.
E se tu hai parente,
O altro ben vogliente,
Cui la gente riprenda
D'una laida vicenda;
Tu dei essere accorto
A diritto ed a torto
In dicer ben di lui:
E per fare a colui
Discerner ciò che dice.
E poi quando ti lice,
L'amico tuo gastiga
Del fatto onde s'imbriga.
Cosa che tu prometti,
Non voglio che l'ommetti:
Comando che s'attenga,
Pur che mal non t'avvenga.
Ben dicon buoni e rei:
Se tu fai ciò che dei,
N'avvenga ciò che puote.
Sai poi chi ti riscuote,
S'un grande mal n'avvene?
Foll'è chi teco tene.
Ch'i' tegno ben leale
Chi per un picciol male
Sa schifare un maggiore;
Se 'l fa per lo migliore,
Sì che lo peggio resta.
E chi ti manifesta
Alcuna sua credenza,
Abbine ritenenza;
E la lingua sì lenta,
Ch'un altro non la senta
Senza la sua parola:
Ch'i' già per vista sola
Vidi manifestato
Un fatto ben celato.
E chi ti dà prestanza
Sua roba ad iserbanza;
Rendila sì a punto,
Che non sia 'n fallo giunto:
E chi di te si fida
Sempre lo guarda e guida.
Nè già di tradimento
Non ti venga talento.
E vo' ch'al tuo Comune,
Rimossa ogni cagione,
Sie diritto e leale:
E già per nullo male
Che ne possa avvenire,
Non lo lasciar perire.
E quando sei 'n conseglio
Sempre ti poni al meglio:
Nè prego nè temenza
. . . . . . . . .
XIX.
Se fai testimonianza,
Sia piena di leanza.
E se giudichi altrui,
Guarda sì ambedui,
Che già dall'una parte
Non falli 'n nulla parte.
Ancor ti prego e dico,
Quand'hai lo bono amico,
O sì leal parente;
Amalo coralmente.
Non sia sì grave fallo,
Che tu li faccie fallo.
E voglio ch'a me crede
Santa Chiesa e la Fede;
E solo intra la gente
Innora lealmente
Gesù Cristo e li Santi:
Sì ch'i vecchi e li fanti
Abbian di te speranza,
E prendin buona usanza.
E va che ben ti pigli,
E che Dio ti consigli:
Che per esser leale
Si cuopre molto male.
Allor lo cavaliero,
Che 'n sì alto mistero
Avea la mente mesa,
Si partì a distesa,
E andossene a Prodezza.
Quivi con gran pianezza,
E con bel piacimento
Le disse suo talento.
Allor vid'io Prodezza
Con viso di baldezza
Sicuro e senza risa
Parlare a questa guisa.
XX.
Dicoti apertamente,
Che tu non sie corrente
In far nè dir follia:
Che per la fede mia
Non ha per sè mia arte
Chi segue folle parte.
E chi briga mattezza
Non sia di tal'altezza,
Che non rovini a fondo:
Non ha grazia nel mondo.
E guardati ad ogne ora,
Che tu non facci ingiura,
Nè forza ad uom vivente.
Quanto se' poi potente,
Cotanto più ti guarda:
Che la gente non tarda
Di portar mala boce
Ad uom che sempre nuoce.
Di tanto ti conforto:
Che se t'è fatto torto,
Arditamente e bene
La tua ragion mantene.
Ben ti consiglio questo:
Che se con lo leggisto
Atar te ne potessi,
Vorria che lo facessi:
Ch'egli è maggior prodezza
Rifrenar la mattezza
Con dolci motti e piani,
Che venir alle mani.
E non mi piace grido:
Pur con senno mi guido.
Ma se 'l senno non vale,
Metti mal contro a male;
Nè già per suo romore
Non bassar tuo onore.
Ma s'è di te più forte,
Fai senno se 'l comporte;
E dà lato alla mischia:
Che foll'è chi s'arrischia,
Quando non è potente.
Però cortesemente
Ti parti da romore.
Ma se per suo furore
Non ti lascia partire,
Volendoti fedire;
Consiglioti e comando
Che non ne vad'a bando.
Abbi le mani accorte,
Non temer della morte:
Che tu sai per lo fermo,
Che già di nullo schermo
Si puote l'uom coprire,
Che non deggia morire
Quando lo punto vene.
Però fa grande bene
Chi s'arrischia a morire,
Anzi che sofferire
Vergogna nè grav'onta.
Che 'l maestro ne conta,
Che l'uom teme sovente
Tal cosa, che neente
Li farà nocimento.
Nè non mostrar pavento
Ad uom ch'è molto folle:
Che se ti trova molle,
Piglieranne baldanza.
Ma tu abbie membranza
Di farli un mal riguardo:
Sì sarà più codardo.
Se tu hai fatta offesa
Altrui, che sia ripresa
In grave nimistanza;
Si abbie per usanza
Di guardarti da esso:
Ed abbi sempre appresso
Ed arme e compagnia
A casa e per la via.
E se tu vai attorno,
Sì va per alto giorno
Mirando d'ogne parte:
Che non ci ha miglior'arte
Per far guardia sicura,
Che buona guardatura.
L'occhio ti guidi e porti,
E lo cor ti conforti.
Ed ancora ti dico,
Se questo tuo nimico
Fosse di basso affare,
Non ci ti assicurare.
Perchè sie più gentile,
Non lo tenere a vile:
Ch'ogni uom ha qualche aiuto;
E tu hai già veduto
Ben fare una vengianza,
Che quasi rimembranza
Non n'era fra la gente.
Però cortesemente
Del nemico ti porta:
Ed abbie usanza accorta,
Se 'l trovi 'n alcun lato,
Paie l'abbie trovato.
Se 'l trovi 'n alcun loco,
Per ira nè per giuoco
Non li mostrare asprezza,
Nè villana fermezza.
Dalli tutta la via:
Però che maestria
Affina più l'ardire,
Che non sa pur ferire.
Chi fiede ben ardito
Può ben esser ferito:
E se tu hai coltello,
Altri l'ha buono e bello.
Ma maestria conchiude
La forza e la vertude;
E fa 'ndugiar vendetta,
E fa allungar la fretta;
E mettere 'n obria,
Ed affuta follia.
E tu sie ben atteso:
Che se tu fossi offeso
Di parole o di detto,
Non aizzar lo tuo petto;
Nè non sie più corrente,
Che porti 'l convenente.
Al postutto non voglio,
Ch'alcun per suo orgoglio
Dica nè faccia tanto,
Che 'l giuoco torni 'n pianto;
Nè che già per parola
Si tagli mano o gola,
Ed i' ho già veduto
Uomo che par seduto;
Non facendo mostranza,
Far ben dura vengianza.
S'ha offeso te di fatto,
Dicoti ad ogne patto
Che tu non sie musorno:
Ma di notte e di giorno
Pensa della vendetta:
E non aver tal fretta,
Che tu ne peggiori onta.
Che 'l maestro ne conta,
Che fretta porta 'nganno;
E indugia par di danno.
La cosa lenta o ratta,
Sia la vendetta fatta.
E se 'l tuo buono amico
Ha guerra di nemico;
Tu ne fa quanto puoi.
E guardati da poi
Non metter tal burbanza,
Ched elli a tua baldanza
Cominciasse tal cosa,
Che mai non abbia posa.
E ancora non ti caglia
D'oste nè di battaglia;
Nè non fie trovatore
Di guerra e di romore.
Ma se par avvenesse
Che 'l tuo Comun facesse
Oste ne cavalcata;
Voglio che 'n quell'andata
Ti porti con barnaggio:
E dimostrati maggio
Che non porta tuo stato.
E dei 'n ogne lato
Mostrar viva franchezza,
E far buona prodezza.
Non sie lento nè tardo:
Che già uomo codardo
Non conquistò onore,
Nè divenne maggiore.
E tu per nulla sorte
Non dubitar di morte:
Ch'assai è più piacente
Morir onratamente,
Ch'esser vituperato,
Vivendo, in ogne lato.
Or torna 'n tuo paese,
E sie prode e cortese:
Non sie lanier nè molle,
Nè corrente nè folle.
Così noi due stranieri
Ci ritornammo a Tieri.
Colui n'andò 'n sua terra
Ben appreso di guerra;
Ed i' presi carriera
Per andar là dov'era
Tutto mio 'ntendimento,
E 'l final pensamento;
Per esser veditore
Di Ventura e d'Amore.
XXI.
Or se ne va 'l maestro
Per lo camino a destro;
Pensando drittamente
Intorno al convenente
Delle cose vedute:
E son maggiore essute,
Che non so divitare.
E ben si de' pensare,
Chi ha la mente sana
Od ha sale 'n dogana,
Che 'l fatto è ismutato:
E troppo gran peccato
Sarebbe a raccontare.
Or voglio 'ntralasciare
Tanto senno e savere,
Quanto fui a vedere;
Per contar mio viaggio:
Come 'n calen di maggio
Passati e valli e monti,
E boschi e selve e ponti,
I' giunsi 'n un bel prato
Fiorito d'ogne lato,
Lo più ricco del mondo.
Ma or mi parea tondo,
Or avìa quadratura;
Or avìa l'aria scura,
Or è chiara e lucente;
Or veggio molta gente,
Or non veggio persone;
Or veggio padiglione,
Or veggio casa e torre:
L'un giace e l'altro corre,
L'un fugge e l'altro caccia;
Chi sta e chi procaccia;
L'un gode e l'altro 'mpazza;
Chi piange e chi sollazza.
Così da ogne canto
Vedea sollazzo e pianto.
Però s'i' dubitai,
E mi maravigliai;
Ben lo de' uom savere
Que' che stanno a vedere.
Ma trovai quel suggello,
Che da ogne rubello
Mi fida e m'assicura,
Così sanza paura
Mi trassi più avanti;
E trovai quattro fanti
Ch'andavan trabattendo.
Ed i' ch'ogne ora attendo
A saper veritate
Delle cose passate,
Pregai per cortesia
Che sostasser la via,
Per dirne 'l convenente
Del luogo e della gente.
E l'un ch'era più saggio
E d'ogne cosa maggio,
Mi disse 'n breve detto;
Sappie mastro Brunetto
Che qui sta monsignore,
Cioè Iddio d'Amore.
E se tu non mi credi,
Pass'oltre e sì 'l ti vedi:
E più non mi toccare,
Ch'i' non posso parlare.
Così fur dispartiti
Ed in un poco giti;
Ch'i' non so dove e come,
Nè la 'nsegna nè 'l nome.
Ma i' m'assicurai,
E tanto 'nnanzi andai,
Che io vidi al postutto
E parte e mezzo e tutto:
E vidi molte genti
Chi liete e chi dolenti.
E davanti al signore
Parea che gran romore
Facesse un'altra schiera,
Ed una gran carriera.
I' vidi ritto stante
Ignudo un fresco fante,
Ch'avea l'arco e li strali,
Ed avea penne ed ali.
Ma neente vedea;
E sovente traea
Gran colpi di saette;
E là dove le mette,
Conven che fora paia
Chi che pericol n'aia.
E questi al buon ver dire
Avea nome Piacere.
E quando presso fui,
I' vidi presso a lui
Quattro donne valenti
Tener sopra le genti
Tutta la signoria.
E della lor balia
I' vidi quanto e come;
E sovvi dir lo nome:
È Amore, e Speranza,
Paura, e Disianza.
E ciascuna 'n disparte
Adopera sua arte,
E la forza e 'l savere,
Quant'ella può valere.
Che Disianza punge
La mente; e la compunge,
E forza malamente
D'aver presentemente
La cosa disiata:
Ed è sì disviata,
Che non cura d'onore,
Nè morte nè romore,
Nè pericol d'avvegna,
Nè cosa che sostegna.
Se non che la paura
La tira ciascun'ora
Sì che non osa gire,
Nè solo un motto dire,
Nè fare pur sembiante:
Però che 'l fine amante
Ritene a dismiura.
Ben ha la vita dura
Chi così si bilanza
Tra tema e disianza.
Ma fine amor sollena
Nel gran disio che mena;
E fa dolce parere,
E lieve a sostenere
Lo travaglio e l'affanno,
E la doglia e lo danno.
D'altra parte speranza
Adduce gran fidanza
Incontro alla paura;
E tuttor l'assicura
D'aver lo compimento
Del suo 'nnamoramento;
E questi quattro stati,
Che son di piacer nati
Con esso sì congiunti,
Che già ore nè punti
Non potresti trovare
Tra 'l loro 'ngenerare.
Che quand'uomo 'nnamora,
I' dico che quell'ora
Desia ed ha timore,
E speranza ed amore
Di persona piaciuta;
Che la saetta acuta
Che muove di piacere,
Lo sforza, e fa volere
Diletto corporale:
Tant'è l'amor corale.
XXII.
Poi mi trassi da canto:
Ed in un ricco manto
Vidi Ovidio maggiore,
Che li atti dell'amore,
Che son così diversi,
Rassembra e mette 'n versi.
Ed i' mi trassi appresso,
E dimandai lui stesso,
Ched elli apertamente
Mi dica 'mmantenente
E lo bene e lo male
Dello fante e dell'ale,
Delli strali e dell'arco;
E donde tale 'ncarco
Li vene che non vede.
Ed elli 'n buona fede
Mi rispose in volgare:
Della forza d'amare
Non sa chi non lo prova.
Perciò s'a te ne giova,
Cercati fra lo petto
Del bene e del diletto,
Del male e dell'errore,
Che nasce per amore.
Assai mi volsi 'ntorno
E la notte e lo giorno;
Credendomi fuggire
Dal fante che ferire
Lo cor non mi potesse.
E s'io questo tacesse,
Fare' maggior savere
Ch'io fui messo 'n potere
Ed in forza d'amore.
Però caro signore,
S'i' fallo nel dettare;
Voi dovete pensare,
Che l'uomo innamorato
Sovente muta stato:
E così stando un poco
I' mi mutai di loco,
Credendomi campare.
Ma non potetti andare,
Ch'io v'era sì 'nvescato,
Che già da nullo lato
Potea mover lo passo.
Così fui giunto lasso;
E messo 'n mala parte.
Ma Ovidio per arte
Mi diede maestria;
Sì ch'io trovai la via,
Ond'i' mi trafugai.
Così l'alpe passai,
E venni alla pianura.
Ma troppo gran paura,
Ed affanno e dolore
Di persona e di core
M'avvenne 'n quel viaggio.
Ond'io pensato m'aggio,
Anzi ch'i' passi avanti
A Dio ed alli Santi
Tornar divotamente;
E molto umilemente
Confessar i peccati
A' preti ed alli frati.
E questo mio libretto
Con ogni altro mio detto,
Ched io trovato avesse;
S'alcun vizio tenesse,
Commetto ogne stagione
A loro correzione
Per far l'opera piana
Con la fede cristiana.
E voi caro signore,
Prego di tutto core
Che non vi sia gravoso,
S'i' alquanto mi riposo;
Finchè di penitenza
Per fina conoscenza
Mi possa consigliare:
Ch'ho uomo che mi pare
Ver me intero amico;
A cui sovente dico
E mostro mie credenze,
E tengo sue sentenze.
XXIII.[4]
Al fino amico caro,
A cui molto contraro
D'allegrezza e d'affanno
Pare venuto ogne anno;
Io Brunetto Latino
Che nessun giorno fino
D'avere gioia e pena,
Come ventura mena
La rota a falsa parte;
Ti mando 'n queste carte
Salute e intero amore.
Ch'i' non trovo migliore
Amico che mi guidi,
Ed a cui più mi fidi
Di dir le mie credenzie:
Che troppo ben sentenzie,
Quando chero consiglio
Intra 'l bene e 'l periglio.
Or m'è venuta cosa
Ch'i' non poria nascosa
Tener, ch'io non ti dica:
Pur non ti sia fatica
D'udire 'nfino al fine.
Amico, tutte han fine
Mie parole mondane,
Ch'i' dissi ogne ora vane.
Per Dio mercè ti mova
La ragione e la prova:
Che ciò che dir ti voglio,
Da buona parte accoglio.
Non sai tu che 'l mondo
Si poria dir nonmondo;
Considerando quanto
Ci hanno 'mmondezza e pianto
Che trovi tu che vaglia?
Non vedi tu san faglia,
Ch'ogni cosa terrena
Porta peccato e pena?
Nè cosa ci ha sì clera,
Che non fallisca e pera?
E prendi un animale
Più forte e che più vale;
Dico che 'n poco punto
È disfatto e disgiunto.
Ahi uom perchè ti vante,
Vecchio, mezzano, e fante?
Di che vai tu cenando?
Già non sai l'ora o quando
Vien quella che ti porta;
Quella che non comporta
Officio o dignitate.
A Dio quante fiate
Ne porta le Corone,
Come basse persone!
Giulio Cesar maggiore,
Lo primo Imperadore,
Già non campò di morte;
Nè Sanson lo più forte
Non visse lungamente.
Alessandro valente
Che conquistò lo mondo,
Giace morto 'n profondo.
Ansalon per bellezze,
Ettor per arditezze,
Salamon per savere,
Attavian per avere
Già non campò un giorno
Fuori del suo ritorno.
XXIV.
Ahi uom dunque che fai,
Già torni tutto 'n guai?
La mannaia non vedi
Ch'hai tutt'ora alli piedi?
Or guarda 'l mondo tutto:
E fiori e foglie e frutto,
Uccelli bestie e pesce
Di morte fuor non esce.
Dunque ben per ragione
Provao Salamone,
Ch'ogne cosa mondana
È vanitate vana.
Amico muovi guerra,
E va per ogne terra,
E va ventando 'l mare;
Dona robe e mangiare,
Guadagna argento ed oro,
Ammassa gran tesoro:
Tutto questo che monta?
Ira fatica ed onta
Hai messo 'n acquistare;
E non sai tanto fare,
Che non perdi 'n un motto
Te e l'acquisto tutto.
Ond'io a ciò pensando,
E fra me ragionando
Quant'i' aggio falluto,
E come sono essuto
Uomo reo peccatore;
Sì ch'al mio creatore
Non ebbi provedenza;
Nè nulla reverenza
Portai a santa Chiesa;
Anzi l'ho pur offesa
Di parole e di fatto:
Ora mi tengo matto,
Ch'i' veggio ed ho saputo,
Ch'i' son dal mal partuto.
E poi ch'io veggio e sento
Ch'io vado a perdimento;
Saria ben fuor di senso,
S'io non proveggio e penso
Com'io per lo ben campi
Sì che 'l mal non m'avvampi.
XXV.
Così tutto pensoso
Un giorno di nascoso,
Intrai 'n Monpusolieri:
E con questi pensieri
Me n'andai alli frati;
E tutt'i mie' peccati
Contai di motto a motto.
Ahi lasso, che corrotto
Feci quand'ebbi 'nteso
Com'i' era compreso
Di smisurati mali.
Oltre che criminali!
Ch'io pensava tal cosa
Che non fosse gravosa,
Ch'era peccato forte
Più quasi che di morte.
Ond'io tutto a scoverto
Al frate mi converto,
Che m'ha penitenziato.
E poi ch'i' son mutato,
Ragione è che tu muti:
Che sai che sem tenuti
Un poco mondanetti.
Pero vo' che t'affretti
Di gire a frati santi.
E pensati d'avanti,
Se per modo d'orgoglio
Enfiasti unque lo scoglio,
Sì che 'l tuo creatore
Non amassi a buon core;
E non fussi ubbidenti
A' suoi comandamenti:
E se ti se' vantato
Di ciò ch'hai operato
In bene od in follia;
O per ipocrisia
Mostrave di ben fare,
Quando volei fallare:
E se tra le persone
Vai movendo tenzone
Di fatto od in minacce,
Tanto ch'oltraggio facce;
O se t'insuperbisti,
Od in greco salisti
Per caldo di ricchezza,
O per tua gentilezza,
O per grandi parenti,
O perchè dalle genti
Ti pare esser lodato:
E se ti se' sforzato
Di parer per le vie
Miglior che tu non sie;
O s'hai tenuto a schifo
La gente a torto grifo
Per tua gran matteria;
O se per leggiadria
Ti se' solo seduto,
Quando non hai veduto
Compagno che ti piaccia;
O s'hai mostrato faccia
Crucciata per superba;
E la parola acerba,
Vedendo altrui fallare,
A te stesso peccare;
O se ti se' vantato
O detto in alcun lato
D'aver ciò che non hai,
O saver che non sai.
Amico ben ti membra,
Se tu per belle membra,
O per bel vestimento
Hai preso orgogliamento.
Queste cose contate
Son di superbia nate;
Di cui il savio dice,
Ched è capo e radice
Del male e del peccato.
Il frate m'ha contato,
S'io bene mi rammento,
Che per orgogliamento
Fallio l'Angiol matto;
Ed Eva ruppe 'l patto.
E la morte d'Abel;
La torre di Babel;
E la guerra di Troia.
Così conven che muoia
Soperchio per soperchio,
Che spezza ogne coperchio,
Amico or ti provedi;
Che tu conosci e vedi,
Che d'orgogliose prove
Invidia nasce e move,
Ch'è fuoco della mente.
Vedi se se' dolente
Dell'altrui beninanza:
E s'avesti allegranza
Dell'altrui turbamento;
O per tuo trattamento
Hai ordinata cosa,
Che sia altrui gravosa:
E se sotto mantello
Hai orlato 'l cappello
Ad alcun tuo vicino
Per metterlo al dichino;
O se lo 'ncolpi a torto;
E se tu dai conforto
Di male a' suoi guerreri.
E quando se * dir ieri *
Ne parle laido male;
Ben mostri che ti cale
Di metterlo 'n mal nome.
Ma tu non pensi come
Lo pregio ch'hai levato
Si possa esser levato;
Nè pur se mai s'ammorta
Lo biasmo. Chi comporta
Che tal lo mal dir t'ode,
Che poi non lo disode?
Invidia è gran peccato;
Ed ho scritto trovato,
Che prima coce e dole
A colui che la vuole.
E certo chi ben mira
D'invidia nasce l'ira.
Che quando tu non puoi
Diservire a colui,
Nè metterlo al di sotto;
Lo cor s'imbrascia tutto
D'ira e di mal talento;
E tutto 'l pensamento
Si gira di mal fare,
E di villan parlare:
Sì che batte e percuote
E fa 'l peggio che puote.
Perciò amico pensa,
Se a tanta malvolenza
Ver Cristo ti crucciasti;
O se lo biastemmasti:
O se battesti padre,
Od offendesti madre,
O cherico sagrato,
O signore o prelato.
Cui l'ira dà di piglio,
Perde senno e consiglio,
In ira nasce e posa
Accidia neghittosa.
Chi non può in * tetta *
Fornir la sua vendetta,
Nè difender chi vuole;
L'odio fa come suole:
Che sempre monta e cresce,
Nè di mente non li esce.
Ed è 'n tanto tormento
Che non ha pensamento
Di neun ben che sia;
O tanto si disvia
Che non sa megliorare,
Nè già ben cominciare;
Ma croio e neghittoso
È ver Dio glorioso.
Questi non va a messa,
Nè sa quel che sia essa;
Nè dice pater nostro
In chiesa ned in chiostro.
Che sì per mal'usanza
Si gitta 'n disperanza
Del peccato ch'ha fatto;
Ed è sì stolto e matto
Che di suo mal non crede
Trovar in Dio mercede;
O per falsa cagione
S'appiglia a presunzione,
Che 'l mette in mala via
Di non creder che sia
Per ben nè per peccato
Uom salvo nè dannato.
E dice a tutte l'ore
Che già giusto signore
Non l'avrebbe creato,
Perchè fosse dannato,
Ed un altro prosciolto.
Questi si scosta molto
Dalla verace fede.
Forse che non s'avvede
Che 'l misericordioso,
Tutto che sia piatoso,
Sentenzia per giustizia
Intra 'l bene e le vizia;
E dà merito e pene
Secondo che s'avvene?
XXVI.
Or pensa amico mio,
Se tu al vero Dio
Rendesti o grazia o grato
Del ben che t'ha donato:
Che troppo pecca forte,
Ed è degno di morte
Chi non conosce 'l bene
Di là dove gli vene.
E guarda s'hai speranza
Di trovar perdonanza;
S'hai alcun mal commesso,
E non ne se' confesso;
Peccato hai malamente
Ver l'alto Re potente
Di negghienza: ma avvisa
Che nasce di voi * tisa: *
Che quando per negghienza
Non si trova potenza
Di fornir sua dispensa
. . . . . . . . . .
Come potesse avere
Sì dell'altrui avere,
Che fornica suo porto
A diritto ed a torto.
Ma colui ch'ha dovizia,
Sì cade in avarizia
Che là ve dee non spende:
Nè già l'altrui non rende;
Anzi ha paura forte
Ch'anzi che venga a morte
L'aver li venga meno:
E pure stringe 'l freno.
Così rapisce e fura,
E dà falsa misura,
E peso frodolente,
E novero fallente;
E non teme peccato
Di * * suo mercato;
Nè di commetter frode.
Anzi il si tiene 'n lode
Di nasconder lo sole;
E per bianche parole
Inganna altrui sovente;
E molto largamente
Promette di donare
Quando non crede fare.
Un altro per impiezza
Alla zara s'avvezza,
E giuoca con inganno;
E per far altrui danno
Sovente pinge 'l dado,
E non vi guarda guado;
E ben presta * auzino
E mette mal fiorino.
E se perdesse un poco
Ben udiresti loco
Bestemmiar Dio e Santi,
E que' che son davanti.
XXVII.
Un altro che non cura
Di Dio nè di natura,
Si diventa usuriere;
Ed in ogne maniere
Ravvolge suoi danari,
Che li son molto cari.
Non guarda dì nè festa;
Nè per pasqua non resta:
Che non par che li 'ncresca
Pur che moneta cresca.
Altri per simonia
Si getta 'n mala via,
E Dio e Santi offende;
E vende le prebende,
E santi sacramenti:
E metton fra le genti
Esemplo di mal fare.
Ma questi lascio stare;
Che tocca a ta' persone,
Che non è mia ragione
Di dirne lungamente.
Ma dico apertamente,
Che l'uom ch'è troppo scarso
Credo ch'ha 'l cuor tutt'arso;
Che 'n povere persone,
Nè in uom che sia prigione,
Non ha nulla pietade;
E tutto 'nfermo cade
Per iscarsezza sola.
Vien peccato di gola,
Ch'uom chiama ghiottornia:
Che quando l'uom si svia
Sì che monti 'n ricchezza;
La gola sì s'avvezza
Alle dolci vivande,
E far cucine grande,
E mangiar anzi l'ora;
E molto ben divora,
Che mangia più sovente,
Che non fa l'altra gente.
E talor mangia tanto,
Che pur da qualche canto
Li duole corpo e fianco;
E stanne lasso e stanco.
Ed innebria di vino;
Sì ch'ogne suo vicino
Si ne ride d'intorno
E mettelo in iscorno.
Vene tenuto matto
Chi fa del corpo sacco;
E mette tant'in epa
Che talora ne crepa.
XXVIII.
Certo per ghiottornia
S'apparecchia la via
Di commetter lussuria
Chi mangia a dismisura.
La lussuria s'accende,
Che altro non n'intende
Se non a quel peccato:
E cerca da ogne lato
Come possa compiere
Quel suo laido volere.
E vecchio che s'impaccia
Di così laida taccia,
Fa ben doppio peccato;
Ed è troppo biasmato.
È ben gran vituperio
Commetter avolterio
Con donne o con donzelle,
Quanto che pajan belle.
Ma chi 'l fa con parente
Pecca più laidamente.
Ma tra questi peccati
Son via più condannati
Que' che son sodomiti.
Deh come son periti
Que' che contro natura
Brigan con tal lussuria.
XXIX.
Or vedi caro amico,
E 'ntendi ciò ch'i' dico;
Vedi quanti peccati
Io t'aggio contati:
E tutti son mortali.
E sai che c'è di tali,
Che ne curan ben poco.
Vedi che non è giuoco
Di cadere 'n peccato:
E però dal buon lato
Consiglio, che ti guardi
Che 'l mondo non t'imbardi.
Or a Dio t'accomando:
Ch'i' non so dove e quando
Ti debbia ritrovare.
I' credo pur tornare
La via, ch'i' m'era messo:
Che ciò m'era permesso
Di veder le sett'arti,
Ed altre molte parti.
I' le vo' pur vedere,
E cercare e savere,
Dopoi che del peccato
Mi son penitenziato;
E sonne ben confesso,
E prosciolto e dimesso.
I' metto poco cura
D'andare alla Ventura.
Così un dì di festa
Tornai alla foresta;
E tanto cavalcai,
Ched io mi ritrovai
Una doman per tempo
In su 'l monte * dell'Empo
Di sopra 'n su la cima.
E qui lascio la rima
Per dir più chiaramente
Ciò ch'i' vidi presente.
Ch'i' vidi tutto 'l mondo,
Sì com'egli è rotondo,
E tutta terra e mare,
E 'l foco sopra l'aire.
Ciò son quattro alimenti,
Che son sostenimenti
Di tutte le creature,
Secondo lor nature.
Or mi volsi di canto,
E vidi un bianco manto,
Così dalla finestra
Da una gran ginestra;
Ed i' guardai più fiso,
E vidi un bianco viso
Con una barba grande,
Che su 'l petto si spande;
Ond'i' m'assicurai
E 'nnanzi lui andai,
E feci uno saluto;
E fui ben ricevuto.
Ed i' presi baldanza,
E con dolce accontanza
Li domandai del nome;
E chi egli era, e come
Si stava sì soletto
Senza niun ricetto.
E tanto 'l domandai
. . . . . . . . .
Colà dove fue nato
Fu Tolomeo chiamato,
Mastro di strolomia,
E di filosofia:
Ed a Dio è piaciuto
Che sia tanto vivuto.
Qual che sia la cagione,
Io 'l misi a ragione
Di que' quattro alimenti;
E de' lor fondamenti;
E come son formati,
Ed insieme legati,
Ed ei con bella risa
Rispose in questa guisa.
XXX.[5]
Forse lo spron ti move
Che discritte ti prove
Di far difesa e scudo.
. . . . . . . . .
. . . . . . . . .
Ma sei del tutto sicuro,
Che tue difensione
. . . . . . . . .
E fallati drittura.
Una propria natura
Ha dritta benvoglienza;
Che riceve increscenza
D'amare ogne fiata,
E lunga dimorata:
Nè paese lontano
Di monte nè di piano
non mette oscuritade,
In verace amistade.
Dunqua pecca e disvia
Chi buon amico oblia.
E tra li buoni amici
Sono li dritti offici
Volere e non volere:
Ciascun è da tenere
Quello che l'altro vuole
In fatto ed in parole.
Quest'amistà è certa.
Ma della sua coverta
Va alcuno ammantato,
Come rame 'ndorato.
Così in molte guise
Son l'amistà divise,
Perchè la gente invizia
La verace amicizia.
S'amico ch'è maggiore
Vuol esser a tutt'ore
Per te come leone;
Amor bassa e dispone;
Perchè in fina amanza
Non cape maggioranza.
Dunque riceve 'nganno
Non certo sanza danno
Amico (ciò mi pare)
Ch'è di minor affare,
Ch'ama veracemente
E serve lungamente:
Donde si membra rado
Quelli, ch'è 'n alto grado.
Ben sono amici tali,
Che saettano strali;
E danno grande lode
Quando l'amico l'ode:
Ma null'altro piacere
Si può di loro avere.
Così fa l'usignuolo,
Che serve al verso solo:
Ma già d'altro mistero
Sai che non vale guero.
XXXI.
In amici i' m'abbatto,
Che m'amon pur a patto;
E serve buonamente,
Se vede apertamente,
Com'i' riserva lui
D'altrettanto o di pui.
Altrettal ti ridico
Dello ritroso amico,
Che dalla 'ncomincianza
Mostra grand'abbondanza;
Po' a poco a poco allenta,
Tanto ch'anneenta;
E di detto e di fatto
Già non osserva patto.
Così ha posto cura
Ch'amico di ventura,
Come rota si gira,
Che lo pur guarda e mira
Come ventura corre.
E se mi vede porre
In glorioso stato,
Servemi di buon grato:
Ma se cado 'n angosce
Già non mi riconosce.
Così face l'augello,
Ch'al tempo dolce e bello
Con noi gaio dimora;
E canta a ciascun'ora:
Ma quando vien la ghiaccia,
Che par che non li piaccia,
Da noi fugge e diparte.
Ond'io ne prendo un'arte,
Che come la fornace
Prova l'oro verace,
E la nave lo mare;
Così le cose amare
Mostrami veramente
Chi ama lealmente.
Certo l'amico avaro
È com' lo giocolaro;
Mi loda grandemente,
Quando di me ben sente:
Ma quando non li dono
Portami laido suono.
Questi davante m'unge,
E di dietro mi punge:
E come l'ape, in seno
Mi dà mele e veleno.
E l'amico di vetro
L'amor gitta di dietro
Per poco offendimento;
E pur per pensamento
E' rompe e parte tutto,
Come lo vetro rotto.
Ma l'amico di ferro
Mai non dice diserro,
In fin che può trapare;
Ma e' non vorria dare
Di molt'erbe una cima:
Natura della lima.
Ma l'amico di fatto
È teco ad ogne patto;
E persona ed avere
Può tutto tuo tenere;
E nel bene e nel male
Lo troverai leale.
E se fallir ti vede
Unque non si ne ride:
Ma te spesso riprende
E d'altrui ti difende.
Se fai cosa valente,
La spande fra la gente;
E 'l tuo pregio raddoppia;
Cotal'è buona coppia.
E amico di parole
Mi serve quanto vuole;
E non ha fermamento,
Se non come lo vento.
XXXII.
Ora ch'i' penso e dico,
A te mi torno, amico
Rustico di Filippo,
Di cui faccio mio cippo.
Se teco mi ragiono,
Non ti chero perdono:
Che non credo potere
A te mai dispiacere.
Che la gran canoscenza,
Che 'n te fa risidenza
Fermata a lunga usanza,
Mi dona sicuranza;
Com'i' ti possa dire
Per detto proferire:
E ciò che scritto mando
È cagione e dimando
Che ti piaccia dittare,
E me scritto mandare
Del tuo trovato adesso,
Che 'l buon Palamidesso
Dice, ed hol creduto
. . . . . . . . .
* che se in cima
. . . . . . . . .
Ond'io me n'allegrai.
Qui ti saluto omai;
E quel tuo di Latino
Tien per amico fino
A tutte le carate,
Che voi oro pesate.
Fine del Tesoretto.
LAUDA[6]
PER UN MORTO
O Fratel nostro, che se' morto e sepolto,[7]
Nelle sue braccia Dio t'abbi raccolto.
O Fratel nostro, la cui fratellanza
Perduta abbiam, che morte l'ha partita;
Dio ti die pace, e vera perdonanza
Di ciò che l'offendesti 'n questa vita:
L'anima salga, se non è salita,
Dove si vede 'l Salvatore 'n volto.
La vergine Maria, ch'è 'n grande stuolo
Delli Angeli ed Arcangeli di Dio,
Preghiam che preghi 'l suo caro Figliuolo,
Che ti perdoni e dimetti ogni rio:
E dell'anima tua empia 'l desio,
Quando t'arà delli peccati sciolto.
Li Apostoli preghiamo e Vangelisti,
Patriarchi e Profeti e Confessori,
Acciocchè tu lo santo regno acquisti;
Che per te a Dio ciascheduno adori:
Sì che se tu nel purgator dimori,
Pervenghi al porto che si brama molto.
O Martiri, preghiam ch'a Dio davante
Preghiate con le Vergini e Innocenti,
Con tutti li altri Santi e con le Sante,
Che del nemico al mondo fur vincenti;
Che per lor santi meriti contenti
L'anima, della qual tu se' disciolto.
Fratel divoto della santa croce,
Che per memoria della passione
La carne flagellasti, e con la voce
Facesti a Dio fervente orazione;
Il Salvator de' peccator campione
Seco ti tenga, poich'a noi t'ha tolto.
O Fratel nostro, che se' morto e sepolto,
Nelle sue braccia Dio t'abbi raccolto.
SONETTO[8]
Sed io avessi ardir quant'i' ho voglia
Di ragionar con voi segretamente,
Come mi strugge amor per voi sovente;
Non soffrirei crudel tormento e doglia.
Ma come trema ad ogni vento foglia,
Così trem'io quando vi son presente:
Ed ogni mia virtù subitamente
L'ardente e dolce bene allor mi spoglia.
Ond'i' ricorro al mio signor amore,
Che vi ragioni dalla parte mia
Quella vaghezza ch'ho di voi nel core.
E voi Madonna prego 'n cortesia,
Che l'ascoltiate senza sdegno al core;
Che vi dirà lo vero e non bugia:
Ch'i' quanto vostro son dir non poria.
SONETTO[9]
D'INCERTO
_In morte di M. Brunetto._
Ritengo più che posso mio coraggio
In questo caso tanto disastroso;
Ma non mi val Brunetto gaioso:
Poichè se' morto, altro più ben non aggio.
Troppo ricevo al tuo morir dannaggio;
Troppa ragione ho d'esser doglioso.
Dove consiglio, oimè! dove riposo
A' mie' bisogni 'n nessun troveraggio?
I' voglio dipartirmi; e ammantellato
Andar vagando come pellegrino,
Sin che trovo uno bosco disertato.
Voglio cangiare con l'acqua lo vino,
In ghiande lo mio pane dilicato;
Pianger la sera, la notte, e 'l mattino.
INDICE
Dedica p. v
A' cortesi cittadini ix
Brunetto Latini — Notizie storiche xi
Notizie letterarie del Pataffio xvii
Lettere riguardanti l'opera xx
Pataffio
Capitolo Primo 1
Capitolo Secondo 18
Capitolo Terzo 36
Capitolo Quarto 55
Capitolo Quinto 75
Capitolo Sesto 97
Capitolo Settimo 119
Capitolo Ottavo 139
Capitolo Nono 158
Capitolo Decimo 177
Il Tesoretto 191
Lauda per un morto 291
Sonetto 293
Sonetto d'incerto 294
NOTE:
[1] Debbo all'eruditiss. Sig. Nicola Foggini Bibliotecario della
Corsiniana l'essermi potuto approfittare di siffatto codice. Fu questo
già dell'Abb. Nicolò Rossi, e insieme ad altra Papiniana copia con note
del Salvini passò alla Corsiniana suddetta: la quale collo sborso di
scudi 13. m. acquistando la pregevole collezione di quel letterato,
salì ad un alto grado di distinzione per la quantità degli scelti
volumi, e per le preziose raccolte di stampe e d'edizioni del Sec. XV.
[2] È opinion del Ridolfi che turbatosi da' copiatori l'ordine de'
capitoli, dovesse questo star nel luogo del quinto, e il quinto
dell'ultimo; in lui affrettandosi l'autore ad una certa conclusione, e
indrizzandovi queste rime alla moglie. Nel decimo però più apertamente
s'osserva il chiudersi del discorso.
[3] Rustico di Filippo, a cui Brunetto inscrisse quest'opuscolo.
[4] Nelle due precedenti edizioni leggeasi in fronte a questo capitolo:
_Qui comincia la Penitenza, che fece maestro Brunetto_.
[5] Le due anteriori edizioni inscrivon così il principio di questo
capitolo: _Qui comincia il Favolello, che mandò mastro Brunetto a
Rustico di Filippo_.
[6] Leggesi a carte 105. dell'esemplar MS. comunicatoci dal Marchese
Tontoli. Ella non si trova ne' due Romani della Corsiniana, ne' quali è
il solo Pataffio.
[7] Verso _ipermetro_, ossa di dodici sillabe, usato dagli antichi. In
tal metro scrisse Alessandro de' Pazzi una tragedia, e Dante da Majano
un sonetto.
[8] Lo riporta il Crescimbeni Vol. 2. p. 2. pag. 65. che lo tolse
dalla Chisiana cod. 580. car. 764. ove sono varie rime di Brunetto. La
gelosia ond'è custodito un tal codice, ha reso a me vane le premure di
dare altri componimenti del nostro autore.
[9] L'ha il Mazzuchelli nelle sue annotazioni alle Vite d'uomini
illustri Fiorentini di Filippo Villani.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.
Per comodità di lettura è stato aggiunto un indice a fine volume.
*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK PATAFFIO - TESORETTO ***
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